Sarà il ritorno della fiducia a rilanciare la globalizzazione

di Innocenzo Cipolletta
Non sarebbe stato possibile lo sviluppo della globalizzazione senza la fiducia che ha sorretto i miliardi di relazioni tra Paesi, aziende e persone. Ora dobbiamo recuperarla
Google preferred source
June 21, 2026
Sarà il ritorno della fiducia a rilanciare la globalizzazione
La globalizzazione – parola che ha assunto nell’ultimo periodo connotati negativi – ha significato un crescente e diffuso processo di intensificazione degli scambi (commerciali, finanziari e di persone) tra tutti i paesi, al punto di rendere ogni paese, ogni impresa e ogni attività dipendente da altri paesi, da altre imprese e da altre attività. Il principio economico che l’ha guidata è stato quello della ricerca della massima efficienza, sicché gli scambi si sono effettuati sulla base del costo minore per la migliore qualità: i processi produttivi si sono disarticolati nel mondo, sicché, ad esempio, un vestito poteva essere disegnato in Francia, industrializzato in Italia, confezionato in Vietnam, con tessuti fabbricati in Romania e con accessori prodotti in Brasile, distribuito attraverso una società di logistica olandese, pubblicizzato e promosso da una società americana, diffuso con un marchio inglese, commercializzato nei negozi di New York e di altre città del mondo e finanziato da una banca svizzera.
La globalizzazione, acceleratasi nel corso degli anni ’80 del secolo scorso, ha sicuramente consentito a molti paesi poveri, in particolare a quelli asiatici (ma non solo), di uscire dal sottosviluppo e di raggiungere un maggior livello di reddito e di benessere. Ma, non v’è dubbio che questo intricato processo abbia generato anche disagi diffusi per lo spostamento di convenienze nelle produzioni con perdite di lavoro in specifiche attività e territori e per l’ampliarsi delle diseguaglianze all’interno di tutti i paesi. La crisi finanziaria globale, esplosa nel 2008, pur se ascrivibile alle politiche condotte negli USA (crisi dei mutui sub-prime), ha finito per rovesciarsi sul mondo intero proprio a causa della globalizzazione, ossia degli stretti rapporti fra tutti i paesi che non hanno consentito di isolare la crisi la dove si era prodotta. Qualcosa di simile avverrà poi con la pandemia, anch’essa generata in un angolo della Cina nel 2019, ma esplosa in tutto il mondo a causa degli intensi spostamenti di milioni di persone da un paese ad un altro. In quegli anni si può dire conclusa la fase di maggiore intensità della globalizzazione.
Cosa ha reso possibile questa stretta interconnessione tra i diversi paesi, pur in presenza di distanze elevate, incomunicabilità di lingua e di costumi, diversità di regimi politici e quant’altro? Sicuramente l’innovazione tecnologica ha giocato un ruolo determinante, abbattendo le frontiere temporali e spaziali. La tecnologia digitale ci ha messi tutti in connessione “in tempo reale”, come si usa dire e questo ha reso possibile comunicare e mettere in relazione apparati produttivi lontani nello spazio.
Ma il fattore che più ha giocato nel determinare questo processo di globalizzazione è senza dubbio la fiducia. La fine della guerra fredda con la caduta del Muro di Berlino, lo scioglimento del Patto di Varsavia, la dissoluzione dell’Unione Sovietica, l’apertura della Cina al commercio mondiale fino alla sua adesione al WTO (World Trade Organization) sono tutti eventi che hanno fatto venir meno la diffidenza che si era instaurata tra i due blocchi di nazioni dopo la Seconda guerra mondiale.
Qualcuno ha parlato di “fine della storia” (Francis Fukuyama) e di trionfo dell’economia di mercato, con tutti i paesi allineati e interconnessi dalla finanza internazionale. Sta di fatto che i rapporti commerciali e finanziari si sono sviluppati grazie a un clima di fiducia sorretto dal rispetto di alcune regole di diritto internazionale e dal principio di multilateralismo che ha connotato le relazioni internazionali del mondo occidentale sin dal dopoguerra.
Non sarebbe stato possibile lo sviluppo della globalizzazione senza la fiducia che ha sorretto i miliardi di relazioni tra paesi, aziende e persone che continuamente si sono intrattenuti quotidianamente. Questo non significa che non ci siano stati errori, malintesi o imbrogli anche in questo periodo. Ma tali comportamenti rientrano nella normalità dei rapporti economici e possono trovare compensazione nei sistemi di assicurazione e limiti nei sistemi giudiziari. Quello che è cambiato, a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, è stata la fiducia tra i paesi e la spinta a collaborare per aumentare il benessere delle popolazioni dopo anni di diffidenza che avevamo chiamato guerra frdda. E, se è vero che, purtroppo, la globalizzazione non ha evitato guerre, è anche vero che durante la fase massima della globalizzazione (vedere grafico tratto da OCPI “Frequenza e caratteristiche delle guerre nel mondo”) le guerre sono diminuite, proprio perché l’intensificarsi delle relazioni ha ridotto significativamente il ricorso alle armi nelle dispute tra i paesi e all’interno dei paesi. La numerosità e gravità dei conflitti raggiunse un suo massimo alla fine della guerra fredda nel 1989 e da quel momento i conflitti sono scesi fino al 2012 quando la globalizzazione era ormai stata giudicata causa dei mali e osteggiata in diversi modi. L’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014 e poi l’avvento dell’era Trump (2017) hanno poi iniziato a demolire la globalizzazione, che ha subìto il colpo di grazia col secondo governo Trump e le guerre che ne sono derivate.
Di fatto, dalla ricerca della massima efficienza (la globalizzazione) si è passati nei giorni nostri alla ricerca della massima sicurezza, che ha portato a diversificare le fonti di approvvigionamento, a fare abbondanti scorte, a evitare specifici rapporti e a limitare i rapporti fra paesi “amici” e, quindi affidabili. Oggi nei rapporti tra i paesi domina il “fare i propri interessi nazionali” e quindi la fiducia si è ridotta ai minimi termini. Ne è derivata una minore crescita economica, una maggiore inflazione e forti tensioni politiche e militari, come purtroppo le cronache di questi giorni stanno testimoniando.
Ci aspettano anni difficili e momenti di tensione, forse anche una nuova crisi finanziaria e l’arresto dei processi d’integrazione europea. Ma, come cerco di argomentare nel mio recente libro dal titolo “Dopo Trump, il futuro della globalizzazione” (Edizioni Laterza, 2026), è molto probabile che successivamente la globalizzazione riprenderà a caratterizzare i rapporti internazionali e la fiducia tornerà ad essere la base della crescita economica. Perché se vogliamo dare una risposta ai diversi problemi che riguardano tutti i paesi indistintamente (dal cambiamento climatico, all’evoluzione della demografia, alle migrazioni, ai rischi pandemici) non c’è soluzione che non sia da prendere a livello mondiale attraverso forme di collaborazione che ci riportino a sistemi di globalizzazione, governata meglio di quanto abbiamo fatto nell’ultima esperienza. È questa la sfida che ci attende dopo Trump.
Domenica 21 giugno alle ore 10 a Taobuk (Taormina) Innocenzo Cipolletta, autore di “Dopo Trump, il futuro della globalizzazione” (Editori Laterza), sarà protagonista dell’incontro «Trust but verify» con Massimo Gaggi, Marc Lazar e Luigi Gianniti. Taobuk è ideato e diretto da Antonella Ferrara e promosso dalla Regione Siciliana.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire