sabato 10 giugno 2017
Vicino a Modena la sua fabbrica di supercar: «Solo 50 pezzi l’anno, così valgono di più». Una splendida storia di vita: «Da bambino avevo un sogno: costruire la più bella vettura del mondo»
Horacio Pagani, 62 anni

Horacio Pagani, 62 anni

Leonardo da Vinci come modello ispiratore, lo scorrere del tempo come sfida, la perfezione come traguardo. L’uomo che disegna e vende vetture da 2 milioni di euro, ha il vento negli occhi e i modi gentili di chi nella vita ha fatto quello che voleva fare. Da bambino aveva solo un sogno: costruire l’automobile più bella del mondo. Oggi Horacio Pagani, argentino di nascita e italiano per scelta, inventa gioielli con le ruote sotto. A San Cesario sul Panaro, in provincia di Modena, dove sapeva da sempre che avrebbe voluto vivere e lavorare. Perchè, dice il video che presenta il suo sito produttivo «le aziende che non investono nella propria terra, prima o poi, sono destinate alla decadenza».

Sessanta milioni di euro di fatturato, 118 dipendenti, di cui 30 al reparto ricerca e sviluppo: età media 30 anni. E solo 50 auto prodotte all’anno, più della metà vendute negli Stati Uniti. Il segreto del successo è restare piccoli?
«Da quando abbiamo inaugurato il nuovo stabilimento potremmo farne anche 300 l’anno. Ma il nostro piano di produzione si basa da sempre su questo: realizzare meno della metà delle richieste ricevute. Così diamo alle vetture più valore ed esclusività. Questo è il senso».

Supercar da 800 cavalli destinate a miliardari arabi: francamente in assoluto è difficile trovare un senso...
«La correggo: generare sogni vuol dire creare energia. Già questo risponde alla sua domanda. Leonardo da Vinci ha dimostrato che arte e scienza possono camminare insieme: noi proviamo a fare questo: unire la tecnica all’intellettualità manuale».

Ci racconta come un semplice operaio della Lamborghini sia riuscito a diventare un mito dell’automobile?
«Sono nato in un paese vicino a Rosario, in Argentina, ma le mie origini sono in Italia: mio nonno era emigrato da Appiano Gentile, vicino a Como. Papà faceva il fornaio e suonava la tromba, mamma dipingeva: a lei devo il gusto dell’arte. Da ragazzo guardavo l’unica rivista di auto che usciva in Argentina: sfogliavo quelle pagine, vedevo le Ferrari, le Lamborghini... Per me era un mondo incredibile e meraviglioso: così disegnavo automobili con la matita. E a mia mamma dicevo: un giorno andrò a Modena e costruirò la macchina più bella del mondo».

C’è riuscito, facendo l’emigrante al contrario rispetto a suo nonno...
«Sono partito per l’Italia nel 1982 con mia moglie Cristina, due valigie e una tenda. È stato un periodo durissimo: mi guadagnavo da vivere facendo il saldatore, abitavamo in un campeggio. Poi abbiamo trovato casa a Sant’Agata Bolognese: 40 metri quadrati, due figli piccoli e tanti sogni».

Poi la Lamborghini, grazie ad una “raccomandazione” importante...
«È vero: quando avevo 19 anni progettai una macchina da corsa e incontrai l’ex pilota Manuel Fangio: vide i miei disegni e scrisse lettere di presentazione a Enzo Ferrari, a Giulio Alfieri di Lamborghini, all’Alfa Romeo, alla Osella e alla De Tomaso. Mi rispose solo la Lamborghini, mi presero come operaio metalmeccanico di terzo livello, quello più basso».

E' vero che chi progettava i prototipi la notò quando lei disse che occorreva acquistare un’autoclave per lavorare nuovi materiali?
«Pensavo fosse indispensabile per sfruttare la fibra di carbonio, ma mi risposero che non l’aveva nemmeno la Ferrari. Allora presi la bicicletta, andai in banca alla filiale del Credito Romagnolo di Sant’Agata e chiesi un prestito. Tornai in azienda: ho comprato io l’autoclave, dissi, dove la mettiamo? Mi risposero che ero matto, ma mi diedero fiducia. Grazie a quei materiali, la Lamborghini costruì la Countach Anniversary e la Diablo».

E lei intanto era diventato il capo del reparto carrozzeria...
«Studiavo, sperimentavo, non mi fermavo mai. Mi aveva insegnato mio padre ad essere così: lui ha lavorato facendo il pane fino a 90 anni. Parlava poco ma era saggio: “non perdere tempo, mai”, mi diceva. Per me era un mito...».

