In Ecuador la vita è usa e getta: «Per la gang valevo 40 dollari»

Con la complicità di pezzi di Stato, le bande armate tengono in ostaggio la città di Guayaquil, porta della coca sul Pacifico. I ragazzi delle baraccopoli sono la loro manodopera. Come Juan, reclutato a soli 9 anni
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September 20, 2026
In Ecuador la vita è usa e getta: «Per la gang valevo 40 dollari»
I militari perquisiscono un ragazzo nella capitale dell'Ecuador, Quito / ANSA
Bro, abbreviazione di “brother”, fratello, in inglese. Juan – il nome è di fantasia per ragioni di sicurezza – si rivolgeva così agli altri “tigrotti”, Los Tiguerones, una delle più potenti gang che tengono in ostaggio Guayaquil, la seconda città dell’Ecuador. L’irruzione in diretta della banda, l’11 gennaio 2024, alla sede dell’emittente nazionale Tc, ha causato uno choc in patria e all’estero. La settimana scorsa, durante il viaggio nel Paese, Marco Rubio ne ha annunciato l’inclusione nella lista Usa delle organizzazioni terroristiche. “Bro” per Juan non era un modo di dire. Considerava “i tigrotti” davvero la sua famiglia. Del resto, vi era cresciuto insieme fin da quando, ad appena 9 anni, era stato avvicinato da alcuni ragazzi più grandi che gli avevano offerto i primi “lavoretti”. Qualcosa di facile, all’inizio. Ma fondamentale per aiutare la nonna, che l’aveva allevato vendendo spianate di mais per strada. Come segnalare, ad esempio, eventuali facce nuove presenti tra Isla Trinitaria e Las Malvinas, quartiere-baraccopoli nel sud della metropoli portuale. Poi, un anno dopo, avevano iniziato ad affidargli dosi di marijuana da vendere ai compagni di scuola. Almeno fino a quando vi era andato. Poco: ben presto aveva lasciato gli studi come altri 800mila minori ecuadoriani, un quinto del totale. Appena 16enne, Juan era diventato a tutti gli effetti un “tigrotto”: all’epoca, ancora, questi ultimi erano parte integrante di Los Choneros, prima della scissione del 2021.
«Facevo tutto quello che mi ordinavano: furti, estorsioni, rapine. Omicidi? Non ero abbastanza bravo come sicario. Comunque guadagnavo bene: una volta versata la “quota” alla banda, mi restavano duecento dollari alla settimana. Mi piacevano i soldi: non ci ho messo molto a smettere di studiare. Ma non era solo quello. Los Tiguerones erano carne della mia carne. Abbiamo combattuto insieme al tempo della ribellione. Los Choneros hanno ammazzato uno dei miei fratelli, hanno minacciato mia nonna, volevano portarle via la casa. Ma non li ho mai traditi. Mai. Invece loro hanno cercato di farmi fuori per quaranta dollari. Credevano che li avessi sottratti senza permesso dalla quota». Quando, alla fine del 2022, un proiettile esploso da un commando della gang l’ha sfiorato, per Juan qualcosa si è rotto in modo irreparabile.
«Ho dimostrato che non avevo preso niente e per loro tutto è tornato come prima. Non per me. Non mi fidavo più». È stato allora che ha cominciato a frequentare la fondazione Nueva vida, creata nel 2019 dall’arcidiocesi di Guayaquil per cercare di dare, attraverso la formazione, alternative ai giovani di Isla Trinitaria-Las Malvinas.
«Ci ero andato qualche volta durante la pandemia, quando era tutto fermo. Avevo fatto qualche incontro al laboratorio di panetteria. Mi piaceva molto, impastare mi calmava i nervi. Poi l’attività era ripresa e il tempo per il pane si era ridotto. È stato solo dopo la faccenda dei quaranta dollari che ci ho ripensato. E, poco a poco, ho ripreso. Non so come ho deciso. So solo che un giorno non sono andato all’appuntamento con la banda. Nemmeno quello successivo. Alla fine, ho risposto al telefono e ho detto: “Ho chiuso” e sono diventato a tempo pieno panettiere della fondazione». La risposta di Los Tiguerones è arrivata l’8 febbraio scorso quando una raffica di proiettili ha polverizzato i vetri della finestra di Juan, nel mezzo della festa di compleanno della nonna. Cinque proiettili gli hanno trapassato il collo, la clavicola, la spalla sinistra. «Ho sentito un bruciore, poi l’urlo: “Traditore”. Mi sono risvegliato in ospedale. I medici mi hanno detto che ce l’ho fatta per un soffio. Sono vivo. Finora. So che ogni minuto può essere l’ultimo».
