Guerre, costi crescenti, bimbi sempre più fragili: che futuro possono avere le adozioni?

Nuovi fondi per le procedure del biennio 2025/26, che rispetto al resto d’Europa in Italia continuano a tenere. All’indomani dell’assemblea degli enti autorizzati abbiamo intervistato il vicepresidente della Cai Vincenzo Starita
March 30, 2026
Due mani che si stringono: quella di un adulto e di un bimbo adottato
La sfida di accogliere un figlio da un’altra parte del mondo davanti alla drammatica situazione internazionale e a un’infanzia sempre più calpestata e sofferente. Eppure, l’Italia sta facendo la differenza
Il punto di partenza, a 25 anni dalla nascita della Cai e dalla ratifica della Convenzione dell’Aja del 1993, sono le 55mila adozioni di cui il nostro Paese è stato protagonista. L’obiettivo è che continuino a crescere nonostante tutto, tenendo al centro delle politiche pubbliche i diritti dei minori e la qualità delle famiglie adottive. Si muove tra questi due pilastri il “Manifesto” che la quasi totalità degli enti autorizzati italiani (34 su 43) ha sottoscritto e consegnato alla ministra della Famiglia Eugenia Roccella perché ne faccia un’agenda concreta da sottoporre al governo e al Parlamento.
Erano dodici anni che gli enti italiani autorizzati alle adozioni internazionali non si ritrovavano in un’assemblea nazionale. Un’era, se si guarda a ciò che è accaduto nel frattempo: la pandemia che ha chiuso frontiere e rallentato procedure, le guerre che hanno ridisegnato equilibri e priorità, uno scenario internazionale sempre più instabile. E, insieme, il dato che pesa più di tutti: il progressivo crollo delle adozioni, che ha cambiato volto a un sistema chiamato oggi a confrontarsi con sfide nuove e più complesse. Chi le ha bene in mente è Vincenzo Starita, vicepresidente della Commissione adozioni internazionali (Cai) e magistrato minorile di lungo corso, da sei anni impegnato sul fronte dell’accoglienza dei minori stranieri in Italia. Che, a pochi mesi dalla conclusione del suo secondo mandato, traccia un bilancio del sistema italiano all’indomani dell’incontro che s’è tenuto a Roma giovedì alla presenza della ministra per la Famiglia Eugenia Roccella, presidente della stessa Commissione. Sullo sfondo, un quadro segnato da una riduzione ormai strutturale rispetto al passato, ma con elementi di tenuta significativi: nel 2025 l’Italia ha concluso 527 adozioni internazionali, stabilizzandosi intorno alle 500 procedure annue dopo la fase pandemica, a fronte delle appena 70 registrate in Francia, 48 in Svezia, 103 in Spagna.
Che cosa è emerso da questo momento di confronto?
L’assemblea è stata un’occasione particolarmente significativa, soprattutto perché gli enti hanno potuto presentare alla ministra Roccella, nella sua qualità di presidente della Commissione, non solo le criticità del sistema, ma anche una serie di proposte programmatiche contenute in un manifesto sottoscritto dalla grande maggioranza degli enti autorizzati. Abbiamo lavorato per mesi attraverso quattro tavoli tematici, coinvolgendo non solo la Commissione e gli enti autorizzati, ma anche magistratura minorile, mondo accademico e servizi socio-territoriali. Il primo tavolo ha riguardato la cooperazione internazionale. Dal 2020 la Commissione ha avviato un’intensa attività in questo ambito, finanziando progetti di protezione dell’infanzia proposti dagli enti. Negli ultimi cinque anni sono stati sostenuti numerosi interventi in America Latina, Africa e Asia, con un finanziamento che di volta in volta può arrivare fino al 95% del costo complessivo. Questo rende il sistema italiano un unicum, perché i nostri enti non si occupano solo di adozioni, ma anche di cooperazione. Il secondo tavolo si è concentrato invece sugli special needs, un tema oggi centrale. Nel 2025 il 70% dei minori adottati rientrava in questa categoria: bambini più grandi, con disabilità o appartenenti a gruppi di fratelli. Questo richiede una formazione sempre più accurata delle coppie e un accompagnamento strutturato anche nella fase post-adottiva, con screening sanitari tempestivi e interventi mirati. Il terzo tavolo ha affrontato il tema dei costi delle procedure, con l’obiettivo di individuare costi medi standard per i diversi servizi. Si tratta di un passaggio importante in termini di trasparenza ed equità, perché consente alle famiglie di conoscere con chiarezza le spese da affrontare. Infine, il quarto tavolo ha lavorato sulle prospettive di riforma del sistema, in particolare sul coordinamento tra i diversi soggetti istituzionali e sulla possibile evoluzione del ruolo degli enti autorizzati.
Il tema dei rimborsi alle famiglie resta centrale. Le misure annunciate sono ormai certe?