Qual è la prima dote di chi costruisce automobili?
«Ogni giorno, dopo tanti anni che faccio questo mestiere, mi chiedo: cosa so fare e cosa devo imparare? L’umiltà è importante anche in un lavoro meraviglioso come il mio, che ti permette di volare ma che ti obbliga anche a tenere i piedi per terra per realizzare qualcosa che funzioni e che sia reale. Lavorare in gruppo, eliminare l’egocentrismo, rispettare il pensiero degli altri: queste sono le uniche regole».

La grande scommessa fu mettersi in proprio. E inventarsi la Pagani Zonda, presentata al Salone di Ginevra nel 1999...
«Il sogno era costruire una vettura tutta mia, e in onore di Fangio. I disegni erano pronti già otto anni prima, ma mi serviva un motore. Conobbi il presidente di Mercedes, lo convinsi a mandare qualcuno a vedere la mia officina. Accettò, ma dissi a mia moglie: quando vedranno che ci lavoriamo in quattro, non ci prenderanno sul serio. Allora radunai 15 amici e vicini di casa, gli misi addosso un grembiule con la scritta Pagani e li pregai di fingere di essere miei operai. Quando arrivarono i tecnici da Stoccarda, ebbero una buona impressione e io ottenni il mio motore. La Zonda fu un successo clamoroso: costava il triplo di una Ferrari o di una Lamborghini, ma colpiva al cuore. Un oggetto superfluo come un’automobile da più di 2 milioni di euro, il prezzo di una Pagani tasse escluse, non si compra con la testa...».

Lei ha detto che l’auto è un oggetto banale se non fa scattare emozione e fantasia...
«L’automobile è un’opera d’arte complicatissima, ma un designer deve avere sempre il cliente come obiettivo: l’estetica fine a se stessa serve a poco».

L’auto elettrica è una grande illusione?
«Anni fa con un team dedicato e una compagnia esterna esperta in motori elettrici, abbiamo fatto un’analisi di fattibilità sull’auto ibrida e a batteria pura. Il vero problema è che il 90% dell’energia oggi nel mondo viene prodotta in modo antico e inquinante. In più la tecnologia delle batterie non è ancora a livello di quello che ci aspettiamo. Come si pensa di smaltirle una volta utilizzate? E come si spegne un incendio di batterie al litio? Sono domande che attendono risposte...».

Quindi al momento per lei non è una soluzione praticabile su larga scala?
«Diciamo che allevierebbe solo il problema delle grandi metropoli, ma per il resto del mondo non ha molto senso. Anzi, a livello globale l’inquinamento cresce perché produrre queste auto più complicate porta a maggiori emissioni. Il punto è che è indispensabile un grande impegno da parte di tutti per produrre energia ad un costo più basso. Serve capire definitivamente che ognuno di noi può fare la sua parte consumando meno. Dalla raccolta differenziata dei rifiuti all’uso della bicicletta: tutto contribuisce...».

Inquinate di meno e usate di più la bici: detto da un costruttore di auto da 6.000 cc di cilindrata, non è male...
«Costruisco pochi pezzi all’anno, non mi considero certo un appestatore dell’aria. E poi chi ha una Pagani la usa pochissimo: al massimo fa 2.000 km l’anno. Non è facile da credere, ma le nostre vetture pesano come un’utilitaria. Hanno motori potentissimi, è vero, ma alla fine inquinano come una normalissima auto da città».

Quindi il classico motore a benzina è ancora la soluzione più praticabile?
«Le rispondo con una constatazione: a Tokyo hanno una coscienza ecologica molto superiore alla nostra, e lì usano tutte auto piccolissime e tutte con minuscoli motori a benzina».

Una volta in tv, lei ha detto: la mia vita è stata una continua corsa a ostacoli...
«Vero, ma non bisogna essere necessariamente dei fenomeni per arrivare al traguardo. Gli uomini e le donne che hanno cambiato il mondo erano persone semplici, che hanno fatto fatica: Albert Einstein si rimproverava di non conoscere abbastanza bene la matematica, Leonardo sapeva disegnare qualunque cosa con entrambe le mani, ma davanti un foglio di carta confessava di essere terrorizzato per la responsabilità che aveva verso quello che stava inventando. Oggi è tutto più semplice, ma bisogna avere passione e curiosità».

Si parla tanto di auto che volano. Cosa c’è nel futuro di Horacio Pagani?
«Preferisco guidare sull’asfalto. Però ora abbiamo realizzato in collaborazione con Airbus, la cabina “Infinito”, un progetto di interni per la loro linea di jet privati. Un progetto molto importante che ci spinto alla ricerca dell’innovazione sia nel design che nelle tecnologia. Abbiamo anche molte richieste per arredare hotel di lusso. Tutto, o quasi, si può fare, basta crederci».

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