Fare famiglia da soli: chi (e come) aiuta le mogli e i mariti che restano vedovi

Nel nostro Paese ci sono circa 5 milioni di persone che hanno perso un coniuge, di cui quasi 4 sono donne. Viaggio nella sofferenza di una condizione rimossa che sempre più spesso diventa diseguaglianza sociale
February 24, 2026
Una giovane donna sola, al cimitero
Una giovane donna sola, al cimitero. In Italia il rapporto tra vedove e vedovi è di 4 a 1
Vedovanza. Non è una parola simpatica. Comunque la si prenda lascia dentro un sapore amaro perché parla di qualcosa che non c’è più, suggerisce prospettive faticose, induce a guardare la persona che sta vivendo questa condizione con un atteggiamento che sta a metà strada tra la paura e la compassione. La paura nasce dalla consapevolezza che tutti i matrimoni, ad un certo punto, hanno proprio quell’esito lì. A parte pochi casi che vorremmo definire fortunati, se l’aggettivo in questo contesto non risultasse un po’ fuori luogo, in cui lui e lei, al termine di una lunga vita, vivono la grazia di un addio insieme, magari a pochi minuti l’uno dall’altra – e quanto ci commuovono queste storie – la maggior parte delle persone sposate sono destinate ad affrontare la prova della vedovanza. Capita a tutti, ma è difficile, sempre. Soprattutto quando i doni del matrimonio sono stati abbondanti e hanno segnato in profondità l’identità di ciascuno. Ma la morte, anche quando arriva da anziani, non fa mai sconti. Sconvolge ogni equilibrio, ridefinisce le dinamiche familiari, obbliga a girare pagina. Gli psicologi definiscono la morte del coniuge “un evento stressante estremo”.
Eppure se ne parla pochissimo non soltanto nel campo delle scienze umane, ma anche in ambito pastorale, perché il nome stesso suggerisce riferimenti che sembrano appartenere al passato. Oggi, verrebbe da dire, perché mai dovremmo tornare ad occuparci della condizione dei coniugi che rimangono soli? Perché – potrebbe essere la risposta più semplice – la civiltà digitale ha dilatato e reso più pesante ogni condizione di solitudine, perché le relazioni non sono mai state così frammentate e faticose, perché – infine – dobbiamo smetterla di pensare che la logica del consumismo debba essere applicata al mondo degli affetti. Non tutto, per fortuna, può essere sostituito e avvicendato in modo spensierato. Ci sono tante persone che preferiscono rimanere sole, con il conforto di un ricordo che, dopo tanti anni, continua a riempire le giornate e a dare senso alla vita. Una consapevolezza che non esclude la possibilità di avviare una nuova relazione, ma che la rende sicuramente più difficile, più problematica e comunque non immediata. Lo testimonia la crescente percentuale di vedove sotto i quarant’anni con figli a carico. Condizione che andrebbe approfondita anche a livello sociologico, mentre una delle pochissime ricerche sul tema, realizzata dal Centro internazionale studi famiglia (Cisf), risale ormai a 25 anni fa.
Ma c’è un’altra ragione che rende la questione vedovanza tutt’altro che marginale. In Italia, secondo gli ultimi dati Istat, ci sono circa 5 milioni di persone vedove: 3.816.032 donne e 694.577 uomini. Quattro vedove per ogni vedovo. Questo vuol dire che un numero crescente di donne – vedove o separate – si trova a far fronte a sempre una maggiore precarietà delle relazioni familiari, con un conseguente, pesante costo individuale e sociale. I nuclei formati soltanto da un solo genitore hanno nell’83 per cento dei casi una donna come unica figura di riferimento. Sia perché è maggiore la probabilità per le donne di rimanere vedove rispetto agli uomini, sia perché in seguito a una separazione o divorzio i figli sono abitualmente affidati alla madre.
In questo contesto la diocesi di Milano, Servizio per la pastorale della famiglia, ha deciso di scendere in campo con un’iniziativa che intende andare al di là dell’impegno – pur encomiabile – profuso tradizionalmente dai movimenti di spiritualità vedovile. L’obiettivo è quello di offrire uno spazio aperto per il confronto di esperienze e per il sostegno reciproco, partendo dalla vicinanza umana, dall’amicizia, dalla riflessione insieme, dallo scambio di testimonianze. In questo modo i gruppi – al momento uno a Milano e l’altro a Varese – riescono ad attrarre anche persone vedove di orientamento laico e perfino di altre religioni.
