La pace disarmata di Roblat, lo scienziato che lasciò la bomba atomica

Dal Progetto Manhattan al Nobel per la pace: la vicenda esemplare del fisico polacco che trasformò il rimorso in un impegno globale contro il riarmo nucleare
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August 7, 2026
La pace disarmata di Roblat, lo scienziato che lasciò la bomba atomica
Il premio Nobel per la Pace Joseph Rotblat fotografato al summit dei premi Nobel che si è svolto a Roma nel 2004/ ANSA
«Assassinio di innocenti». Così nel 1957 la filosofa britannica Gertrude Elisabeth Margaret Anscombe, ne “La laurea al Sig. Truman”, definì lo sganciamento della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki, avvenuto rispettivamente il 6 e l’8 agosto 1945. Pensatrice di cui è in corso una feconda riscoperta – sin qui era nota soprattutto come curatrice degli scritti del suo maestro Ludwig Wittgenstein – soprannominata, per il carattere deciso, “Dragon lady” (titolo di una monumentale biografia edita da Cantagalli), Anscombe - inutilmente - si era opposta, insieme ad altri tre colleghi, alla decisione del Senato accademico di Oxford di assegnare la laurea ad honorem al presidente statunitense. Ma quell’iniziativa, apparentemente fallimentare, portò un contributo decisivo in merito alla riflessione sulla “guerra giusta”.
Anni prima era toccato a Józef Rotblat compiere un passo indietro ancor più significativo: fisico polacco, classe 1908, è stato uno di quelli che la bomba atomica contribuirono a concepirla. Abbandonò il Progetto Manhattan, però, quando si rese conto che la guerra si sarebbe potuta vincere anche evitando il sacrificio di centinaia di migliaia di vite umane. Nel 1946, per sensibilizzare l’opinione pubblica circa le apocalittiche conseguenze di una corsa agli armamenti nucleari, diventò uno dei fondatori dell’Atomic Scientists Association. Subito dopo l’esplosione della prima bomba ad idrogeno, nel 1954, Rotblat incontrò Bertrand Russell, il quale promosse poi un Manifesto pubblico per denunciare i rischi di una guerra nucleare, firmato da Albert Einstein e da altri otto premi Nobel; la conferenza stampa in cui fu annunciato il 9 luglio 1955 a Londra vide tra i protagonisti il fisico polacco. Due anni dopo, Rotblat si distinse come il principale animatore di un importante meeting internazionale del mondo scientifico a Pugwash, in Canada: da allora, ogni anno, scienziati di ogni nazionalità partecipano alle “Pugwash Conferences on Science and World Affairs” (per inciso: poche settimane fa la segretaria generale del gruppo, Karen Hallberg, ha aperto una due giorni di studi su intelligenza artificiale e guerra nucleare nel Borgo Laudato Si’ a Castelgandolfo). Nel 1995, in quanto direttore delle Pugwash Conferences - per 38 lunghi anni – a Rotblat è stato assegnato il Premio Nobel per la pace.
In un tempo in cui si discute sulla «pace disarmata e disarmante» proposta da Leone XIV, da taluni considerato un utopista ingenuo, l’eredità di Rotblat è a dir poco attuale. Come dimostra un intervento critico pubblicato dalla Nuclear Age Peace Foundation un quarto di secolo fa, all’indomani dell’11 settembre: «I cosiddetti “realisti” derideranno l’idea che la moralità possa avere un ruolo nei problemi della sicurezza mondiale. Riconoscono solo il dominio della forza: “Quante divisioni ha il Papa?”, si chiedono, insistendo sul mantenimento delle armi nucleari per preservare la pace». Ma come arrivò Józef Rotblat a maturare il suo esemplare impegno, lui che – tra l’altro -ha scritto “Dialoghi sulla pace” (Sperling & Kupfer, 2006) a quattro mani col maestro buddista Daisaku Ikeda? Famiglia di origine ebraica, iniziò a studiare fisica in Polonia nel 1928 e venne coinvolto in pionieristici studi sulla radioattività; dieci anni dopo lo troviamo in possesso di un dottorato in Fisica all’Università di Varsavia nonché autore di un pregevole studio sui neutrini, pubblicato sull’autorevole “Nature”. L’anno dopo viene chiamato all’Università di Liverpool per lavorare con il fisico britannico James Chadwick, fresco di vittoria del Nobel per aver scoperto il neutrone. Ci resta pochi mesi; dopo di che, temendo - a ragion veduta - l’inizio della guerra, rientra in patria per portare con sé in Inghilterra la moglie, Tola Grin. Ma le cose prendono una piega diversa: catturata e rinchiusa nel ghetto di Lublino, Tola viene uccisa nel 1942, nonostante Józef provi a fare di tutto per salvarla, tentando persino, ma invano, di arruolarsi nell’aviazione militare britannica, la Raf.
