giovedì 7 aprile 2011
Vince Della Valle: il presidente messo in minoranza se ne va. Resiste Bolloré. Il titolo vola. Caltagirone numero uno pro tempore: domani il cda per decidere il successore. E trapela il nome di Galateri.
- Il Leone è (forse) fuori dalla «giungla degli gnomi» di Giancarlo Galli
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La parabola di un banchiere di potere
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Mentre lasciava il Palazzo delle Assicurazioni Generali per salire sulla sua auto e andarsene, Diego Della Valle ieri aveva la faccia contenta di quello che ce l’ha fatta. All’uomo delle Tod’s è riuscito il colpaccio che, nella storia della finanza nostrana, tanti avevano tentato, fallendo: sfilare la poltrona a Cesare Geronzi, fino a ieri forse il più duraturo potente d’Italia.Geronzi si è dimesso da presidente di Generali ancora prima che iniziasse il consiglio di amministrazione straordinario della compagnia triestina. Una riunione richiesta, per vie informali, da un gruppo di otto consiglieri guidati da Della Valle, che esigevano di chiarire ruoli e deleghe nella Compagnia. Si sapeva che sarebbe stata una resa dei conti dura, perché durissimo è lo scontro di potere intestino alla prima società finanziaria d’Italia. Si sospettava che i consiglieri ribelli avrebbero provato a fare cadere qualche testa. In particolare era a rischio quella del vicepresidente Vincent Bolloré, colpevole di essersi astenuto dal voto sul bilancio il 16 marzo per il "caso Ppf". Invece Bolloré si è salvato perché nel mirino è finito, a sorpresa, il bersaglio grosso, il vecchio banchiere di Marino (che ora dovrà lasciare anche i patti di sindacato di Rcs, Mediobanca e Pirelli).Arrivato negli uffici di Piazza Venezia di mattina, Geronzi è stato subito informato di quanto stava accadendo: un gruppo di consiglieri stava preparando una mozione di sfiducia contro di lui. Già l’insidia era inaspettata, ma per il presidente deve essere stato ancora più sorprendente scoprire, tra i firmatari, oltre ai nomi degli 8 consiglieri che gli sono più apertamente ostili (Della Valle, i tre rappresentanti dei fondi di Assogestioni, Lorenzo Pelliccioli di De Agostini, Petr Kellner di Ppf, il finanziere tedesco Pohl Reinfried, e Angelo Miglietta, di Ctr-Effeti) anche quelli del vicepresidente Alberto Nagel e di Francesco Saverio Vinci, cioè i due rappresentanti di Mediobanca. Non si può stare al comando di Generali se si ha contro Mediobanca, che con il 13,5% delle azioni è il primo azionista. Geronzi, passato proprio da Mediobanca per scalare il Leone, lo sa bene.Scaricato dalla maggioranza del cda e dal primo azionista, il presidente non ha potuto che lasciare. Al suo posto, per il momento, andrà il vicepresidente Francesco Gaetano Caltagirone, l’immobiliarista romano socio con il 2,3%. Ma già domani il cda si riunirà per nominare un sostituto; e ieri sera è trapelato che si va ora verso una presidenza di Gabriele Galateri, ex numero uno di Mediobanca e attualmente al vertice di Telecom Italia. E in tarda serata è filtrato anche il dettaglio sulla buonuscita concordata da Geronzi dopo neppure un anno al vertice delle Generali: 16,65 milioni di euro.Nel comunicato della Compagnia si scrive che il presidente si è dimesso per «contrasti che non lo vedono partecipe nelle Generali», che se ne ammira il «senso di responsabilità», che il cda ha accolto la sua decisione con «rammarico». Ma le cronache degli ultimi mesi raccontano un’altra storia. Entrato in carica con l’assemblea dell’anno scorso, Geronzi è stato fedele alla sua storia: ha lavorato per fare di Generali una compagnia "di sistema", in direzione di obiettivi più politici che aziendali. Aspirazioni in contrasto con il lavoro dei manager – il Ceo Giovanni Perissinotto e l’Ad Sergio Balbinot – abituati a cercare il risultato. Da qui le tensioni, esplose a febbraio, dopo un’intervista "interventista" di Geronzi al Financial Times, e degenerate a marzo, con la mancata firma di Bollorè sul bilancio: l’astensione del vicepresidente bretone, considerato il massimo appoggio di Geronzi, è stata un duro attacco ai manager, accusati di non avere indicato le possibili spese che Generali potrebbe sostenere per rilevare una quota della joint venture con la compagnia ceca Ppf. Un pretesto debole. Su richiesta della Consob, Generali ha chiarito che non ci sono stranezze, né costosi obblighi nascosti, in quell’intesa. Forte della gravità dell’incidente, Della Valle ha coordinato l’attacco, mettendo assieme i consiglieri di un cda che intanto, per le troppe liti, aveva perso pezzi (Leonardo Delvecchio, di Luxottica, se n’è andato a febbraio, Ana Botin, del Banco Santander, questo martedì). Per la prima volta il banchiere di Marino si è scoperto troppo solo per restare. E se n’è andato col triste saluto di una Piazza Affari in festa: il titolo Generali ha guadagnato quasi il 3%.
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