martedì 10 gennaio 2012
​Secondo il Consiglio nazionale Ordine consulenti del lavoro «i Neet tra i 15 e i 29 anni nel 2010 hanno raggiunto quota 2,3 milioni, circa il 23,4%». Quasi una persona su tre che si è rassegnata a non trovare impiego, invece, è italiana. È quanto emerge da dati Eurostat 2010.
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​Per effetto della crisi «è in significativo aumento il numero dei giovani che non sono né occupati né impegnati in corsi di studio o formazione, i cosiddetti Neet (Not in education, employment or training)». È quanto sostiene il Consiglio nazionale Ordine consulenti del lavoro, spiegando che «nel triennio 2005-2008 i Neet tra i 15 e i 29 anni erano poco meno di due milioni, pari al 20% della popolazione nella stessa fascia d'età; nel 2010 hanno raggiunto quota 2,3 milioni, circa il 23,4%. Una condizione collegata solo in parte al fenomeno della disoccupazione. Allora perché i giovani non cercano lavoro?». La Fondazione studi e il Consiglio nazionale dell'ordine dei consulenti del lavoro «hanno analizzato questo fenomeno, di grande rilevanza sociale, in un'approfondita indagine».Il 21% ritiene di non riuscire a trovare un impiego, il 20% per motivi familiari, il 13% per effetto di criticità legate al territorio. Solo il 23,4% dei giovani italiani, comunque, risulta disponibile a trasferirsi per trovare un'occupazione.L'aumento dei Neet è stato più marcato nelle regioni del Nord e del Centro Italia, meno pronunciato nel Sud, dove tuttavia l'incidenza di giovani Neet era prossima al 30% già prima della crisi. I differenziali di genere sono presenti anche nelle percentuali degli inattivi in Italia; mentre le donne si attestano intorno al 26%, gli uomini raggiungono il 20% delle unità comprese nella fascia d'età 15- 29 anni.Ma la condizione di Neet è solo in parte collegata al fenomeno della disoccupazione, avverte l'indagine. Nel 2008 il 30,8% dei Neet cercava un'occupazione (il 25,3% tra le donne); tale quota ha raggiunto il 33,8% nel 2010. Nel Nord-Ovest e al Centro quasi il 40% dei giovani che non studiano e non lavorano era alla ricerca di un'occupazione, il 38% nel Nord-Est. Nel Mezzogiorno, dove la partecipazione al mercato del lavoro è inferiore per tutte le fasce d'età, la quota non raggiungeva nemmeno il 30%. Nella stessa ricerca della Fondazione Studi, dagli operatori del mercato sono state evidenziate le figure professionali introvabili o di difficile reperimento nel mercato del lavoro italiano. Ne emerge che, mentre il mercato è sempre più incapace di garantire sbocchi professionali, i mestieri manuali non risentono della crisi: informatici e telematici; idraulici; personale sanitario; ingegneri meccanici; conduttori di macchine; cuochi. Settore d'occupazione per 8.383.000 lavoratori (il 36% del totale degli occupati), anche nel 2011 sono stati i più richiesti, come evidenziato nell'ultimo Rapporto sulla situazione del Paese presentato dal Censis. A fronte di quasi 600mila assunzioni previste dalle aziende, ben 264mila (il 44,4%) hanno interessato lavori di tipo manuale. Tuttavia, le imprese lamentano difficoltà di reperimento, visto che sarebbero circa 50mila (il 19% del totale) le posizioni di lavoro considerate di difficile copertura..Negli anni è avvenuto un vero e proprio processo di sostituzione tra lavoratori italiani e stranieri in molte professioni manuali, si osserva. Tra il 2005 e il 2010, a fronte di un crollo dei lavoratori italiani occupati in professioni manuali (-842.000, -11%), si registra un significativo aumento dei lavoratori stranieri (+725.000, +83,8%), la cui incidenza passa dal 10,2% al 19% del totale. Altro dato su cui fare una seria riflessione, per i consulenti del lavoro, è sicuramente quello che evidenza che tra le nuove generazioni sta progressivamente perdendo attrazione una delle figure centrali del nostro tessuto economico, quella dell'imprenditore. Solo il 32,5% dei giovani di 15-35 anni dichiara di voler mettere su un'attività in proprio, meno che in Spagna (56,3%), Francia (48,4%), Regno Unito (46,5%) e Germania (35,2%).E, si sottolinea, i giovani sono oggi i lavoratori su cui grava di più il costo della mobilità in uscita. Nel 2010, su 100 licenziamenti che hanno determinato una condizione di inoccupazione, 38 hanno riguardato giovani con meno di 35 anni e 30 soggetti con 35-44 anni. Solo in 32 casi si è trattato di persone con 45 anni o più. L'Italia presenta un tasso di anzianità aziendale ben superiore a quello dei principali Paesi europei. Lavora nella stessa azienda da più di dieci anni il 50,7% dei lavoratori italiani, il 44,6% dei tedeschi, il 43,3% dei francesi, il 34,5% degli spagnoli e il 32,3% degli inglesi. EUROSTAT: SONO 8,2 MILIONI I SENZA SPERANZA NELL'UE Nell'Ue a 27, invece, sono otto milioni 250mila coloro che non cercano un impiego, ma sono disponibili a lavorare (3,5% della forza lavoro). E l'Italia è il Paese con il più alto numero, ne conta ben 2,7 milioni (l'11,1% della forza lavoro). Quasi una persona su tre senza più speranza di trovare impiego è italiana. È quanto emerge da dati Eurostat 2010.
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