«Nelle nostre comunità parrocchiali – spiega Ida Regalia, già docente di sociologia in Statale e tra le animatrici dell’iniziativa – è difficile affrontare le questioni che a noi stanno a cuore e spesso mancano le parole adatte per parlare di assenza, di solitudine, di morte, di riconciliazione con la persona defunta. Ma sono discorsi che si basano sull’ascolto reciproco, pieno di rispetto, tra chi ha fatto l’esperienza della perdita del coniuge, come avviene nei nostri incontri, cui partecipano anche giovani vedove e alcuni uomini. D’altra parte, anche se l’esperienza del dolore è sempre diversa, esistono domande che tornano e che vanno affrontate – cosa fare adesso? Chi sono io oggi? Come riprendermi dopo la morte di chi ho a lungo amato? – secondo un modo delicato di comunicare e ascoltarci che potrei definire della conversazione spirituale».
L’approccio, come detto, punta a far emergere le diverse esperienze e a valorizzare il confronto. Gli incontri, mensili, sono stati costruiti partendo dai sentimenti e facendo riferimento ad alcuni maestri di spiritualità come lo psichiatra Eugenio Borgna, scomparso nel 2024, in particolare prendendo spunto da brani di alcuni suoi libri, come “Gioia” e “Attesa della speranza”. Dove parlare di gioia può quasi diventare provocatorio in mezzo a persone che hanno vissuto la lunga stagione della sofferenza. «Eppure la riflessione sulla gioia, come ricordo importante e come sentimento che è possibile riscoprire anche se in modo diverso – riprende Regalia – ha aperto prospettive importanti. Con lo stesso criterio, partendo da un’omelia di papa Francesco e da un testo di don Luigi Verdi, abbiamo affrontato l’opposizione buio-luce. In modo aperto, senza preclusioni, si crea tra noi un dialogo bello e stimolante, ciascuno raccoglie l’esperienza dell’altro e apre le porte del cuore, talvolta si piange, ma in un contesto di serenità e di scambio. Si possono anche aprire squarci di nuova consapevolezza, com’è capitato a una donna italiana sposata con un musulmano che ha ripensato la sua esperienza con la morte del coniuge in una prospettiva diversa».
È capitato anche a Marina Lazzati, psicopedagogista, che ha perso il marito ancora giovane, a causa di un incidente in montagna. «L’ultimo dei miei tre figli non aveva ancora 14 anni. Quando ho preso coscienza di quello che era capitato – e non è stato né facile né rapido – e ho cominciato a stare meglio, ho scritto un libro che “Da mai più a per sempre. Appunti di viaggio” (Terre di mezzo), che è servito anche a me. Mio figlio piccolo mi ha detto: "Mamma, finalmente parli del tuo dolore". Ci stavamo proteggendo a vicenda». Anche Marina Lazzati oggi è tra le animatrici dei percorsi di aiuto avviati dalla diocesi di Milano. «Sono un sostegno importante – spiega - la parola chiave è la condivisione. Spesso nel dolore ci si chiude, spesso non si incontrano le parole giuste, spesso le persone si difendono dal dolore altrui». L’incontro e lo scambio reciproco servono appunto per accogliere il dolore. Ma occorre farlo in modo adeguato perché l’accoglienza è piena di luoghi comuni che sono più dannosi che benefici. Niente parole scontate, niente devozionismi. «La fede è importante, naturalmente – riprende Lazzati – ma non è il primo passo che proponiamo, appunto perché vogliamo dare la possibilità a tutti di fare un passo verso gli altri. Il fatto che ci siano persone che hanno vissuto un certo tipo di lutto ci dice che è più facile comprendersi. Non a caso, pur nella diversità del dolore, parliamo di condivisione della perdita. Non siamo maestri ma testimoni. Non mi piace dire che il dolore si trasforma nel tempo - conclude la psicopedagogista - ma prende una forma che diventa compatibile con la vita, anche se all’inizio è talmente soffocante che sembra che porti alla morte».
