Il viaggio di 16 ore di suor Lenita per raggiungere i villaggi isolati in Nepal

La religiosa è riuscita per prima a prestare soccorso insieme a un veicolo dei missionari salesiani alle comunità di montagna nella zona più colpita di Rasuwa, nel nord del Paese
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September 18, 2026
Suor Lenita D’Souza con lo staff del suo ospedale mobile
Suor Lenita D’Souza con lo staff del suo ospedale mobile
«Non aspettate che ritorni». Così dice suor Lenita D’Souza alle sue consorelle quando mette in moto la sua clinica mobile sulle strade impervie del Nepal, per raggiungere i villaggi di montagna isolati dalle alluvioni causate dalla piena del fiume Bhotekoshi del 26 agosto. Indiana di Mangalore, 57 anni, medico ginecologa, fa parte delle Suore di Carità, conosciute come le suore di Maria Bambina. La sua missione, in questa e altre emergenze, è «arrivare da chi non è raggiunto da nessuno».
Con questo obiettivo, ai primi di settembre è riuscita a prestare soccorso insieme a un veicolo dei missionari salesiani alle comunità di montagna nella zona più colpita di Rasuwa, nel nord del Paese, in un’area sorvolata solo dagli elicotteri, procedendo per quasi sedici ore - «di norma ne bastano cinque» - su strade inondate di fango e detriti, mentre tutti gli altri mezzi tornavano indietro. L’auto con cui viaggia è un vero e proprio ospedale mobile, con tre infermieri, l’autista, lei che è medico e, in questa occasione, anche un funzionario sanitario del governo. A bordo ogni tipo di materiale sanitario – medicinali, bende, cotone, materiale per medicazioni – oltre a generi alimentari e non alimentari.
«Come medico, ciò a cui ho assistito è stato molto doloroso», racconta suor Lenita. «Vedevo persone trasportate su barelle, forse con fratture, e molte soffrivano di complicazioni: febbre, infezioni respiratorie dovute al freddo e ipertensione causata dallo stress e dal trauma. Nelle zone che abbiamo attraversato gli elicotteri governativi e l’esercito hanno svolto un lavoro eccellente. Noi siamo andati avanti per quasi sedici ore fino a raggiungere la località più isolata, Uttargaya, dove erano giunti solo aiuti minimi: abbiamo visto abitazioni sepolte sotto un metro e mezzo di limo, strade e ponti danneggiati». L’équipe mobile ha fornito assistenza sanitaria di base, medicazioni e ogni tipo di farmaco richiesto dal personale sanitario locale. «Ma in queste missioni, più ancora che fornire medicinali, ascoltiamo le storie delle persone e restiamo al loro fianco; a volte, il semplice atto di ascoltare è di per sé una cura. Offriamo trattamenti completamente gratuiti, con amore e presenza. Come medico, credo che la medicina curi il corpo, ma la compassione curi il cuore: ed entrambe sono necessarie ora a Uttargaya».
Si susseguono gli aggiornamenti di bilancio, ma le vittime secondo suor Lenita sono molte di più. «Abbiamo una lista di persone che non trovano familiari, in alcuni nuclei è rimasta solo una persona. Molti hanno perso tutto: le loro case, i campi, la speranza. Solo nella municipalità che abbiamo raggiunto, circa 2800 persone sono state colpite dall’alluvione e 80 risultano disperse, persino la sede del comune rurale è stata spazzata via. Manca acqua potabile pulita: avevamo con noi pastiglie di cloro per la purificazione, poiché le scorte di acqua in bottiglia bastavano per un giorno». I bambini, segnala suor Lenita, sono i più vulnerabili: «Le scuole sono danneggiate e i libri sono andati distrutti. Stiamo segnalando i piccoli rimasti che saranno protetti in un ostello fino a quando ritroveranno i familiari». Quando le chiedi cosa le ha dato la forza di proseguire in mezzo al fango suor Lenita mostra un’immaginetta spiegazzata di Maria Bambina, afferrata in fretta insieme a un rosario e a una piccola croce prima di partire: «Tramite lei ho sentito tutte le preghiere della mia comunità e del mio istituto che mi accompagnavano. Si sono aperti varchi in mezzo alle frane, anche dove sembrava impossibile andare avanti».
Nelle montagne del Nepal le cliniche mobili sono spesso l’unico modo per fornire assistenza sanitaria: «Le famiglie percorrono a piedi cinque o sei chilometri tra le colline, semplicemente per ricevere cure e farmaci». Ad avere l’idea degli ospedali su quattro ruote, 35 anni fa, fu un missionario gesuita, padre Eugene Watrin, morto nel 2004 dopo ben 50 anni di vita in Nepal. Oggi le cliniche sono cinque, due delle quali gestite in collaborazione con Caritas Nepal dalle Suore di Carità, che sono presenti nel Paese come associazione non profit, la Nepal Karuna Seva Samak society.
«La mia comunità, a Baniyatar, si sta prendendo cura di tante persone: orfani, vedove e famiglie che hanno perso i propri cari», racconta suor Lenita, «forniamo generi alimentari a chi è in difficoltà in questo momento critico; lo facciamo perché crediamo che, servendo gli ultimi, serviamo Gesù stesso. In questi giorni ho sperimentato che quando le strade si fanno difficili la compassione trova sempre una via».

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