Nepal, un mese dopo: cronaca di un disastro umanitario

Il bilancio delle vittime sempre più è drammatico: 1.404 morti e 6.150 dispersi. La denuncia degli attivisti: «Oltre 17mila bambini hanno bisogno di tutto e possono finire nel mirino della tratta e dei trafficanti»
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September 19, 2026
Case danneggiate dalle devastanti inondazioni dello scorso mese a Dhunge, nel distretto di Nuwakot  / ANSA
Case danneggiate dalle devastanti inondazioni dello scorso mese a Dhunge, nel distretto di Nuwakot / ANSA
L’emergenza è ancora aperta nella valle del Bhotekoshi e nelle sue estensioni verso Nord, nell’area confinaria del Tibet, e verso Sud, lungo il corso del Trishuli, mentre si lavora per riportare la circolazione sull’arteria principale del Paese, quella che collega Kathmandu e Pokhara, interrotta dalla piena e dalla massa di detriti. Una emergenza ambientale economica, con un costo finora solo indicativo di cinque miliardi di dollari, che sta diventando sempre più anche umana. Il trauma collettivo va gradualmente svelando quelli individuali ed è significativo che circa 17mila minori coinvolti in vario modo dal disastro abbiano bisogno di assistenza psicologica urgente. A confermarlo è l’Unicef: «Molti bambini hanno assistito alla morte di persone care. Le alluvioni hanno distrutto abitazioni e scuole e provocato nuovi sfollamenti. In alcuni casi le famiglie devono ancora fare i conti con persone disperse», riferisce l’agenzia Onu. In questo quadro che riguarda la difficoltà di ritrovare una qualche normalità e stabilità si inserisce anche il dato di 14.500 studenti impossibilitati a rientrare nelle aule perché gli edifici scolastici dei distretti maggiormente colpiti sono oggi inagibili o trasformati in centri di accoglienza.
L’esperienza nepalese insegna poi che c’è un rischio che pesa sulla popolazione più giovane o più debole e l’allerta è stata richiamata pochi giorni fa sul Kathmandu Post anche dall’attivista Ashvina Basnet, con lunga militanza a difesa dei minori e delle donne oggetto di tratta attraverso il confine indo-nepalese. «Per le popolazioni colpite, i disastri naturali e le calamità rappresentano un’arma a doppio taglio. Si viene a creare una rete di condizioni favorevoli – quasi predisposta ad arte – a vantaggio dei trafficanti: prima il disastro, poi lo sfollamento, i debiti, l’incertezza e la mancanza di alternative valide. Le rilevazioni effettuate sul campo nei due mesi successivi al terremoto del 2015 hanno confermato tale scenario. L’Unicef ha censito 245 bambini sottratti ai trafficanti o a collocamenti illegali in istituti per minori; tuttavia, tale cifra è ben lontana dalla realtà dei fatti, se l’appello lanciato dalle Nazioni Unite in quell’anno indicava in 40mila il numero di donne a rischio immediato di violenza sessuale. Si tratta di dati che misurano aspetti diversi e che non vanno sommati tra loro, ma ciò che li accomuna è il fatto di essere stati diffusi in anticipo e di essere stati percepiti, alla fine, come un semplice rumore di fondo». L’organizzazione caritativa Maiti Nepal ha individuato e salvato lo scorso anno 163 donne e bambine in transito da Birgunj, solo uno dei valichi verso l’India. Un dato del tutto relativo, si ammette, rispetto alla dimensione del fenomeno ormai “endemico” come dimostrano i 670 rinvii a giudizio di accusati di tratta negli ultimi sette anni.
Con le ultime cifre ufficiali disponibili sono salite a 1.404 i deceduti e a 6.150 i dispersi nella catastrofe. In ulteriore aumento e forse non ancora definitivi nella difficoltà a individuare i molti che probabilmente non emergeranno più dallo tsunami di acqua, fango e pietra seguito al crollo di un fronte glaciale in territorio tibetano la mattina del 26 agosto. In positivo, le autorità di Kathmandu, hanno comunicato che 13.700 persone sono state tratte in salvo. Dati molto diversi, per alcuni attivisti sottostimati o volutamente ridotti , quelli diffusi da Pechino di 434 deceduti e 519 dispersi nella Regione autonoma tibetana. Numeri che portano complessivamente a 1.447 le perdite e 6.669 i dispersi del disastroso evento naturale che per molti ha aperto un nuovo capitolo nella consapevolezza e – si spera – nella chiamata all’azione collettiva riguardo gli effetti dei cambiamenti climatici sulla regione himalayana.
Uno studio da poco diffuso pubblicato dal gruppo World Weather Attribution e ripreso da diverse agenzie d’informazione supporta la tesi che la catastrofe sia stata causata da una «crisi composta» determinata dal «riscaldamento incessante» che «ha innalzato la quota dello zero termico sull'alta catena dell'Himalaya, esponendo il ghiaccio e il permafrost presenti in profondità nella roccia madre a temperature di fusione più elevate e prolungate, indebolendo così i versanti montuosi».

Risorsa turismo, ma deve essere responsabile

Il turismo è la principale fonte di valuta estera del Nepal e contribuisce per circa il sette per cento al suo Prodotto interno lordo, ma è anche un settore fragile, già colpito negli ultimi anni da fattori negativi esterni o interni (disordini, incertezza politica e, più recentemente, devastanti inondazioni). Tuttavia, con l’eccezione per le aree disastrate quasi un mese fa a Nord di Kathmandu lungo la valle del Bhotekoshi e il blocco parziale della direttrice Kathmandu-Pokhara, il Nepal è accessibile e il turismo nei vari aspetti, in particolare quello legato all’arte, ai luoghi di pellegrinaggio o alle sue montagne, è una risorsa fruibile e eco-compatibile. Tuttavia, anche a causa dell'enfasi mediatica e degli allerta diffusi in molti Paesi, il settore ha subito la cancellazione di quasi il 60 per cento dei gruppi turistici previsti per l'alta stagione tra settembre e novembre. Un ulteriore fardello su una economia asfittica, in un contesto in cui gli aiuti stranieri rischiano di essere tardivi o insufficienti. Qual è oggi il “mood” di chi, in Nepal, di turismo vive e lavora? «Il messaggio è semplice: il Nepal resta aperto per i visitatori, le strutture e i servizi turistici sono attivi e il turismo è uno degli elementi su cui continuare a puntare per il nostro progresso e per la tutela delle nostre valli e delle nostre montagne». Questa la risposta di Bhim Chand, operatore del settore impegnato a organizzare itinerari di valore naturalistico e culturale e garantire supporto tecnico a spedizioni che, provenienti da molti Paesi, si occupano di studiare la biodiversità dell’ambiente himalayano e, in modo crescente, le problematiche intervenute per i cambiamenti climatici. Il Nepal produce una quota infinitesimale dell’inquinamento globale ma le sue montagne subiscono le conseguenze delle emissioni di due tra i maggiori inquinatori, Cina e India. I suoi colossi di pietra e ghiaccio mostrano oggi una fragilità mai vista, ma lasciare solo il Nepal a gestirne le conseguenze non è la soluzione. Vederne e riportarne la bellezza e le difficoltà è esperienza e consapevolezza da condividere. 

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