L'Argentina si mobilita nel nome del vescovo Angelelli e dei martiri de La Rioja
di Paolo Annechini, La Rioja (Argentina)
A 50 anni dalla loro morte, quattro giorni di celebrazioni hanno occupato strade e piazze. «Donde està el resto?» si legge sugli striscioni in riferimento ai 30mila desaparecidos di quel periodo

Sono durate 4 giorni a La Rioja, provincia poverissima dell’ovest dell’Argentina, le celebrazioni per i 50 anni dalla morte del vescovo Enrique Angelelli e degli altri tre martiri riojani. Iniziate sabato primo agosto a Punta de Los Llanos, dove i militari fecero ribaltare l’auto sulla quale viaggiava l’allora vescovo di La Rioja, sono terminate il 4 agosto, giorno della morte, con una marcia nelle vie cittadine e la celebrazione in cattedrale presieduta da Dante Braida, vescovo della città. Per martiri riojani si intendono il vescovo Enrique Angelelli, padre Carlos Murias, padre Gabriel Longueville e il laico Wenceslao Pederneira. Uccisi perché mettevano in pratica la “pastorale di Angelelli”, che era diventata una spina nel fianco per il governo militare. Carlo Murias era un francescano conventuale, e Gabriel Longueville un fidei donum francese in Argentina dagli inizi degli anni ’60. Entrambi chiamati a La Rioja da Angelelli. I due furono prelevati da agenti in borghese la sera del 18 luglio nella cittadina dove vivevano, a Chamical, e i loro cadaveri trovati dopo due giorni. Wenceslao era un contadino, sposato con tre figlie. Non era credente. Ascoltando le omelie di Angelelli si era avvicinato al Vangelo. I due si conobbero e Wenceslao divenne leader dell’Azione Cattolica e del Movimento rurale a Sañogasta. Fu freddato davanti a moglie e figlie la sera del 25 luglio 1976. Ma tutto ciò non bastava, si doveva uccidere chi generava questo flusso di coscienza e di rivendicazioni tra i contadini. Ed era Angelelli, il vescovo di La Rioja. Per questo il 4 agosto i militari inscenarono l’incidente stradale al quale fin da subito, a La Rioja, nessuno credette.
Angelelli era nato a Cordova nel 1923 da genitori marchigiani emigrati in Argentina (il padre di Montegiorgio, la madre di Cingoli). Entrato in seminario, divenne sacerdote a Roma nel 1949 dove proseguì gli studi fino al 1951. Ritornò a Cordoba, lavorò come parroco nelle periferie della città distinguendosi per la sua vicinanza ai poveri. Fu ordinato vescovo ausiliare di Cordoba nel 1960. Partecipò ad alcune sessioni del Concilio Vaticano II, che segnò tutto il suo cammino episcopale. Il 24 agosto 1968 entrava come vescovo a La Rioja. Lo stesso giorno a Medellin si apriva l’incontro dei vescovi latinoamericani che sancivano l’opzione preferenziale per i poveri, che già da tempo era la sua opzione. Per molti non era “el obispo” ma “el pelado”, per la sua pronunciata calvizie. Così anche lui si firmava nelle lettere agli amici, così era visto: un uomo vicino alla gente. La prima Messa di Natale a La Rioja non la celebrò in Cattedrale, ma nel quartiere più povero della città. Il potere insorse, i poveri applaudirono e parteciparono in massa. E fu così per gli otto anni del suo ministero a La Rioja. Appoggiò la nascita di cooperative di contadini, si mise sempre dalla parte della povera gente, rivendicando davanti alle autorità i diritti negati. La sua linea pastorale si può racchiudere nella sua celebre frase «un orecchio al Vangelo e uno al popolo». La Messa domenicale, trasmessa via radio, divenne un appuntamento per tutti: era la voce dei senza voce nel denunciare soprusi e parenti scomparsi. Ancora prima dell’arrivo dei militari nel marzo del 1976 i politici vietarono la trasmissione. La tensione in diocesi crebbe a tal punto che il vescovo avrebbe fatto un passo indietro, se fosse servito a rasserenare il clima. Intervenne Paolo VI che gli confermò fiducia piena. Anche Bergoglio, allora responsabile dei gesuiti in Argentina, andò da lui con Pedro Arrupe, superiore generale, vista la situazione e la presenza a La Rioja dei gesuiti, apertamente sulla linea di Angelelli. Papa Francesco il 27 aprile 2019 beatificò i 4 martiri riojani, i quali «erano consapevoli di correre il rischio di venire uccisi sia per il clima persecutorio sempre più violento sia per il loro personale impegno di denuncia delle ingiustizie e di difesa dei poveri e dei loro diritti. Nonostante ciò, scelsero di rimanere fedeli al loro ministero fino alla fine». «Celebrare i 50 anni di questo martirio non è un’operazione nostalgica», sottolinea l’attuale vescovo Braida, «ma ci indica ancora oggi la strada del Vangelo, l’opzione per i poveri di oggi fino alle estreme conseguenze». Celebrare Angellelli vuol dire ritornare alla dittatura e al terrorismo di Stato in Argentina tra il 1976 e il 1982, una ferita ancora aperta. In uno striscione nelle celebrazioni riojane era scritto: «Donde està el resto?» («dove stanno gli altri?»), in riferimento ai 30.000 desaparecidos di quel periodo. E su un altro ancora: «Trabajo, Tierra, Techo», («lavoro, terra, tetto»). Temi che portarono all’uccisione di Angelelli, ancora molto attuali nell’Argentina di oggi.







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