giovedì 5 novembre 2020
Alla fine del 2019 le preoccupazioni degli italiani si orientavano prevalentemente sugli aspetti economici e sociali (disoccupazione 45%, situazione economica 25%, aumento dei prezzi 24%, salute 9%)
Sebastiano Fadda, presidente dell'Inapp

Sebastiano Fadda, presidente dell'Inapp - Archivio

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L’Italia è un Paese che vive da anni uno stato permanente di “allarme sicurezza” e oggi l’emergenza coronavirus ha rimescolato priorità e paure al punto che il tema della sicurezza “integrata”, da tempo oggetto dell’analisi politica, si ammanta di nuovi significati. Lo si legge nell’ultimo numero della rivista Sinappsi dell’Inapp, l’Istituto nazionale per le analisi delle politiche pubbliche presieduto da Sebastiano Fadda.

Alla fine del 2019 i dati indicano come le paure personali e le preoccupazioni generali degli italiani si orientino prevalentemente sugli aspetti economici e sociali (disoccupazione 45%, situazione economica 25%, aumento dei prezzi 24%, salute 9% – paure che, misurate oggi, darebbero ben più alte percentuali – e solo in minima parte sulla questione criminale (5%), che con la pandemia appare più che mai relegata sullo sfondo del palcoscenico delle paure. I dati sulla percezione di sicurezza nel girare nel proprio quartiere quando è buio o rimanere in casa soli di notte confermano in Italia una percentuale alta di persone che si sentono sicure (68%), pur se inferiore alla media europea (84%), con una percentuale maggiore tra gli uomini (72%), mentre le donne si sentono sicure in una percentuale inferiore di 20 punti (52%).

Usato e abusato, il termine sicurezza, portatore di più significati relativi a differenti tipi di interventi – dalla sicurezza stradale alla pubblica sicurezza e sicurezza pubblica, dalla sicurezza alimentare e informatica a quella urbana fino, oggi più che mai, alla sicurezza della salute pubblica – è sempre più presente in rete, nei media, nelle discussioni parlamentari. Alla Camera dei Deputati l’uso di questo termine è cresciuto negli anni in maniera esponenziale. A partire dal 1976 il termine è contenuto in 96 atti l’anno nella VII Legislatura (1976-1979), in 137 in quella successiva, in 95 tra il 1983 e il 1987, in 101 in quella ancora successiva, e poi vorticosamente, 695, 707, 824, 775, 831, 931, 1.257, fino alla presente legislatura, in cui se ne contano 1.400 l’anno (fino al 20 maggio 2020). Le interrogazioni parlamentari sulla sicurezza passano dal 2,1% alla fine degli anni Settanta al 23,5% degli ultimi anni.

Se si guardano quindi i dati sulla domanda e l’offerta di sicurezza, a determinare l’agenda politica sino alla diffusione della pandemia, e ancor più nell’attuale contingenza, non sembra essere la reale diffusione dell’insicurezza da criminalità e nemmeno l’analisi delle paure in circolazione, quanto il “diritto a non avere paura”, che moltiplica a livello esponenziale le richieste di protezione, portando ad accettare come inevitabile un intervento dall’alto più “deciso” in materia di ordine pubblico. Ma se il “diritto a non avere paura”, che indirizza le mentalità e sensibilità individuali e collettive, comporta l’adozione di politiche che, con la promessa di rassicurare, inducono ad accettare una lenta e impercettibile erosione di princìpi e regole a tutela dei diritti individuali, la tenuta del progetto democratico non potrebbe essere a rischio?

Le politiche di sicurezza devono integrare interventi diversi, ossia repressivi, sociali, urbanistici per anticipare i problemi a partire dal territorio. Per ottenere ciò serve una capacità di coordinamento tra livelli di governo che presuppone maturità istituzionale e qualità della progettazione, in cui l’azione dell’apparato amministrativo assicuri con onestà e trasparenza da un lato i diritti garantiti dallo Stato protettivo (polizia, giustizia), legati alla proprietà e incolumità personale, e dall’altro quelli costituzionalmente garantiti dallo Stato sociale, cioè sanità, assistenza, istruzione, lavoro ecc. A questo proposito, purtroppo, le statistiche giudiziarie segnalano, tra il 2000 e il 2017, un aumento delle condanne per violazioni dei doveri d’ufficio e abusi, peculato e concussione in crescita esponenziale – da poco più di 500 nel 2003 al picco di circa 2.500 nel 2011 – in particolare a partire dal 2005, anno dell’approvazione della legge n. 251 del 2005, cosiddetta ex-Cirielli, che ha ridotto considerevolmente i tempi di calcolo della prescrizione per i reati contro la Pubblica amministrazione.

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