L’iniziativa della diocesi di Milano non è l’unico esempio di vicinanza e di aiuto per le persone vedove. Esistono esperienze anche in altre diocesi. Un riferimento importante, per esempio, è quello di Modena, con un impegno a tutto tondo verso le diverse declinazioni del lutto, compreso quello più assurdo e inaccettabile, la morte di un figlio. Anche in questo ambito però le esperienze sono poche, spesso frutto di volontà personale e non di scelte strutturali. La spiritualità e, soprattutto, il senso del dolore rimangono un ambito spinoso, in cui si preferisce non avventurarsi. Purtroppo è così, osserva Cucci Amelia Scafuro, presidente dell’associazione Il Melograno per i diritti civili delle persone vedove, «si nota ovunque un certo arretramento, come se parlare di vedovanza non fosse più di moda. Fino a una ventina di anni fa i movimenti di spiritualità vedovili erano molto vivaci. Poi pian piano la maggior parte sono scomparsi. Resistono le realtà più importanti (vedi il box qui a fianco), anche se la stessa pastorale sembra oggi considerare quasi inutile questo impegno». Il Melograno è una delle poche realtà impegnate per la difesa dei diritti civili nella vedovanza. «Chiediamo significative politiche di sostegno, più adeguate norme previdenziali, facilitazioni per l’ingresso nel mondo del lavoro, aiuti per l’educazione dei figli con tariffe agevolate per i vari servizi. Non abbiamo scelto la solitudine, ma adesso – conclude la presidente – siamo costrette a “far famiglia” da sole. Crediamo che anche le famiglie vedove abbiano il diritto di essere considerate famiglie a tutti gli effetti. Senza aggettivi». Un’attenzione nuova insomma, anche sotto il profilo culturale, indispensabile alle persone vedove per guardare avanti con nuove speranze, abbattere i pregiudizi e ricominciare a sorridere alla vita.

Dai movimenti alla consacrazione: quando all'altro di rimane fedeli

L’accompagnamento delle persone vedove è sempre stato tra gli impegni ecclesiali più significativi. Un apostolato che ha trovato nella storia decine e decine di espressioni caritative grazie al lavoro di congregazioni, movimenti di spiritualità, aggregazioni laicali. Per limitarci all’epoca contemporanea, una delle esperienze più significative è l’Opera Madonnina del Grappa di Sestri Levante, creata da padre Enrico Mauri nel 1922 con l’intento di accogliere vedovi e orfani di guerra. Padre Mauri, per cui è in corso il processo di beatificazione, non è soltanto un campione della carità, ma le sue opere nell’ambito del matrimonio e della vita di coppia, fanno di lui un precursore della spiritualità familiare. Nelle sue catechesi nuziali si trovano intuizioni che furono poi riprese dal Vaticano II. Il movimento vedovile “Speranza e vita”, oggi diffuso in molte diocesi, è una dei rami spuntati dall’albero dell’Opera Madonnina del Grappa.
Una foto di archivio del Movimento vedovile “Speranza e vita” 
Una foto di archivio del Movimento vedovile “Speranza e vita” 
Dopo il Vaticano II ha ripreso vigore anche l’Ordo viduarum, che oggi raccoglie in una ventina di diocesi circa 500 vedove consacrate. Si tratta di una «forma di vita ecclesiale» che vanta un’antichissima tradizione apostolica che è tornata a essere praticata nelle Chiese particolari con l’approvazione dei vescovi diocesani. Cosa si propone questa particolare forma di apostolato? La castità perpetua, in virtù della grazia battesimale e della vocazione sponsale, l’intensa vita di preghiera, la scelta della carità e del servizio, il legame con il vescovo e la Chiesa diocesana. Si tratta, come è facile comprendere, di una scelta radicale che può essere abbracciata soltanto in un ambito di fede convinta e condivisa.
Si muove in un ambito più sociale l’associazione “Vedove e vedove” di Aiuto famiglia (Aaf) che fa dell’ascolto e della condivisione il suo punto di forza. Così come “Una buona idea – Favor”, associazione a tutela delle persone vedove e dei figli orfani, che si adopera «per fare gruppo, creare una rete ed una comunità, proporre soluzioni soprattutto per chi non solo deve provvedere a se stesso o se stessa, ma anche ai propri figli. Questa è infatti una questione enorme che implica la vedovanza: ovvero il restare l’unico riferimento affettivo, educativo ed economico per la prole». (

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