Il denaro come mezzo:
la libertà di Ignazio di Loyola

Il santo fondatore della Compagnia di Gesù veniva da una famiglia aristocratica. E ha insegnato a mettere il denaro sempre al servizio di Dio
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June 23, 2026
Il denaro come mezzo:
la libertà di Ignazio di Loyola
Raffigurazione di Ignazio di Loyola della scuola di Rubens /Wikimedia Commons
È Ignazio di Loyola (1491- 1556) – il fondatore della Compagnia di Gesù, il padre dei gesuiti, l’uomo che, diceva Benedetto XVI, «pose al primo posto nella vita Dio, la sua maggior gloria e il suo maggior servizio» – il santo di cui questa volta indaghiamo il pensiero in materia di denaro. Il biblista Silvano Fausti lo considerava «il genio pratico della vita spirituale», il cardinale Carlo Maria Martini scriveva che Dio «aveva dato a Ignazio di vedere il rapporto di tutte le cose con Dio prima di tutto». Esaminando la vita di Ignazio è possibile rintracciare un cambiamento netto nel modo di intendere e usare il denaro: a fare da spartiacque è la conversione, che risale al 1521. Prima di quel momento – osserva padre Tiziano Ferraroni, gesuita, docente di teologia spirituale alla Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale – Ignazio, che appartiene a una ricca famiglia aristocratica, è un uomo dedito alla vita di mondo, con tutti i suoi agi. Le cose mutano radicalmente dopo la conversione, avvenuta a seguito di una ferita riportata nella battaglia di Pamplona, che lo costringe a una lunga convalescenza durante la quale – leggendo la vita di Cristo e quelle dei santi – si volge a Dio maturando il proposito di servirlo e di imitare i grandi santi.
«Ignazio si reca, pellegrino, a Gerusalemme e ci va da solo, senza denaro, perché vuole confidare unicamente in Dio. La sicurezza deve giungere solo dal Signore, non da altro. È interessante osservare che all’inizio della sua vita cristiana quel poco di denaro che gli capita di avere quasi gli brucia nelle mani. Sente di doversene liberare alla svelta e così fa lasciandolo anche dove capita: è lui stesso a raccontarlo. Quando poi comprende che Dio lo chiama ad unirsi ad altri compagni, a costituire la Compagnia, un corpo capace di abitare e incidere nelle vicende nel mondo, il suo pensiero sul denaro si fa articolato». Da un lato egli stabilisce che i singoli gesuiti, che fanno voto di povertà, non debbano avere nulla di proprio e si debbano affidare alle elemosine, alla provvidenza, dall’altro egli pensa che le opere della Compagnia che iniziano a sorgere, i collegi, debbano essere ben fondate, ossia dotate dei mezzi economici necessari per sostenersi.
Si profila quindi una distinzione – in materia di denaro – tra la gestione delle opere e il vissuto personale del singolo gesuita, chiamato alla povertà in modo da essere e sentirsi libero. Nelle Costituzioni la povertà è definita da Ignazio «madre», e «saldo muro» che consente al gesuita di restare nella vita religiosa. «Nel corso del tempo – sottolinea padre Ferraroni – Ignazio matura la convinzione che l’uomo può essere così profondamente radicato in Dio e quindi così profondamente libero da quelli che lui chiama «affetti disordinati» da potersi servire di tutto come mezzo (denaro incluso). Il denaro infatti è un mezzo che si può usare, che mai però deve diventare fine, poiché l’unico fine è la maggior gloria di Dio e la salvezza delle creature». Vi è un episodio, narrato nel Diario, che mostra quanto il pensiero e il rapporto di Ignazio con il denaro maturino nel grembo della sua storia con Dio. Al tempo della redazione del Diario, Ignazio era già Generale della Compagnia. Pochi anni prima, insieme ai primi compagni aveva ricevuto in dono la chiesa di Santa Maria della Strada, che aveva delle rendite. Considerandola come opera, tali rendite furono accettate ma a un certo punto Ignazio iniziò a chiedersi se ciò fosse stato giusto. Il Diario documenta i pensieri, le preghiere, le lacrime che accompagnarono il discernimento. Alla fine comprese che non fosse volontà di Dio continuare ad accettare quelle rendite e le rifiutò.
La lezione che Ignazio lascia – in materia di denaro – agli uomini e alle donne del nostro tempo è particolarmente istruttiva, afferma padre Ferraroni: «Ignazio insegna a coltivare l’interiorità, ad aprirsi a Cristo, perché il fine di tutti gli esseri umani è lodare, riverire e servire Dio. Egli insegna ad essere e rimanere radicati in Dio, e quindi a usare le cose per la Sua maggior gloria e per la salvezza delle anime, senza avere paura di entrare nelle dinamiche umane, le dinamiche nelle quali il Figlio stesso, con l’incarnazione, è entrato. In questa prospettiva, il denaro e tutte le cose sono e devono restare mezzi». Scriveva Ignazio a proposito delle cose: «l’uomo deve servirsene tanto quanto lo aiutino a conseguire il fine per cui è stato creato e tanto deve liberarsene quanto glielo impediscano».

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