mercoledì 9 gennaio 2019
L'Istat: occupazione stabile a novembre, ma per i sindacati è stagnante. La Banca Mondiale: l'economia rallenta per i timori legati a Brexit e dazi
La sede della banca mondiale a Washington (Ansa)

La sede della banca mondiale a Washington (Ansa)

L'economia mondiale rallenta e l’Italia accusa il colpo. La frenata del 2018 potrebbe tradursi nell’anno che si è appena aperto in una fase di recessione per colpa da una parte delle situazioni internazionali, dalla Brexit alle guerre commerciali alla vulnerabilità dei mercati emergenti, e dall’altra di problemi "interni" come il debito pubblico e le tensioni con l’Europa per evitare la procedura d’infrazione sulla legge di bilancio ma anche una ripresa che ormai ha perso la sua spinta propulsiva e un mercato del lavoro stagnante. I dati arrivati in questi primi giorni dell’anno da fonti diverse, dalla Banca Mondiale all’Istat passando per Moody’s evidenziano un quadro tutt’altro che roseo.

Agli inizi del 2018 l’economia globale girava al massimo ma adesso il quadro è cambiato. La Banca Mondiale ha rivisto le stime al ribasso: nel 2019 la crescita si fermerà al 2,9% un soffio al di sotto del 3% dell’anno appena trascorso. L’area euro crescerà solo dell’1,6% contro l’1,9% del 2018. Per gli Stati Uniti è previsto un aumento del Pil del 2,5% e anche la Cina rallenterà fermandosi al 6,2% contro il 6,5% dell’anno appena concluso. «Nel corso dell’anno l’economia mondiale ha perso velocità e la strada potrebbe essere ancora più accidentata andando avanti quest’anno» ha sottolineato l’amministratore delegato della Banca Mondiale, Kristalina Georgieva. «Un possibile intensificarsi delle restrizioni commerciali resta una possibilità papabile. L’incertezza politica e i rischi geopolitici restano elevati e questo potrebbe avere un impatto negativo sulla fiducia e sugli investimenti». Sulla stessa lunghezza d’onda anche i dati diffusi da Moody’s sull’Europa. L’Italia ancora una volta viene indicata come uno dei Paesi a rischio per l’elevato debito pubblico che costituisce un vincolo per il rating insieme a Portoglallo e Spagna. Le previsioni per l’area euro secondo Moody’s (confermate anche dal rapporto Ifo-Istat-Kof) parlano però di una crescita «ancora robusta», pari all’1,9%. Le incertezze principali sono legate alla Brexit e ai dazi americani. Germania e Slovacchia saranno i Paesi più esposti per via dell’apertura delle loro economie. «Le crescenti tensioni commerciali e il rallentamento dell’economia globale» potrebbero avere «un impatto negativo sia sulla fiducia sia sugli investimenti» secondo l’agenzia.

Segnali di incertezza arrivano per l’Italia anche dal mercato del lavoro. Dopo due mesi di crescita il tasso di disoccupazione è tornato a scendere a novembre, in un quadro di sostanziale stabilità dell’occupazione mentre aumentano gli inattivi. Stando ai dati diffusi ieri dall’Istat, il tasso di disoccupazione a novembre è sceso a 10,5% da 10,6% del mese precedente, a fronte di un calo dei disoccupati di 25 mila unità accompagnato da un aumento degli inattivi di 26mila unità, mentre gli occupati sono cresciuti di appena 4mila unità. Su base annua, l’occupazione cresce di 99mila unità (+0,4%), ma si tratta dell’incremento minore da maggio 2015. Rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, il tasso di occupazione è aumentato di 3 decimi a 58,6%, mentre il tasso di disoccupazione è sceso di mezzo punto. Per quanto riguarda i giovani tra i 15 e i 24 anni, il tasso di disoccupazione scende al 31,6%, con una flessione di 0,6 punti rispetto a ottobre. E mentre il M5S vede il bicchiere mezzo pieno, sottolineando che grazie al decreto Dignità cresce l’occupazione stabile e diminuiscono (-22mila in un mese) i contratti a tempo determinato, per i sindacati e le opposizioni emergono segnali di stanchezza dal punto di vista della capacità dell’economia di generare nuovi posti di lavoro, coerenti con un quadro di crescita al ribasso. Confesercenti sottolinea il preoccupante «aumento degli inattivi» e contesta al governo l’assenza di misure a favore delle piccole medie imprese. «I dati Istat sull’occupazione di novembre consolidano le forti preoccupazioni della Cisl in merito a una stagnazione economica che colpisce soprattutto le fasce più deboli e sconta la scarsa qualità legislativa di questi mesi. Andamento confermato da una manovra incapace di dare risposte» ha sottolineato Luigi Sbarra, segretario generale aggiunto della Cisl. «Il mercato del lavoro è ormai da troppi mesi immobile. Il Paese è fermo, anzi, dai dati diffusi dall’Istat si intravede, ancor più distintamente, l’avvicinarsi del rischio recessione» ha aggiunto la segretaria confederale della Cgil Tania Scacchetti.

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