Yemen, il segnale distensivo degli Houthi all'Italia: «Non siamo in guerra con voi»
Dopo il bombardamento di una base aerea, col danneggiamento di un velivolo militare italiano, le forze ribelli yemeniti inviano a Roma messaggi meno bellicosi, che collimano con le dichiarazioni dei ministri Tajani e Crosetto. Ma la Difesa prepara un rapporto sulla sicurezza dei nostri militari all'estero. E il Governo alza il pressing verso Bruxelles per ottenere maggiori finanziamenti dai Ventisette per la missione Aspides, che serve a proteggere i mercantili europei in transito nello Stretto di Hormuz. Una richiesta con cui concorda l'Alta rappresentante delle politiche estere dell'Unione, Kaja Kallas, che risponde favorevolmente alla lettera di Crosetto.

Stemperare le tensioni, evitare altri “incidenti”, scongiurare il rischio di una escalation . Perché se pure un problema c’è stato - il danneggiamento, l’altro ieri, di un aereo militare italiano durante un attacco delle forze Houthi contro la base di Taif, in Arabia Saudita -, il fatto che non siano stati causati feriti o vittime fra i soldati del nostro Paese facilita i tentativi di smorzare. E la volontà di entrambe le parti - il Governo italiano e il comando dei ribelli yemeniti - pare proprio essere quella di gettare acqua sul fuoco, onde evitare il divampare di un nuovo focolaio di conflitto che nessuno sembra volere, in uno scenario globale già infiammato. «Non andiamo assolutamente in guerra», dichiara di buon mattino a La7 il vice premier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, riferendosi al piano del ministro della Difesa, Guido Crosetto, di scortare le navi italiane a Bab el-Mandeb senza aspettare l’Ue: «Quelle navi sono impiegate lì con la missione Aspides dell’Ue - sottolinea Tajani -. Una missione difensiva, non per attaccare gli Houthi, ma per proteggere le navi in caso di attacco». Qualche ora dopo, un messaggio speculare arriva dai vertici Houthi, interpellati dalle agenzie di stampa italiane: «La nostra è una resistenza armata legittima di fronte alla prolungata aggressione saudita. Non siamo in guerra con l’Italia e non intendiamo coinvolgere il vostro Paese», precisa all’ Ansa Muhammad Mansur, funzionario del ministero dell’informazione del governo Houthi a Sanaa. Tuttavia, aggiunge Mansour, «ci chiediamo cosa ci fanno gli aerei italiani in Arabia Saudita a sostegno della guerra di Riad contro di noi». Poco dopo, a mandare un analogo segnale distensivo è Asr al-Din Amer, vice capo dell’Autorità per i media: «Non siamo in guerra con l’Italia, né desideriamo che essa venga coinvolta in atti ostili contro il nostro Paese o che sostenga atti di aggressione contro la nostra Nazione e il nostro popolo - dichiara all’ Adnkronos -. Attualmente siamo in guerra con il nemico saudita, che da 12 anni assedia e attacca il nostro Paese». Dal canto suo, il titolare della Difesa Guido Crosetto se la prende coi titoloni dal sapore bellico di alcuni media: « Il Fatto Quotidiano ha superato sé stesso nella definitiva mistificazione dei fatti. Il titolo “L’Italia in guerra senza dirlo agli italiani e al Colle” è falso, offensivo, ingannevole e gravissimo per la dignità del mio ufficio, il mio giuramento da ministro, come per il capo dello Stato, le Forze armate, i cittadini - attacca il ministro -. L’Italia non è in guerra. Il Parlamento e il Quirinale non sono stati “esclusi” da niente».
La Difesa lavora a un rapporto sulla sicurezza dei nostri militari
Insomma, la politica e la diplomazia provano a smorzare le tensioni. Nel frattempo, però, in base all’evoluzione del quadro in Medio Oriente, i vertici della Difesa lavorano alla stesura di un rapporto su possibili opzioni operative che garantiscano ulteriormente la sicurezza dei nostri contingenti. Il ministro Guido Crosetto ha chiesto al capo di Stato Maggiore della Difesa, Luciano Portolano, e al capo del comando operativo di vertice Interforze, Giovanni Maria Iannucci, di fornire in merito un’ulteriore valutazione. E dal campo giungono notizie poco rassicuranti: ieri si sono registrati attacchi contro un deposito di carburante all’aeroporto di Riad e contro impianti petroliferi nella città portuale saudita di Yanbu.
Il pressing sull’Ue per Aspides e il sì di Kallas
Nella regione, la linea del Governo è comunque chiara. Ed è ancora Tajani a ribadirla: «Sono d’accordo con Crosetto. Dobbiamo dare un messaggio forte a chi esporta, perché l’export rappresenta tra il 30 e il 40% del nostro Pil». Dunque l’Italia non rinuncerà a proteggere militarmente le navi battenti il tricolore che attraverseranno lo stretto di Hormuz. Ma dopo la richiesta di Crosetto all’Alta rappresentante Ue, Kaja Kallas, monta il pressing di Roma su Bruxelles per ottenere maggiori fondi per la missione europea Aspides. L’Italia, insomma, è pronta a impegnare almeno due fregate, ma non solo a spese del nostro erario. E in serata arriva la replica di Kallas, in risposta alla lettera inviata dal ministro Crosetto. Ebbene, a quanto si apprende, anche l'Alta rappresentante Ue concorda «sulla necessità» di rafforzare la missione ed è pronta a inviare a sua volta una lettera agli Stati membri per coinvolgerli sulla questione.
La richiesta di un dibattito in Parlamento
D venerdì le opposizioni chiedono che l'esecutivo riferisca con urgenza alle Camere sulla sicurezza dei soldati italiani dispiegati all'estero. Anche a loro, il vicepremier lascia intendere che, nel rispetto della Costituzione, la presenza italiana nell’area non cesserà. «I nostri mercantili devono passare indenni. È fondamentale per noi Bab el-Mandeb, come è importantissimo Hormuz per il petrolio. Quindi noi faremo di tutto per proteggere le navi che portano le nostre merci. E se servirà spiegarlo in Parlamento - conclude Tajani - lo faremo».
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