Come si cresce un figlio che non riesce a riconoscersi nel proprio corpo
di Luciano Moia
Due madri, due percorsi con esiti diversi. Tra affermazione di genere e “desistenza”, il racconto di chi ha scelto di non cedere a giudizi ideologici né a semplificazioni

La questione dell’identità di genere in età adolescenziale interroga famiglie, istituzioni, comunità educative e religiose con una forza che non consente semplificazioni. È un terreno complesso, attraversato da esperienze intime, percorsi clinici, interrogativi etici e giuridici, che richiedono uno sguardo capace di tenere insieme rispetto, ascolto e prudenza. Le parole del documento finale dell’assemblea sinodale della Chiesa italiana, d’altronde, indicano con chiarezza questa direzione: «le Chiese locali, superando l’atteggiamento discriminatorio a volte diffuso negli ambienti ecclesiali e nella società, si impegnino a promuovere il riconoscimento e l’accompagnamento delle persone omoaffettive e transgender, così come dei loro genitori, che già appartengono alla comunità cristiana». È con questo atteggiamento, lontano dalle contrapposizioni ideologiche e attento alla concretezza delle vite, che intendiamo riprendere il dibattito scaturito dalla vicenda del tredicenne transgender della Spezia, per il quale il Tribunale ha disposto la rettifica dell’atto di nascita riconoscendo il nome elettivo e l’identità di genere. Della vicenda abbiamo già parlato su Avvenire e non intendiamo qui approfondirne i dettagli di cui, in realtà, si conosce molto poco. Nessuno di noi ha letto i referti degli specialisti – una documentazione amplissima – che hanno convinto i giudici a fare quella scelta. Nessuno ha assistito al lungo e certamente tormentato percorso di due genitori che si sono trovati ad affrontare una situazione non solo delicata, difficile e sorprendente, ma anche decisiva per il futuro di una figlia che non si riconosce nel proprio corpo e che chiede sostegno.
Per capire di più, abbiamo chiesto aiuto a due mamme con figli Lgbt+ che hanno accettato di raccontarci la propria storia. Fanno parte di due associazioni che, di fronte alla questione identità di genere, hanno approcci diversi, come diverso è stato l’esito a cui sono giunti i loro figli. Una ha imboccato serenamente la strada dell’affermazione di genere e ora è una adolescente che vive con maggior serenità la propria. L’altra, dopo verifiche e interrogativi la cui drammaticità è impossibile da sintetizzare in poche righe, si è orientata verso la desistenza, cioè ha accettato di riconoscersi nel proprio sesso biologico. Non si tratta di stabilire chi ha vinto e chi perso. Non siamo a una gara sportiva. E neppure decidere chi ha fatto bene e chi ha fatto male. Perché, ascoltando le due mamme, con il rispetto necessario per ogni situazione familiare segnata dalla complessità, è facile convincersi che esiste un limite oltre il quale chi guarda dall’esterno non ha il diritto di andare. La mamma che fa parte del direttivo dell’associazione GenerazioneD preferisce mantenere l’anonimato. Non nega che esistano persone autenticamente transgender ma invoca prudenza e rispetto prima di avviare qualsiasi percorso finalizzato all’affermazione di genere. Fa notare, per esempio, che non esista alcun test diagnostico per accertare la disforia di genere e che tutto è affidato al sentire della persona. E quanto può essere affidabile il sentire di una ragazzina di 10 o 12 anni? Come spiegare a un preadolescente che avverte disagio verso il proprio sesso biologico e vorrebbe avviare la transizione, questioni complesse come la sessualità e la fertilità? Può capire davvero che per lui o per lei, se si avviasse quella rettifica auspicata, tutto cambierebbe radicalmente? La mamma di GenerazioneD cita al proposito uno studio tedesco della primavera scorso secondo cui, sulla base di una casistica vastissima, oltre il 90 per cento dei casi di disforia sfocia in una rappacificazione con il proprio corpo. Da qui la richiesta agli specialisti di non spingere sull’acceleratore, di lasciar crescere questi ragazzi senza interventi invasivi, di non avvallare immediatamente le richieste dei figli senza aver chiesto aiuto, indagato, capito, verificato. La parola d’ordine, per due genitori alle prese con l’incongruenza di genere della loro creatura, dovrebbe essere una sola: prudenza. Naturalmente – ci tiene a ribadire - massima comprensione e totale vicinanza per le difficoltà a cui sono chiamati due genitori in un mondo scientifico come quello in cui siamo immersi in cui – sostiene – la spinta all’affermazione di genere è prevalente. Difficile trovare psicologi, ma anche endocrinologi o pediatri disposti a rallentare la corsa verso la transizione con l’obiettivo di vederci chiaro. Ecco perché, secondo i genitori che aderiscono a GenerazioneD, la spinta del contagio sociale è fortissima. Sarebbe invece necessario incontrare professionisti disposti ad approfondire per tutto il tempo necessario, senza negare in modo preconcetto che la desistenza sia una possibilità reale e concreta. Spesso, fa notare, nel disagio ci sono altre problematiche che vanno fatte emergere. Ma è un impegno che costa fatica. Come quella che ha accettato lei insieme al marito per accompagnare la figlia a capire quello che stava capitando. Anni complessi, silenzi e incomprensioni, con tutto il mondo esterno – ricorda – che ti dice che stai sbagliando. Loro però erano convinti del contrario e adesso si dicono soddisfatti per non aver ceduto alle pressioni. Ora, a 19 anni, la figlia ha risolto i suoi problemi di identità, frequenta l’università, mostra di essere più adulta e matura. La transizione è stata dimenticata.