A quel punto Rotblat segue Chadwick, quando questi si trasferisce a Los Alamos, negli Stati Uniti. Racconterà nel 2002 in un’intervista alla “Stampa”: «L’idea della bomba mi venne agli inizi del ’39, in Polonia. Decisi, però, di non pensare a questa possibilità: aborrivo l’idea. Ma quando la guerra scoppiò, dovetti accantonare i miei scrupoli morali: andai da Chadwick e gli suggerii di iniziare a lavorare alla bomba. Ragionai secondo il principio di deterrenza: se Hitler avesse ottenuto l’atomica, l’unico modo per impedirgli di usarla contro di noi era che anche noi l’avessimo e potessimo minacciare una rappresaglia. Cominciammo nel novembre del ’39 e, quando nel ’43 gli americani dettero il via al Progetto, venni arruolato». Tra coloro che avevano giocato un ruolo fondamentale nell’avviare il gruppo di lavoro guidato da Robert Oppenheimer, spicca il fisico ungherese Leó Szilárd; nel 1939, insieme ad Einstein, aveva inviato al presidente Usa Franklin D. Roosevelt una lettera confidenziale, illustrando la possibilità di un’arma nucleare a fissione e incoraggiandone lo sviluppo, prima che i nazisti riuscissero a fare altrettanto. Il 2 dicembre 1942 Szilárd aveva ottenuto all’Università di Chicago la prima reazione a catena controllata. Ma non ne aveva esultato; a Rotblat confidò che il giorno della sua scoperta «sarebbe passato alla storia dell’umanità come un giorno nero».
Per Rotblat il punto di svolta decisivo arrivò nella primavera del 1944, quando sentì dire dal generale Leslie Richard Groves, supervisore militare del Progetto Manhattan: «Il principale scopo del Progetto è quello di soggiogare i russi». Per Rotblat un fulmine a ciel sereno: «I russi erano nostri alleati e noi lavoravamo contro Hitler. Immagini il mio shock! E quando lo dissi ai miei colleghi, non mi credettero!». Il fisico polacco cessò immediatamente di lavorare alla bomba. Avendo già espresso in precedenza la propria contrarietà (ormai s’era capito che i tedeschi erano in ritardo nella realizzazione dell’atomica), l’Fbi decise di sorvegliarlo da vicino, temendo fosse una pericolosa  spia al soldo dell’Urss. La storia ci consegna un’altra verità: Jozef Rotblat, morto anzianissimo il 31 agosto del 2005 a Londra, è stato un grande scienziato e, soprattutto, «un uomo di coscienza nell’età nucleare», come si intitola la biografia che nel 2009 gli ha dedicato un suo collaboratore. «Le attuali concezioni di deterrenza nucleare – scriveva anni fa – sono inaccettabili dal punto di vista morale. Acconsentendo a questa politica, non solo i leader, ma ognuno di noi, metaforicamente, tiene il dito sul pulsante e partecipa a una scommessa in cui è in gioco la sopravvivenza della civiltà umana». Sembra di sentire papa Leone XIV, che nel recentissimo “Disarmata e disarmante. La pace è un dono” (Lev), si chiede: «La specie umana deve continuare ad abitare la Terra? La combinazione del dominio cibernetico con il riarmo globale induce a porre seriamente tale questione».

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