La lezione di Sant'Agostino: la ricchezza va condivisa
Nelle sue opere il Santo di Ippona non condanna il possesso dei beni, ma il loro cattivo uso. Paola Müller: "Allarga la cruna dell'ago, i ricchi si salvano purché siano virtuosi"

Nel viaggio alla scoperta del pensiero sul denaro di alcuni Santi e del loro rapporto con esso, l’attenzione – in questa prima puntata – si sofferma su un Santo e Dottore della Chiesa che ha lasciato un’impronta profondissima nella vita culturale dell’Occidente: Agostino, uomo di passione e di fede, di intelligenza finissima e di premura pastorale instancabile. Nelle sue opere affronta il tema del denaro in un modo particolare: più che concentrarsi sul denaro in sé, infatti, si interroga sul rapporto che l’uomo intrattiene con i beni materiali, spostando la questione dal piano economico a quello morale e spirituale, rileva Paola Müller, docente di Storia della filosofia medievale all’Università Cattolica di Milano: «Egli interpreta l’episodio evangelico del giovane ricco non come una condanna della ricchezza in quanto tale, ma come denuncia della superbia. La ricchezza non è intrinsecamente immorale. Il peccato sta nell’atteggiamento di chi se ne fa dominare, nell’avarizia, nell’attaccamento possessivo».
Da qui deriva il costante incoraggiamento ai ricchi a compiere opere buone e a contribuire al benessere di tutti. «Agostino – prosegue la docente – si sottrae sia al rigorismo di un’interpretazione letterale delle Scritture, che imporrebbe la totale rinuncia ai beni, sia all’ingenuità che identifica la povertà con la virtù e la ricchezza con il vizio. Così, pur riconoscendo la superiorità della povertà volontaria, egli nega che essa garantisca di per sé la salvezza, così come nega che la ricchezza sia nettamente segno di corruzione morale». È la libertà interiore rispetto ai beni – non la loro assenza o la loro presenza – il criterio discriminante della vita cristiana autentica. In che misura questa visione di Agostino ha finito per orientare l’etica economica dell’Europa e la storia dell’Occidente? Secondo Müller, Agostino respinge una visione radicale che esige la rinuncia totale alla ricchezza per la salvezza e vede nella ricchezza stessa un’ingiustizia strutturale: «La sua visione più moderata allarga “la cruna dell’ago”, permettendo ai ricchi di salvarsi purché siano virtuosi. Questo orienta la storia dell’Occidente, tanto che l’etica economica cristiana finì per innestarsi sull’etica civica romana. L’assistenza ai poveri, le donazioni, la magnanimità dei ricchi, già presenti nel tardo Impero romano, sono riprese e modificate parzialmente dal cristianesimo. La radicalità evangelica è relegata ai monasteri, creando un doppio binario che segna la civiltà occidentale».
Dopo il battesimo ricevuto a Milano dal vescovo Ambrogio nel 387 e il ritorno in Africa, Agostino fonda un piccolo monastero e vi si ritira con amici per dedicarsi alla vita contemplativa e allo studio. E introduce disposizioni precise sull’uso del denaro e sulla gestione economica della vita comunitaria. In particolare, come spiega Müller, in coerenza con l’ideale di unitas e carità fraterna, tutto deve essere messo in comune: nessuno può possedere beni propri e il denaro confluisce in un fondo unico, amministrato a beneficio dell’intera comunità; la povertà evangelica comporta condivisione: ciò che entra serve al sostentamento comune, alla cura dei deboli e alla pace interna del gruppo. «Ciò riflette la profonda convinzione di Agostino, persino anteriore alla sua conversione, secondo cui la comunione dei beni non è un semplice espediente organizzativo, ma il cuore stesso della vita cristiana autentica, modellata sull’esempio della comunità primitiva descritta negli Atti degli Apostoli».
In un tempo in cui appaiono sempre più evidenti e rilevanti i guasti del sistema socioeconomico dominante, Agostino mostra di avere molto da insegnare sul denaro e sulla ricchezza. Spostando il focus dalla quantità del possesso alla qualità della relazione, osserva la docente, «egli individua il punto critico nell’attaccamento disordinato ai beni materiali». In particolare, denuncia l’illusione del possesso: crediamo di possedere il denaro mentre ne siamo posseduti. Smaschera la falsa promessa di autosufficienza: la ricchezza non garantisce né la virtù né la felicità. Indica nella superbia la vera natura del problema. Agostino ci ricorda che i beni sono fatti per essere condivisi, non accumulati; per generare comunità, non isolamento. «La sua visione della gestione comune della proprietà monastica e la sua critica agli “effetti nefasti della proprietà privata” interrogano l’individualismo economico contemporaneo», conclude Müller. «La ricchezza può essere un bene se alimenta la comunione, la giustizia, la cura dei più fragili; diventa distruttiva quando gonfia l’ego o giustifica disuguaglianze e indifferenza».
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