A 32 mesi dall’avvio della cosiddetta “guerra alla droga” dichiarata dal presidente ultraconservatore Daniel Noboa, l’Ecuador è un “Paese-fronte”.
«Viviamo in mezzo ai proiettili», dice Susana Veloz, responsabile di Nueva vida. L’epicentro della battaglia è Guayaquil. Con l’incremento dei controlli lungo la rotta terrestre, il suo porto affacciato sul Pacifico – con 300mila navi container in partenza ogni mese – è diventato, in poco più di cinque anni, il principale trampolino per l’Europa e gli Usa – luoghi di consumo e di guadagno – della coca prodotta in Colombia, Perù e Bolivia.
Cruciale per i cartelli messicani – che gestiscono il traffico nel Continente – aggiudicarsene le chiavi. La strategia di conquista ha proceduto lungo il doppio binario classico. Da una parte, la cooptazione di pezzi di istituzioni, sempre più grandi, senza il cui sostegno non è possibile “fare affari”. Dall’altra, il crescente controllo del territorio, in particolare delle sterminate baraccopoli, mediante il “reclutamento” delle gang locali, da sempre attive data l’assenza e la complicità dello Stato.
All’aumento della violenza, Noboa ha reagito con il pugno di ferro. Ispirato dal muscolare leader salvadoregno Nayib Bukele, ha dichiarato per due volte – l’ultima a maggio – il «conflitto armato interno». Una figura quest’ultima del diritto internazionale umanitario che consente il dispiegamento dell’esercito contro il crimine e il prolungamento a oltranza dello stato di emergenza. L’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca e il varo della “Dottrina Donroe” ha dato un’ulteriore spinta al giro di vite. Da marzo, i militari del Comando Sud degli Stati Uniti hanno iniziato le operazioni congiunte con le forze armate ecuadoriane. Il Paese è uno dei perni dello “Scudo delle Americhe”, il programma di sicurezza disegnato da Washington. Il metodo Bukele-Donroe, però, non sembra funzionare. Il tasso di omicidi rispetto alla popolazione cresce a livello esponenziale: l’anno scorso ha raggiunto il record di 50 ogni centomila abitanti, sei volte rispetto al 2020.
«La “guerra alla droga” di Noboa è un clamoroso fallimento in termini di ripristino della sicurezza. Il punto è che quest’ultimo non è il reale proposito. L’obiettivo, come negli altri Stati dove è stata dichiarata, è politico. Militarizzazione e stato di emergenza hanno consentito la concentrazione del potere e la neutralizzazione della resistenza sociale, da sempre forte. Il che fa molto comodo alle attuali oligarchie rampanti, in Ecuador e nel resto del Continente, i cui interessi coincidono con quelli dell’Amministrazione Trump», spiega Luis Córdova Alarcón, coordinatore del programma di ricerca su ordine violenza e conflitto dell’Università Centrale dell’Ecuador.
Secondo il noto politologo, in America Latina è in atto un processo di riconfigurazione dello Stato. «Il raggio d’azione delle istituzioni – in termini di garanzia di condizioni di vita minimamente degne a crescenti porzioni di cittadini – si fa sempre più piccolo. Lo spazio, lasciato “vuoto”, viene facilmente penetrato dai capitali internazionali, leciti e illeciti, che spesso operano insieme. Ecco perché il narcotraffico è solo una delle questioni, non la principale. In gioco c’è l’accaparramento delle risorse naturali. La violenza rende la popolazione è resa inerme o la costringe a fuggire». Venezuela docet. Nel mentre a Isla Trinitaria-Las Malvinas anche ieri notte hanno trovato un cadavere nella discarica. Juan sospira: «Potrei essere il prossimo. Se puoi, aiutami ad andare via...».

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