Delitti, paura, sicurezza e voto: il diritto alla statistica
La cronaca non è un campione casuale della realtà e nessun telegiornale seleziona le notizie estraendole a sorte dagli avvenimenti della giornata. Il problema però è che questa selezione, tende ad essere scambiata dagli spettatori per una rappresentazione statistica della società.

La cronaca non è un campione casuale della realtà e nessun telegiornale seleziona le notizie estraendole a sorte dall’insieme degli avvenimenti accaduti durante la giornata. Vengono scelti, comprensibilmente, gli eventi più drammatici, insoliti, violenti e capaci di suscitare emozione. Il problema però è che questa selezione, ripetuta quotidianamente, tende ad essere scambiata dagli spettatori per una rappresentazione statistica della società. L’esempio più evidente è quello degli omicidi. In Italia il loro numero non sta aumentando e nel lungo periodo è crollato. Secondo le serie storiche dell’Istat, il tasso annuo era pari a circa 5,9 omicidi ogni 100.000 abitanti nel periodo 1891-1895 ed è sceso a circa 0,6 nel quinquennio 2020-2024. Nel 2024 sono stati registrati 327 omicidi, pari a 0,55 ogni 100.000 abitanti: uno dei valori più bassi nell’Unione europea.
Questo non significa che il problema sia risolto. La riduzione ha riguardato soprattutto gli uomini, mentre gli omicidi di donne sono diminuiti molto meno. Il dato aggregato non deve dunque nascondere la persistenza della violenza di genere. Ma proprio questo dovrebbe essere il compito della buona informazione: tenere insieme il singolo episodio, la tendenza generale e le differenze tra gruppi. La percezione pubblica segue invece una traiettoria molto diversa. In un’indagine internazionale pubblicata nel 2026, l’80 per cento degli italiani intervistati riteneva che la criminalità fosse in aumento e il 76 per cento pensava che stessero crescendo i reati violenti. Non si può dedurre dall’andamento degli omicidi che tutti i reati siano diminuiti: frodi informatiche, truffe e alcune forme di violenza non nei confronti della persona possono seguire dinamiche differenti. Resta però evidente lo scarto tra l’andamento di uno dei reati più gravi e meglio registrati e la rappresentazione che prevale nell’opinione pubblica. Il meccanismo psicologico è noto. Tversky e Kahneman lo definirono “euristica della disponibilità”: tendiamo a giudicare frequente o probabile un evento quando riusciamo a richiamarne facilmente alla memoria degli esempi. Un omicidio raccontato per giorni, accompagnato da immagini, interviste e ricostruzioni, occupa nella memoria uno spazio enormemente superiore a quello di migliaia di giornate nelle quali nessun omicidio è avvenuto. Non si tratta soltanto di una congettura psicologica. Uno studio di Mastrorocco e Minale ha sfruttato la diffusione graduale della televisione digitale terrestre in Italia come esperimento naturale. La minore esposizione ai canali che dedicavano maggiore spazio alla cronaca criminale riduceva la preoccupazione per la criminalità, soprattutto tra gli spettatori con più di cinquant’anni. La conclusione del lavoro è che la selezione mediatica delle notizie non riflette semplicemente le paure sociali ma contribuisce a produrle.
Il punto centrale è che si può dire il vero sul numeratore (lo specifico fatto di cronaca) e mentire, involontariamente, omettendo il denominatore (il totale degli omicidi in un determinato intervallo di tempo). Questa distorsione ha conseguenze politiche. Le percezioni influenzano il voto, le priorità di spesa, la domanda di sicurezza e la disponibilità ad accettare provvedimenti emergenziali. Una democrazia nella quale i cittadini valutano i problemi sulla base della disponibilità mentale degli esempi, anziché della loro incidenza effettiva, rischia di destinare risorse non ai fenomeni più rilevanti, ma a quelli più televisivi.
Per questa ragione sarebbe opportuno introdurre nel servizio pubblico radiotelevisivo una clausola di contesto statistico, che potremmo definire anche “diritto al denominatore”. Dopo il racconto di un fatto di cronaca ad alta rilevanza emotiva — un omicidio, un’aggressione giovanile, un incendio, un incidente sul lavoro — dovrebbe comparire una breve scheda contenente quattro informazioni: l’ultimo tasso disponibile rispetto alla popolazione di riferimento; l’andamento degli ultimi cinque o dieci anni; la fonte e la data del dato; l’eventuale presenza di andamenti differenti per territorio, genere o fascia di età. Il messaggio potrebbe essere molto semplice: “ Quello appena raccontato è un singolo episodio. Nel 2024 in Italia sono stati registrati 327 omicidi, pari a 0,55 ogni 100.000 abitanti. Il tasso complessivo è in forte diminuzione nel lungo periodo, ma la riduzione è stata molto minore per gli omicidi di donne”.
Non sarebbe una censura né un tentativo di minimizzare il dolore delle vittime. Sarebbe l’equivalente informativo dell’obbligo di indicare gli effetti collaterali di un farmaco o il costo complessivo di un finanziamento. La notizia conserverebbe tutta la sua rilevanza, ma non sarebbe lasciata priva del quadro necessario per interpretarla. Il contratto di servizio della Rai già richiede completezza, correttezza, equilibrio, verifica delle fonti e responsabilità dell’informazione. La clausola statistica non introdurrebbe quindi un principio estraneo al servizio pubblico: renderebbe operativi e misurabili obblighi già esistenti.
Alla scheda quotidiana potrebbe aggiungersi un appuntamento settimanale dedicato alle grandi tendenze sociali: criminalità, salute, povertà, ambiente, lavoro, istruzione, incidenti e qualità della vita. Un telegiornale delle tendenze, nel quale si raccontino con la stessa chiarezza i fenomeni che migliorano e quelli che peggiorano. Il suo scopo non sarebbe rassicurare i cittadini, ma restituire loro la corretta scala dei problemi. La cronaca ci dice che cosa è successo oggi. La statistica ci dice se ciò che è successo oggi rappresenta la normalità, un’eccezione o l’inizio di una trasformazione. Una società informata ha bisogno di entrambe per inquadrare i problemi nella loro giusta dimensione.
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