martedì 12 novembre 2013
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​Nel 2011 erano nientemeno che 119,6 milioni: parliamo dei cittadini Ue a rischio povertà o esclusione sociale. Un dato diffuso a inizio ottobre da Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione Europea, che costituisce un allarme rosso sulla situazione sociale del Vecchio Continente. In percentuale, vuol dire il 24,2% della popolazione Ue, un europeo su quattro, che si trova in una delle tre "condizioni": essere al di sotto della soglia nazionale di povertà, o soggetto a grave deprivazione materiale, o, infine, parte di una famiglia a bassissima intensità lavorativa. Effetto (anche) della gravissima crisi economica e finanziaria partita nel 2008, basti dire che in quell’anno i cittadini Ue a rischio povertà o esclusione sociale era 116 milioni: in tre anni se ne sono aggiunti 3,6 milioni. Per la cronaca, l’Italia sta peggio della media sia Ue, sia anche eurozona (che è del 22,5%), con il 28,2%, peggio di altri paesi in crisi come la Spagna (27%) o il Portogallo (24,4%). E meglio solo di Bulgaria, Romania, Lettonia, Lituania, Croazia, Ungheria, Grecia e Irlanda.  Ancora più allarmante, è il dilagare della povertà dei minori (il 27% nell’Ue, il 32,3% in Italia).

Cifre che parlano da sole, tanto più se vi si aggiungono fosche previsioni come quelle di Oxfam: lo scorso settembre ha previsto che, se continuerà l’aspra austerity imposta a vari stati in questi anni, entro il 2025 si aggiungeranno altri 25 milioni di cittadini Ue in situazione di povertà. L’Ue è consapevole, da tempo, e nell’Agenda 2020 per il rilancio della competitività europea, varata al summit del giugno 2010, è stato incluso anche l’obiettivo di far uscire entro dieci anni da situazione di povertà o esclusione sociale 20 milioni di cittadini Ue rispetto ai livelli del 2008 (per l’Italia l’obiettivo è una riduzione di 2,2 milioni). Su questa base, la Commissione Europea ha lanciato nel dicembre 2010 la Piattaforma europea contro la povertà e l’emarginazione. «La situazione è assolutamente inaccettabile – ha spiegato il commissario al Lavoro e agli Affari sociali Laszlo Andor – la piattaforma fornirà l’impeto e il sostegno per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2020». Con provvedimenti «per migliorare l’accesso al mercato del lavoro, alla protezione sociale, a servizi essenziali, all’istruzione». E si promette che «i fondi Ue saranno usati in modo più mirato per sostenere l’integrazione e combattere le discriminazioni», con la richiesta agli Stati membri di «coordinare meglio le loro politiche». La Commissione ha inoltre, lo scorso febbraio, presentato una «comunicazione sull’investimento sociale per la Crescita e la coesione» e una specifica sui bambini. Si chiede agli Stati membri di dare priorità agli investimenti sociali e si spiega come meglio utilizzare il Fondo sociale europeo. Fondo che è uno degli strumenti cardine al pari dell’Iniziativa per i giovani lanciata nel febbraio scorso dai leader Ue al Consiglio Europeo di Bruxelles (circa 9 miliardi a partire dal primo gennaio 2014). Tra gli altri strumenti – più, però, di lotta ai sintomi che alle cause – non si può dimenticare il Fondo europeo per i bisognosi che dal 2014 sostituirà il Programma europeo per i bisognosi (fino ad allora alimentato dalle eccedenze del programma agricolo), forte di 3,5 miliardi di euro.

Molto, però, dipende dagli Stati membri, come non a caso la Commissione non si stanca di ripetere. Le politiche economiche, occupazionali e di inclusione sociale dovrebbero rientrare nelle riforme indicate dall’Ue agli Stati membri nelle raccomandazioni Paese pubblicate ogni anno a luglio nell’ambito del Semestre europeo. Eppure, lamenta la Caritas Europa, proprio in quelle raccomandazioni, "povertà ed esclusione sociale non sembrano esser affrontate nella misura necessaria". Un errore, avverte Jorge Nuño-Mayer, segretario generale di Caritas Europa, che «può avere drammatiche conseguenze nel futuro».

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