Un mondo ferito e il Vangelo della pace: Zuppi indica la via della Chiesa italiana
di Matteo Liut
Nel discorso di apertura dell'Assemblea dei vescovi, il presidente della Cei lega l’impegno per la composizione dei conflitti alle sfide sociali del Paese: isolamento, povertà educativa, violenza giovanile, emergenza abitativa e questione ambientale

Nel solco delle parole con cui papa Leone XIV ha aperto il suo pontificato – «Pace a voi» – il cardinale Matteo Zuppi ha introdotto i lavori dell’82ª Assemblea generale della Cei in Vaticano tracciando una lettura ampia e insieme esigente del tempo presente. Un tempo segnato da ferite profonde, da conflitti diffusi e da una crescente sfiducia nei meccanismi del diritto e della cooperazione internazionale, in cui «il mondo è ancora di più un ospedale da campo» e appare indebolita «la garanzia del diritto come soluzione pacifica dei conflitti».
La pace, ha ricordato Zuppi, non è un auspicio astratto né una semplice tregua: nasce dentro la storia ferita, come nel Cenacolo, dove il Risorto entra a porte chiuse e dice ai discepoli impauriti: «Pace a voi». È una pace che non cancella le ferite ma le trasfigura, perché «la pace cristiana nasce da ferite non cancellate, ma trasfigurate». Da qui la responsabilità della Chiesa di non rassegnarsi alla logica della guerra, denunciando con chiarezza la spirale del riarmo e l’illusione della deterrenza: «La costruzione di un mondo in stato di belligeranza permanente è un male», mentre «non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile».
Accanto allo scenario internazionale, il discorso si sofferma con ampiezza sulle sfide sociali che attraversano il Paese. Zuppi parla di un’Italia segnata da solitudini diffuse: «anziani che non aspettano più nessuno, giovani che faticano a immaginare il futuro, famiglie appesantite da ritmi e precarietà», persone fragili e poveri che diventano invisibili. In questo contesto, la comunità cristiana è chiamata a essere «laboratorio di umanità», capace di ricostruire legami e generare prossimità, ricordando che «siamo popolo e non la somma di singoli interessi».
Particolare attenzione è dedicata ai giovani. Di fronte a episodi di violenza, il cardinale invita a guardare più in profondità: «Il problema dei giovani oggi non è soltanto cosa fanno, ma cosa sognano – o non riescono più a sognare». Alla radice, spesso, c’è una povertà educativa, la mancanza di relazioni significative e di un senso della vita. Eppure non manca la speranza, come testimoniano storie di perdono e maturità che emergono anche dalle cronache. Da qui l’urgenza di «annuncio incarnato della Parola» e di esperienze comunitarie capaci di dare forma concreta al Vangelo.
Il richiamo si estende poi alla vita civile e alla giustizia. In un contesto segnato da polarizzazione e conflittualità, Zuppi invita a recuperare un metodo condiviso: «Esiste un bene comune da ricercare insieme». La giustizia, perché sia credibile, deve unire «verità, responsabilità, sicurezza, certezza della pena, riparazione e dignità», senza rinunciare alla prospettiva rieducativa indicata dalla Costituzione. Il riferimento alla condizione carceraria e alle difficoltà del sistema giudiziario indica un ambito in cui è necessario «un confronto ampio, competente e non ideologico».
Ampio spazio è riservato anche alle questioni sociali più urgenti. A partire dalla casa, con l’auspicio che il Piano governativo possa essere rafforzato e accompagnato da percorsi di inclusione, fino alla crisi climatica, che «colpisce soprattutto chi ha meno strumenti per difendersi». Una realtà che, ricorda Zuppi citando il Papa, è «un grido che chiede conversione» e interpella la responsabilità collettiva nella cura del creato e dei territori.
Nel cuore del discorso trova spazio anche l’enciclica Magnifica humanitas, accolta come «un faro di luce nel buio di pensiero e di violenza». Il testo mette in guardia da una società che rischia di crescere nei mezzi senza crescere in umanità: «si “ha di più” ma non si “è di più”», riducendo la persona alle sue prestazioni. Da qui il rilancio dei principi della Dottrina sociale e l’invito a custodire la dignità umana come bene irrinunciabile.
Infine, la sinodalità viene proposta come stile ecclesiale imprescindibile: «una forma della Chiesa», che riguarda il modo di ascoltare, discernere e decidere insieme. Non una procedura, ma un modo di vivere la comunione e la missione, nella consapevolezza che «la verità non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere».
La conclusione torna al Cenacolo: la pace ricevuta dal Risorto non chiude i discepoli, ma li invia. «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». È da questa pace che la Chiesa è chiamata a ripartire, per essere nel mondo «artigiana creativa di pace» e segno credibile di speranza.
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