giovedì 11 luglio 2019
La tassa del 3% sul fatturato in Francia per i "servizi digitali" diventa legge. Nel mirino Google, Facebook e Amazon. Gli Usa avviano un'indagine sulla base della famigerata "Section 301"
Il logo di Facebook all'interno di Station F, il polo parigino delle startup (AP)

Il logo di Facebook all'interno di Station F, il polo parigino delle startup (AP)

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Donald Trump ha trovato nella "Section 301" del Trade Act del 1974 uno straordinario strumento di pressione sulle altre nazioni. Quella norma consente al Rappresentante americano per il Commercio (Ustr) di proporre al presidente di rispondere con dazi o altre misure punitive quando un governo straniero adotta «pratiche commerciali scorrette».

Scontri sul piano commerciale normalmente andrebbero affrontate e risolte nell’ambito dell’Organizzazione mondiale per il commercio, la vecchia Wto. Ma Trump non ama gli organismi multilaterali, preferisce la trattativa "uno a uno", dove gli Usa possono usare meglio la loro forza negoziale. Il ricorso alla Section 301 è sempre più frequente. Le cause intentate su questa base fino a martedì erano tre: quella, colossale, contro la Cina, e quelle contro l’Europa per quanto riguarda la carne di manzo e i sussidi alle compagnie aeree (in questo caso è lo scontro Boeing-Airbus).

La minaccia americana

Mercoledì se n’è ha aggiunta una quarta. A poche ore dall’approvazione definitiva della tassa sui colossi digitali da parte del Senato francese, il rappresentante americano Robert Lighthizer ha annunciato l’avvio di un’indagine contro la Francia con l’accusa di pratiche commerciali scorrette. «Gli Stati Uniti sono molto preoccupati che la tassa sui servizi digitali che, secondo le previsioni, sarà approvato dal Senato francese sia mirata ingiustamente alle aziende americane – ha dichiarato Lighthizer –. Il presidente ci ha dato indicazione di indagare gli effetti di questa legge e determinare se sia discriminatoria o irragionevole e se limiti o restringa il commercio americano».

I francesi, tradizionalmente orgogliosi e poco sensibili alle pressioni americane (adottano il termine francese calculateur per quello che in quasi tutto il resto del mondo chiamiamo computer), non si sono fatti intimorire. In aula ha risposto indirettamente agli americani il ministro dell’Economia, Bruno Le Maire: «Tra alleati dobbiamo risolvere le controversie in modo diverso rispetto alla minaccia» ha detto Le Maire, ricordando poi che «la Francia è uno Stato sovrano, le sue decisioni sulle regole fiscali sono sovrane e continueranno ad esserlo».

Come funziona la web tax francese

Il Senato ha approvato la legge per l’introduzione della tassa “sur les services numériques” che una settimana aveva ottenuto il via libera in seconda lettura dall’Assemblea nazionale e quindi ora entra in vigore. Il testo introduce una tassa del 3% sui ricavi ottenuti in Francia dalle società digitali con più di 750 milioni di euro di fatturato globale (di cui almeno 25 milioni in Francia). Il governo conta di incassare mezzo miliardo all’anno da questa misura. Altri articoli della norma alzano, per un anno, le tasse sui redditi d’impresa delle società con più di 250 milioni di euro di fatturato.

La tassa sul digitale colpirà una trentina di aziende, molte delle quali americane, a partire da Google, Facebook e Amazon. La Francia, assieme all’Italia, il Regno Unito e altri Paesi, si era battuta per fare passare una misura analoga a livello di Unione Europea, ma il progetto si è arenato per le resistenze di molti Stati che guadagnano dalle attività dei grandi gruppi del web. Come l’Irlanda, dove hanno la loro base europea – con decine di migliaia di addetti – quasi tutte le maggiori società della Silicon Valley. Anche la Germania, che partiva a fianco di Italia e Francia, si è poi schierata con i contrari.

Il problema della web tax italiana

L’Italia aveva introdotto una sua "web tax" nel 2017 e nell’ultima versione, quella approvata con la legge di Bilancio 2019, ha adottato una tassa sulle attività digitali che è molto simile a quella francese: è una tassa del 3% sui ricavi da pubblicità online, gestione di piattaforme e trasmissione di dati da parte di società con più 750 milioni di euro di fatturato totale di cui almeno 5,5 milioni in Italia. Il governo si aspetta un incasso di poco superiore al mezzo miliardo di euro da questa misura. Ma non sono ancora stati approvati i decreti attuativi e se il governo non provvederà entro fine mese quest’anno il gettito sarà zero.

Nel sua nota, il Rappresentante americano al commercio sostiene che gli Stati Uniti sono d’accordo sulla necessità di affrontare «le sfide al sistema fiscale internazionale rappresentate da un’economia globale sempre più digitalizzata». Ma vorrebbero farlo in sede Ocse, dove effettivamente si è studiato a lungo questa materia. Ma se già non si è riusciti a trovare un’intesa tra i 28 Paesi dell’Unione europea, sarà ancora più difficile farcela con una trattativa tra i 36 membri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.

*Il testo è stato aggiornato alle 18.30 dell'11 luglio rispetto a una prima versione pubblicata alle 12.15 dello stesso giorno

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