lunedì 16 ottobre 2017
Carlo Carraro, vice presidente dell'Ipcc: se gli Usa non supporteranno più il fondo per il clima ci saranno conseguenze devastanti
Carraro: il cambiamento del clima avrà effetto sulle migrazioni

«Da un certo punto in là non vi è più ritorno. È questo il punto da raggiungere», scriveva nel 1917 Franz Kafka, non potendo prevedere che, cento anni dopo, un presidente della più grande potenza economica mondiale si sarebbe dato da fare per raggiungere in fretta quell’obiettivo. A pochi mesi dal suo insediamento avrebbe ritirato leggi in precedenza approvate per limitare le emissioni degli impianti a carbone e fatto sapere di voler sospendere i fondi destinati a proteggere le popolazioni del Sud del mondo dagli impatti dei cambiamenti climatici per dirottarli, invece, sulle fonti energetiche fossili. Una scelta, quella di Donald Trump, che sta preoccupando i 195 Paesi che hanno aderito all’accordo di Parigi sul clima e che fa dire a Carlo Carraro, vicepresidente dell’Ipcc (organizzazione internazionale che valuta i cambiamenti climatici) e tra gli artefici di questo accordo: «Se gli Usa non supporteranno più il Green climate fund, il fondo di 100 miliardi di dollari l’anno che dovrebbe alimentare gli interventi di riduzione delle emissioni nei Paesi in via di sviluppo, o ci sarà qualcuno a sopperire oppure le conseguenze le pagheranno anche gli altri».


Quali sono le conseguenze del cambiamento climatico nei Paesi meno sviluppati?
Con la scomparsa dei ghiacciai, il prosciugamento dei fiumi e dei laghi, con una produzione agricola divenuta impossibile. Ciò costringe gli abitanti a spostarsi in altre zone, ad abbandonare le campagne per le città, provocando inevitabilmente conflitti con chi già ci vive. Si tratta di fenomeni migratori numerosissimi, ma di cui pochi parlano perché interni a questi Paesi. Solo poi si ingenera l’ultima fase (e per noi la più visibile) del percorso: quello verso altri Paesi. Sono essenzialmente migrazioni di tipo economico ma, dietro a quella parola, c’è il clima

Eppure il presidente francese Macron ha deciso di chiudere ai migranti economici.
È un errore, perché è difficile separarli dagli altri. Le guerre sono spesso originate da una carenza di risorse causata dai cambiamenti climatici. Anziché distinguere migranti economici da migranti da conflitto converrebbe lavorare sulla prevenzione delle difficoltà economiche.

Perché gli Stati non lo fanno?
Per miopia. La siccità che ha colpito la Siria, la Giordania, l’Iraq, è avvenuta tra il 2009 e il 2012 mentre i grandi fenomeni migratori sono cominciati dopo: se a quell’epoca avessimo capito l’importanza di intervenire con sistemi di irrigazione, con tecnologie innovative che consentissero loro di continuare a produrre i beni alimentari necessari, avremmo smorzato l’effetto successivo. Servivano però visione e lungimiranza delle scelte politiche: qualità difficili da trovare in Paesi in cui il ciclo elettorale è molto breve e una instabilità politica molto forte spinge i partiti a focalizzarsi solo sulle emergenze. Facciamo fatica a capire che 1 euro speso oggi significa non spenderne 5 o 10 domani

In Italia quali effetti produrrà il cambiamento climatico?
Abbiamo già cominciato a osservarli in tutto il Paese: piogge intense e sempre più frequenti, siccità, malattie anche tropicali, incremento del livello medio del mare.

Che cosa dovrebbe fare il nostro Paese per "limitare i danni"?
Deve cominciare a intervenire sulle proprie responsabilità, per esempio riducendo significativamente le emissioni, pianificando una fuoriuscita dal carbone, eliminando i sussidi alle fonti fossili e spostandoli su quelle rinnovabili. Potrebbe organizzare un "Office of climate change", trasversale a tutti i ministeri, con il compito di verificare che tutte le decisioni che vengono prese siano compatibili con un percorso di crescita sostenibile e, se non lo sono, cambiarle.

Sul fronte dello sviluppo sostenibile a che punto siamo?
Lo sviluppo sostenibile è un obiettivo per l’Italia e per gli altri Paesi con economie avanzate, ma lo è sicuramente di più per i Paesi in difficoltà, e per raggiungerlo serve la collaborazione di tutti. I problemi possono ancora essere risolti ma solo attraverso il progresso tecnologico e l’incremento della cooperazione internazionale: in caso contrario, tra dieci anni ci ritroveremo ad impattare sui nostri stessi sistemi socio-economici, non solo su quelli degli altri.

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