mercoledì 31 gennaio 2024
La protesta degli imprenditori agricoli sta montando anche da noi, ma non ha le dimensioni di quella che infiamma l’Europa del Nord. Cosa chiedono
Manifestazione degli agricoltori, vicino al casello autostradale di Melegnano, nella Città metropolitana di Milano

Manifestazione degli agricoltori, vicino al casello autostradale di Melegnano, nella Città metropolitana di Milano - Fotogramma

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Gli agricoltori italiani non faranno la rivoluzione. I punti della loro piattaforma sono ineccepibili ma politicamente deboli. Chiedono la «riprogrammazione del Green new deal », ossia la «revisione completa della politica agricola europea in quanto di estremismo ambientalista e a discapito della produzione agricola e dei consumatori».

Talmente vero che la stessa Ue dopo aver bandito agrofarmaci come il triciclazolo ha dovuto ammettere di non avere le prove che quel fungicida provochi il cancro. Però, il bando resta, in omaggio all’antico principio di precauzione, che era più uno slogan politico che un principio scientifico. Esattamente come la sostenibilità. L’unica cosa misurabile sono le tonnellate di cereali che importiamo dai Paesi extracomunitari che usano il triciclazolo. In primis, i giganti asiatici, un mercato irrinunciabile per i nostri prodotti industriali e finanziari. Fermare questo flusso, che arricchisce la logistica e la distribuzione, è il secondo punto della piattaforma. Non ci riusciranno, in quanto le importazioni extracomunitarie garantiscono prezzi bassi al consumatore e margini alti ai supermercati. Restano e resteranno una moneta di scambio preziosissima nei negoziati commerciali di Bruxelles. Il problema degli agricoltori è che gli stessi consumatori che schiumano quando vedono aumentare i prezzi delle zucchine vanno in sollucchero al solo sentir parlare di “sostenibilità”.

È il mantra della politica comunitaria e ha permesso alla Commissione di disegnare una strategia che prevede, persino in una fase di cambiamento climatico che imporrebbe il contrario, di dimezzare i prodotti chimici usati nei campi per produrre a costi (e prezzi) competitivi. I trattori che paralizzano il traffico intorno alle città – i dimostranti si sono dati una linea di assoluto rispetto della legalità, ma incidentalmente hanno causato la morte di un uomo a Catanzaro, rimasto bloccato in auto – vorrebbero scardinare un marketing globale che divide i settori e le filiere in amici e nemici.

Purtroppo per loro, figurano tra i secondi e come tali sono giudicati senza appello da chi vorrebbe che il Green deal procedesse senza intoppi. Anche a costo di ripudiare due secoli di lotte sindacali: «Le barricate sulle strade e gli insulti ai burocrati di Bruxelles non sono uno strumento accettabile» ha scritto un grande quotidiano nazionale, negando il diritto di protesta ai lavoratori della terra. Di più: «questo settore deve fare la sua parte nella transizione verso un’economia sostenibile », perché «la sostenibilità è un bene collettivo cruciale, su cui non si può transigere». Sembra la difesa di un grande ideale moderno contro i rigurgiti di un mondo antico, ma i toni sono da Marchese del Grillo.

I fautori della “riscossa” partita dai Comitati Riuniti Agricoli e che si alimenta per l’adesione di gruppi spontanei hanno provato a rompere l’accerchiamento chiamando a raccolta i sindacati, a partire dalla Coldiretti. Il sesto punto della piattaforma – no ai cibi sintetici – pare un omaggio alla bonomiana, che su questo tema sta conducendo una campagna importante. Quando però l’organizzazione agricola ha preso le distanze è montata la rabbia, con tanto di rogo delle tessere, stile Fahreneit 451. Al momento, solo Copagri solidarizza con il movimento. Un altro punto del programma punta all’abolizione dei vincoli e degli incentivi con cui si inducono gli agricoltori a non coltivare la loro terra e la rivendicazione della libertà d’impresa. Può sembrare una battaglia antieuropeista – ed infatti le sinistre accusano i “rivoltosi” di essere strumentalizzati dalle destre populiste – mentre è la reazione al tradimento di un patto antico e privo di alternative.

La sovranità di un sistema politico risiede anche nell’autosufficienza alimentare e rinunciarvi per abbracciare una logica trasnazionale è conforme agli interessi del mondo finanziario ma non della popolazione residente e dei primi due settori dell’economia: la Pac esiste perché l’Europa post-bellica voleva garantirsi la possibilità di sfamare gli europei nel caso di una nuova guerra. Vale per il cibo come per l’energia. Oggi gli agricoltori scendono in piazza per rivendicare questo ruolo di produttori “nazionali”, sia che si voglia intendere questo concetto in chiave italiana o europea, e non trasnazionali. Veniamo agli unici punti che potrebbero avere una risposta e a quello su cui sarebbe più importante averla: il punto 10 recita “riqualificazione della figura dell’agricoltore. A partire dalle scuole, riqualificare la figura dell’agricoltore e allevatore, valorizzandola e non additandola come responsabile dell’inquinamento ambientale. L’agricoltore è una figura fondamentale per la società in quanto tutore dell’ambiente e produttore di cibo/vita!”

Siamo all’orgoglio agricolo. Ma è evidente che l’establishment culturale europeo non è minimamente intenzionato a valorizzare la campagna. Le rivendicazioni degli agricoltori italiani che potrebbero avere una risposta sono solo quelle “di portafoglio”, a partire dallo sconto Irpef. Purché, beninteso, riportino subito i trattori in azienda. Al momento, è difficile valutare quanti siano. Sicuramente meno rispetto ai Paesi del Nord, perché inferiore è il peso politico dell’agricoltura italiana. Ma vi è anche una ragione socioeconomica. Le nostre aziende agricole si concentrano spesso su produzioni ad alto valore aggiunto, sviluppate su superfici ridotte, ed operano in filiere che riconoscono loro un premium price. Queste condizioni di mercato, che troviamo soprattutto nelle aree rurali più sviluppate, rendono l’agricoltura italiana meno dipendente dal contributo ad ettaro della Pac e la rivolta italiana meno veemente.

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