Negli ultimi anni i decreti relativi ai rimborsi hanno sempre ottenuto il visto della Corte dei conti. Non posso anticipare decisioni che spettano ad altri magistrati, ma posso dire che il decreto relativo al biennio 2025-2026 prevede un contributo molto significativo. Le coppie che concluderanno un’adozione di un minore con bisogni speciali in questo periodo potranno ottenere un rimborso fino a 20.000 euro. L’obiettivo finale, condiviso con la ministra, è arrivare progressivamente a una gratuità delle adozioni internazionali, proprio perché oggi si tratta di procedure sempre più complesse e onerose.
Il vicepresidente della Commissione  adozioni internazionali, Vincenzo Starita
Il vicepresidente della Commissione  adozioni internazionali, Vincenzo Starita
Che clima si è respirato durante l’assemblea? Più preoccupazione o più fiducia?
Direi decisamente un clima positivo e propositivo. Il leitmotiv degli interventi è stato quello della speranza: la convinzione che l’adozione internazionale abbia ancora un futuro. Nonostante la riduzione dei numeri rispetto al passato, l’Italia resta un Paese molto attivo. Questo è possibile grazie alla generosità delle coppie italiane, che continuano a manifestare una disponibilità straordinaria verso l’infanzia abbandonata.eQuali sono i fattori che rendono oggi più difficile procedere con le adozioni internazionali?
Si tratta di un fenomeno globale e strutturale. In molti Paesi di origine è diminuita la disponibilità di minori adottabili, spesso per motivi positivi: alcuni Stati, come Brasile o India, hanno migliorato le condizioni economiche e i sistemi di protezione dell’infanzia. In altri casi, invece, la riduzione è legata a scelte politiche o ideologiche, con Paesi che hanno chiuso alle adozioni internazionali per ragioni di immagine. A questo si aggiungono fattori di grande impatto come i conflitti internazionali e la pandemia da Covid-19, che ha rallentato procedure e relazioni tra Stati, con effetti che ancora oggi purtroppo si fanno sentire.
Alla fine del suo mandato, che scadrà a giugno, c’è qualcosa che considera un rimpianto?
Il mio principale rammarico è non essere riuscito ad aprire nuovi canali di adozione con altri Paesi. Abbiamo lavorato molto per stipulare accordi bilaterali, ma spesso abbiamo incontrato ostacoli normativi, in particolare legati alla tutela dei dati personali o alla mancanza di legislazioni adeguate nei Paesi partner. In alcuni casi, come con il Paraguay, si intravedono prospettive positive, ma si tratta sempre di percorsi complessi e lunghi.
I problemi maggiori riguardano i rapporti internazionali o l’organizzazione interna del sistema?
Entrambi gli aspetti presentano criticità. Il sistema italiano è molto complesso perché coinvolge numerosi attori: tribunali per i minorenni, enti autorizzati, servizi territoriali e Commissione. Un tema su cui occorre lavorare è il numero degli enti autorizzati: oggi sono 43, un dato molto superiore rispetto agli altri Paesi europei. La Spagna ne ha 14, la Francia 7, la Germania 6. Ridurre ulteriormente questo numero potrebbe migliorare l’efficienza del sistema e facilitare le attività di vigilanza.
Qual è lo stato dell’arte delle adozioni da parte di single?
Siamo in una fase iniziale, proprio settimana scorsa abbiamo registrato un passaggio significativo: ho firmato il primo provvedimento di abbinamento tra una persona singola italiana e una minore in India. Com’è noto, la Corte costituzionale con la sentenza n. 33 dello scorso anno, ha riconosciuto la possibilità di adozione da parte dei single, intesi però come persone singole in senso proprio, cioè prive di un legame stabile formalizzato. Non ha invece ancora affrontato il tema delle adozioni da parte delle unioni civili (proprio di recente, su questo punto, il Tribunale per i minorenni di Venezia ha sollevato una questione di legittimità costituzionale che potrebbe portare a un ulteriore pronunciamento della Corte). Nella pratica su questo punto emergono alcune criticità, soprattutto nei rapporti con i Paesi di origine, che in alcuni casi — in particolare in diverse realtà dell’America Latina — mostrano resistenze ad accogliere dossier di persone singole, soprattutto quando esistono convivenze stabili non formalizzate.
Il numero delle adozioni potrà tornare a crescere?
Fare previsioni in un contesto internazionale così instabile è molto difficile: l’adozione è legata alle relazioni tra Paesi, quando vengono meno o si spezzano del tutto questo produce effetti dirompenti anche sulle procedure di accoglienza. Tuttavia, ritengo che non si debba guardare solo al dato quantitativo. Ciò che conta davvero è la qualità delle adozioni. In questo senso, il nostro Paese sta migliorando: c’è una crescente attenzione nella preparazione delle coppie e nell’accompagnamento post-adottivo. La maggioranza delle adozioni che realizziamo oggi sono buone adozioni, e questo è merito dell’impegno delle famiglie italiane e degli operatori che lavorano nel settore, a cui andrebbe sempre detto grazie. La verità è che gli italiani sono predisposti culturalmente a una sensibilità rispetto all’infanzia abbandonata: è un tema che non ha mai smesso d’essere centrale, nonostante il passaggio delle diverse compagini governative, e di cui l’operato della Cai è e mi auguro resti anche negli anni a venire plastica espressione.

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