venerdì 14 gennaio 2011
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Torino senza la Fiat, Torino senza il Lingotto, un piccolo incubo kafkiano che – senza dirselo apertamente – in molti sotto la Mole stanno esorcizzando con quel mezzo sorriso che vuol dire tutto senza dire niente. E ci vuole uno come Bruno Gambarotta – astigiano ma torinese da sessant’anni – per sbirciare con delicatezza nel cuore profondo di una città che rischia di smarrire insieme a Mirafiori un pezzo della propria anima.Non è così?Vede, i torinesi hanno per struttura caratteriale un occhio al futuro e uno al passato. Se perdessero quel che resta della Fiat la idealizzerebbero immediatamente, come la Torino delle caterinette, delle sartine, degli ufficialetti. Me lo immagino già, il festival della nostalgia, la recita della mancanza, tutti a rievocare i bei tempi, si farebbero spettacoli di varietà nei teatri cittadini, qualcuno prima o poi proporrebbe di fare un museo, e dove c’era Mirafiori aprirebbero una finta catena di montaggio con le scolaresche in visita e i figuranti che assemblano le Millecento, perché tutti sappiano e si ricordino come si facevano le autom quando c’era la Fiat...Un bel teatro della memoria...E poi pensi ai collezionisti, ai memorabilia, i cimeli, i modellini di automobili, ai manifesti, al mercato delle pulci attorno ai pezzi rari... Immagini quante rievocazioni, pensi alle rubriche sui giornali, con gli anziani Fiat che raccontano le loro gesta gloriose, di quella volta che l’Avvocato era sceso in visita al padiglione e gli aveva stretto la mano, quell’altra che Romiti passeggiava nervoso nel piazzale...Ecco, gli Agnelli. L’ultima volta che ci capitò di sentire il cuore di Torino fu quando seppellirono Gianni Agnelli, con la sorella Susanna sul tetto del Lingotto che stringeva la mano ai torinesi come un re taumaturgo. Ma forse quello era il presagio simbolico di quello che sarebbe accaduto oggi.Beh se la Fiat lasciasse Torino ci sarebbe il problema di trovare un’occupazione ai giovani Elkann... Sto scherzando, ma non del tutto.Ma dica sinceramente: se chiudesse Mirafiori cosa direbbe la gente?La verità? Non se ne accorgerebbe quasi nessuno.Dice sul serio?Se chiede a un italiano chi è il più grande datore di lavoro a Torino risponderebbe che è la Fiat, e invece sbaglierebbe, perché è il Comune. La Fiat ha 5.300 operai a Mirafiori, non 150 mila come una volta, il Comune invece eroga stipendi a 22mila dipendenti, proprio come in certe città del Sud.Ma lei come la pensa, come la prenderebbe?Io sono arrivato a Torino nel 1951. Era una città totalmente fiatcentrica, scuole, asili, vacanze, tempo libero, tutto scandito dalla Fiat e dai suoi tempi, dai suoi ritmi... Sì, mi mancherebbe la Fiat, certo. E finirei per dire che ce l’hanno portata via. A noi torinesi piace molto ricordare cosa abbiamo perduto: prima ci hanno tolto la capitale nel 1864, poi il cinema, la radio, la televisione, l’aeronautica, i grissini. Il catalogo del maltolto è lungo.Cosa pensa di Marchionne?È un marziano, è una specie di alieno che guardiamo con stupore, che dice pane al pane, che non cerca la mediazione, che non si preoccupa di cosa dirà la gente.Marchionne dice: se salta l’accordo me ne vado, insieme allo stabilimento.Ha ragione a dire così. Io se votassi voterei sì, accetterei.Ma quella Torino un po’ incartavetrata nel mito, quella di Gramsci, Gobetti, e poi Bobbio, Firpo, la Torino operaia, e sì, la Fiat? Dove sono andati a finire?Spariti. C’è ancora il senso del dovere, rimasto nel Dna, assorbito anche da migliaia di immigrati, diventati più torinesi dei torinesi.Resterà Mirafiori o smobilizzerà?Resta, resta, e speriamo bene. Anche se non so se chiamarla ancora Fiat. Si è americanizzata, e forse è giusto dire che è la Chrysler ad aver comprato la Fiat, non viceversa. E questa è la fine della centralità della grande azienda torinese. Una volta di ogni affare, di ogni problema ci si chiedeva cosa pensava l’Avvocato. Ora è diverso. Il rapporto città-Fiat si è strappato, non tornerà. Il mondo è cambiato, è inevitabile.
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