Nel sud del Libano Israele muove con ruspe, droni e dinamite per cancellare i villaggi

di Nello Scavo, inviato a Mansouri
A Mansouri tra chi resiste oltre la “Linea gialla”, dietro alle posizioni israeliane più avanzate. Gli sfollati chiedono se la propria casa è ancora in piedi, poi la serie di boati che rade al suolo tutto. Il nostro reportage
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September 20, 2026
Vista degli edifici abbattuti dalle ruspe israeliane a Mansouri, nel Libano del sud / REUTERS
Vista degli edifici abbattuti dalle ruspe israeliane a Mansouri, nel Libano del sud / REUTERS
Alla fine della strada comincia la guerra. L’annunciano le alte colonne di polvere scura che cancellano quel che restava di Mansouri, il borgo che guardava il mare sopra due valli. Spariscono sotto i nostri occhitetti, cortili, moschea, scuola, ulivi. Resta la smorfia muta degli sfollati quando arriva la conferma: «Casa tua l’hanno demolita adesso». I sentieri tra i bananeti non sono tutti presidiati dai soldati di Tel Aviv. Arriviamo ai piedi dell’ampia altura quando una ruspa arancione è impegnata a demolire le casette basse spianando la strada ai blindati. Non dovremmo essere qui, sulla “linea gialla” dietro alle posizioni israeliane più avanzate. Ma nessuno sa dove passi esattamente la nuova demarcazione con cui Israele ha concordato una fascia di sicurezza che dal confine meridionale viene spostata metro a metro ben oltre il Litani, il fiume che pare ancora un rivolo e taglia il Libano meridionale da oriente fino alla costa mediterranea. Con l’aiuto di alcuni residenti appostati su un terrapieno riusciamo a vedere soldati israeliani che entrano negli edifici disabitati. Depositano pacchi scuri, poi escono. Alcuni rover radiocomandati allungano il braccio meccanico per disseminare di altre casse gli edifici irraggiungibili a causa delle macerie. E’ così che si prepara il colpo di grazia per l’abitato. Da Hanniyeh, a mezzo chilometro in linea d’aria, ci avvertono che una squadriglia di droni a elica si sta avvicinando. Quando ci allontaniamo li osserviamo planare su alcuni terrazzi e poi riprendere quota. «Stanno lasciando la dinamite. Faranno saltare tutta Mansouri in un colpo solo», avverte un uomo che si è preso la briga di avvisare i compaesani sfollati. «Hassan, ci avevi messo una settimana a scavare la fossa biologica. E adesso la ruspa in un minuto ha buttato giù tutto», proferisce senza prendere fiato, come per sputare il rospo in un colpo solo. Il telefono squilla ancora. Una donna non vuol credere a quel che dicono. «Lo sai che Youssef, tuo cugino, fa il manovale a giornata, che ha sudato vent’anni per costruire la casa. Non può essere vero, voglio vederla». E parte la videochiamata. Silenzio, poi il pianto dirotto. «Come glielo dico a tuo cugino che i sacrifici di tutta una vita non sono serviti a niente?». Neanche l’imam ha voluto andarsene. È rimasto nelle vicinanze. Si gratta l’ʿammama, il turbante dei religiosi sciiti. Stropiccia la qabaāʾturchese, la lunga veste clericale. Il minareto non c’è più. «Quale mostro può volere questo?». E non vuol dire altro.
Narghilè accanto, cellulare puntato su Mansouri, il ragazzo seduto sul ciglio di una villa bianca bombardata, dice che entro sera salterà tutto per aria. «Il tempo di allontanare i soldati e il caterpillar, poi schiacceranno il bottone», assicura. Da qui, dietro ai cespugli e ai rovi, se ci fossero dei tiratori di Hezbollah potrebbero facilmente mirare ai militari israeliani. Ma il ragazzo che non vuole si sappia come si chiama, indica due edifici in costruzione più in alto, sopra Mansouri. Si vedono riflessi luccicanti, di tanto in tanto. «Gli israeliani sono li, e sanno che noi siamo qui», mette in guardia prima di dare il cambio a uno più anziano. Poi scuote il capo: «Neanche il nostro esercito si avvicina quassù».  Non tutta l’area presenta lo stesso dispiegamento militare. La “Linea gialla” non ha i caratteri di una frontiera stabile. Ci sono aree nelle quali il controllo è esercitato attraverso postazioni e soldati. Altre dove pesano soprattutto interdizione degli accessi, droni, fuoco diretto. Mansouri era al centro di questa geografia mobile. Chi la controlla, sorveglia l’intera costa meridionale. Dall’alto può tenere d’occhio persino le basi della forza internazionale. Dai cinesi, posizionati a Nord verso Tiro, agli italiani dispiegati in direzione sud verso il confine israeliano.
Di combattimenti con Hezbollah non ce n’erano stati. La maggior parte dei residenti, come mostrano le bandiere strappate dalle deflagrazioni, sono sostenitori di Amal, la formazione del presidente del parlamento Nabih Berri, sciita e alleato di Hezbollah, ma distinto dal “Partito di Dio” a doppio filo legato a Teheran. Israele dà una spiegazione diversa. Considera Mansouri almeno in parte nella propria fascia di sicurezza e sostiene che le operazioni nel Libano meridionale servano a impedire a Hezbollah di ricostituire infrastrutture e capacità militari. Già il 26 giugno un ufficiale di Tel Aviv aveva confermato che il villaggio si trovava all’interno della «security zone» nella quale operano i soldati israeliani. Gli sfollati a Tiro e a Beirut continuano a chiamare. «La tua casa è intatta», risponde la vedetta. Un’altra telefonata: «La tua la stanno demolendo con un caterpillar, mi spiace. Allah è grande». È l’improvvisato bollettino della distruzione. Non si contano le vittime. Si contano le rare case rimaste in piedi. Qualcuno scopre che la propria abitazione è stata risparmiata. «Quanto hai pagato Netanyahu?», scherzano. Poi il guardiano delle macerie richiama l’amico. E non ride più: «Adesso gli stanno mettendo l’esplosivo». Ali Hussein, coltivatore di tabacco, sobbalza ogni volta che l’eco trasporta il suono della pala d’acciaio della ruspa. «Non dovrebbe mai accadere una cosa del genere», va ripetendo da giorni. In un terreno vicino Wissam allevava api. Non sa che fine abbiano fatto, ma sa che senza più frutteti, non torneranno. Quando la luce del pomeriggio si abbassa sulla vallata, dobbiamo tornare indietro verso Tiro. Non ci sono checkpoint israeliani. Anzi, i militari che vanno piantando la bandiera con la Stella di David sembrano essersi dileguati. È un cattivo presagio. I tornanti che dolcemente conducono alla spiaggia, di colpo cambiano colore. Poco prima le forze israeliane avevano avvertito che le operazioni sarebbero state intensificate. Per qualche istante anche la terra trema. Il fragore che scuote la pineta e oscura il cielo è l’ultima nota su una città che ormai non esiste più.

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