sabato 17 agosto 2019
L'azienda fondata da Achille Maramotti è oggi un "gigante silenzioso" da 1,6 miliardi di euro di fatturato, con forti investimenti nel credito (il Credem) e una grande collezione d'arte contemporanea
La vetrina del negozio parigino di Max Mara, negli anni '80 (Jim via Flickr, https://flic.kr/p/e7c5m)

La vetrina del negozio parigino di Max Mara, negli anni '80 (Jim via Flickr, https://flic.kr/p/e7c5m)

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C’è una famiglia, fra le più ricche d’Italia, che non ama l’ostentazione anche se la moda è uno dei suoi business principali, assieme alla banca. Sono i Maramotti di Reggio Emilia: Ignazio, Luigi e Ludovica, i tre figli del leggendario Achille, fondatore di Max Mara e inventore del pret-à-porter italiano che oggi ha il nome di Max Mara.

Max Mara Fashion Group, la cassaforte con cui la famiglia controlla, fra l’altro, la nota azienda di pret-à-porter ha chiuso il 2018 con un fatturato di quasi 1,6 miliardi di euro in crescita del 25% sull’esercizio precedente e con un utile salito anno su anno da 224,1 a 239,3 milioni. In progresso i margini reddituali con Ebitda ed Ebit saliti anno su anno, rispettivamente, da 350 a 367 milioni e da 269,5 a 283,3 milioni. Il risultato della gestione finanziaria è stato positivo per 19,1 milioni, registrando un incremento di 10, milioni sul 2017 e lo scorso anno sono stati fatti investimenti per 38,6 milioni.

Questo è, secondo gli addetti ai lavori del mondo del fashion, un «gigante silenzioso»: con 23 marchi e 5.600 dipendenti, conosciuto e apprezzato dalle migliaia di donne clienti che vogliono indossare capi d’abbigliamento di gusto ma non carissimi. Esattamente la ricetta che Achille Maramotti trovò nel 1951, anno di fondazione dell’azienda il cui nome nacque da un superlativo ("max") e dalle prime quattro lettere del suo cognome.

Achille Maramotti, "re di denari", autocrate e mecenate, castellano rinascimentale, padrone di mezzo centro storico di Reggio Emilia, capitano d’industria ottocentesco sempre ai ferri corti coi sindacati, anticomunista nel paese dei comunisti, il signor Max Mara aveva stoffa per più d’una biografia. Non gli servirono neppure i soldi della moglie, Ida Lombardini, della omonima dinastia dei motori agricoli. A fargli iniziare la carriera dall’ago-e-filo, in un capannone dietro la stazione, fu una sorta di predestinazione: mamma Giulia, che lo aveva tirato su da sola, dopo la morte precoce del padre Giuseppe, professore di lingue, teneva scuola di taglio e cucito. E il giovane Achille, benché fresco di laurea in Giurisprudenza, decise di seguire il richiamo del sangue.

Achille Maramotti, fondatore del gruppo Max Mara, negli anni '90

Achille Maramotti, fondatore del gruppo Max Mara, negli anni '90

Accanto alla passerella, nel cuore della dinastia c’è lo sportello. È il Credito Emiliano, la banca quotata di cui i Maramotti sono azionisti storici e maggiori soci con oltre il 38% del capitale detenuto dalle tre casseforti Cofimar Società (24,5%), Società Anonima Finanziaria Emiliana (8,62%) e Unity Re (4,85%). Le azioni sono di Credemholding che controlla oltre il 76% dell’istituto di credito di cui Luigi è vicepresidente mentre Ignazio ricopre lo stesso ruolo nella holding. Una banca che rende visto che i Maramotti dalle loro azioni hanno incassato qualche settimana fa circa 11 milioni a titolo di dividendo.

Anche la passione per lo sportello è stata trasmessa ai Maramotti da papà Achille. Al fondatore del gruppo, infatti, il pallino per le banche gli esplose dentro quando la DC, che glielo aveva messo, lo tolse dal consiglio d’amministrazione della Cassa di Risparmio di Bologna; e lui, senza fare una piega, rilevò la Banca Agricola rimettendola a nuovo col nome appunto di Credito Emiliano. Ma oltre al Credem, patron Maramotti mise un piede nell’allora Credito Romagnolo e così quando questo finì nel 1994 dopo l’offerta pubblica d’acquisto nell’orbita del Credito Italiano, l’imprenditore si ritrovò fra le mani un consistente pacchetto di azioni pari a circa il 2% di quella banca che di lì a qualche anno sarebbe diventata la grande Unicredit.

L'ingresso del palazzo Spalletti Trivelli, sede del Credem

L'ingresso del palazzo Spalletti Trivelli, sede del Credem

Quello che allora era un tesoretto di titoli spalancò a Maramotti padre le porte prima del consiglio d’amministrazione di Unicredit e poi addirittura di Mediobanca indicato proprio da Rondelli anche quale membro indipendente del comitato esecutivo: alla sua morte il testimone passò In Unicredit gli sono succeduti prima il figlio Ignazio e poi Luigi che dal consiglio della banca è uscito nel 2015.

Un’altra eredità di papà Achille che i tre eredi preservano e arricchiscono è la passione per l’arte. La Collezione Maramotti, che ha aperto i battenti nel 2007, nella sede storica della Max Mara a Reggio Emilia, consta infatti di una significativa selezione di oltre duecento opere che rappresentano solo una parte del patrimonio iconografico costituitosi in quarant’anni di appassionato collezionismo.

Monocled Cobra and King Snake di Philip Taaffe, una delle opere della Collezione Maramotti

Monocled Cobra and King Snake di Philip Taaffe, una delle opere della Collezione Maramotti

La collezione è costituita da opere realizzate dal 1945 a oggi che rappresentano alcune delle principali tendenze artistiche italiane e internazionali affermatesi nel secondo Novecento. Oltre a presentare un’esposizione permanente, la Collezione organizza mostre temporanee, invita artisti internazionali, predispone conversazioni a tema, organizza concerti di musica contemporanea, commissiona spettacoli di danza e partecipa a momenti di incontro dedicati ai libri d’artista.

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