Non è successo così per Giovanna, la mamma di Chanel, che fa parte dell’associazione Con-Te-stare di Padova. Per lei e per il marito la scoperta dell’incongruenza di genere del figlio è stato un fatto quasi naturale, perché fin da piccolo lui si mostrava interessato ai giochi e ai vestiti delle bambine. Una preferenza chiara, colori e simboli ben definiti di un’identità di genere diversa rispetto al suo sesso biologico, che si è mantenuta inalterata negli anni successivi e che, nell’estate tra la secondaria inferiore e quella superiore, è sfociata in un coming-out atteso e temuto allo stesso tempo. Una dichiarazione che, se non ha stupito, ha comunque messo i genitori di fronte all’esigenza di capire, approfondire, cercare aiuti per accompagnare il figlio nel modo più opportuno. Una ricerca sfociata nell’incontro con Roberta Rosin, psicologa e psicoterapeuta con grande esperienza nel mondo transgender, membro del Consiglio direttivo Onig (Osservatorio nazionale identità di genere) che ha fornito un contributo determinante per aiutare Chanel a fare chiarezza dentro sé stessa e, allo stesso tempo, per accompagnare i genitori ad acquisire nuova consapevolezza su una possibilità, quella del percorso di affermazione di genere (della transizione di genere), su cui quasi nessun genitore nasce con competenze adeguate. Un percorso apparentemente lineare ma che, come racconta mamma Giovanna, non ha risparmiato a Chanel momenti amari, sia nel rapporto con i compagni di scuola, sia con la comunità parrocchiale della diocesi di Padova dove la famiglia vive. A parole tanti attestati di vicinanza e di solidarietà, nella realtà una presa di distanza che di fatto ha spesso confinato la famiglia in una condizione di solitudine. Eppure i genitori hanno tenuto duro, non hanno mai fatto mancare a Chanel sostegni e incoraggiamenti soprattutto in questi mesi, mentre lei attraversa gli anni dell’adolescenza con un’identità transgender di cui, giorno dopo giorno, si dice convinta. Quando parliamo a Giovanna del rischio che la convinzione di Chanel possa essere determinata da quel contagio sociale spesso evocato come causa di tante, presunte, varianze di genere, lei nega decisamente: «Non si può sopportare tutto quello che Chanel ha sopportato in questi anni, e che molto spesso ci ha taciuto, se l’identità transgender è sollecitata solo dal desiderio di seguire una moda o di imitare qualche influencer. Al di là di quello che si dice, lo stigma per i ragazzi transgender è ancora così pesante che può essere accettato soltanto se siamo di fronte a un bisogno reale e profondo». Storie diverse, esiti diversi, identica la preoccupazione e l’impegno dei genitori per assicurare ai figli un futuro di serenità, oltre il dilemma transizione o desistenza. E oltre le polemiche. Perché chi ancora vorrebbe ridurre le questioni di genere a una lotta tra fazioni – pro o contro il mondo trans – mostra di non comprendere il dramma vissuto da questi ragazzi, da queste ragazze, e dalle loro famiglie. Ascoltiamoli prima di giudicare.
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