Dall'etica ai dividendi: la religione cambia le imprese

di Fabrizio Rossi
Diversi studi mostrano che nei contesti più religiosi le aziende risultano più prudenti, trasparenti e responsabili, con effetti su debito, rischio, governance e rapporti sociali
March 9, 2026
Dall'etica ai dividendi: la religione cambia le imprese
Per anni abbiamo pensato che le decisioni economiche fossero guidate soltanto dai numeri espressi in bilanci, rendimenti, spread, margini. E invece, sempre più ricerche dimostrano che dietro molte scelte aziendali ci sono fattori meno visibili: cultura, valori personali, ambiente sociale. Tra questi, uno dei più sorprendenti è la religiosità. Non si tratta di fede in senso stretto, ma di un insieme di convinzioni morali, norme condivise e comportamenti che caratterizzano individui e territori. Un elemento silenzioso, spesso ignorato, che può influenzare il modo in cui le imprese investono, si finanziano, innovano e si relazionano con la società.
Negli ultimi anni economisti e studiosi di finanza hanno iniziato a esplorare sistematicamente questo legame. Il risultato è una letteratura sempre più ampia che racconta come la religiosità possa incidere sulle decisioni finanziarie d’impresa, dalla struttura del debito alla propensione al rischio, dalla responsabilità sociale alla qualità della governance.
Un cambio di prospettiva importante, che invita a superare l’idea dell’impresa come macchina puramente razionale. Un numero crescente di studi internazionali ha iniziato a interrogarsi su come la religiosità influenzi il comportamento delle imprese. Non si tratta di stabilire se un’azienda “crede” o meno, ma di comprendere come il contesto culturale e i convincimenti personali delle figure apicali (ceo e manager) incidano sulle scelte economiche concrete. Una vasta rassegna della letteratura scientifica mostra che la religione, intesa come elemento centrale della cultura e come norma sociale, è in grado di orientare le decisioni aziendali in modo significativo.
Secondo un recente articolo pubblicato su Corporate Governance, dal titolo “Religiosity and corporate financial decisions: a literature review”, la religiosità sembrerebbe avere un ruolo significativo nello spiegare alcuni comportamenti decisionali delle imprese. Il primo ambito in cui questo effetto emerge con chiarezza è quello dell’etica. Le imprese che operano in contesti caratterizzati da una maggiore religiosità tendono a mostrare comportamenti più corretti: meno frodi, minore manipolazione dei bilanci, maggiore attenzione agli obblighi fiscali e ai diritti dei lavoratori. In altre parole, la religione agisce come un richiamo costante alla responsabilità, rafforzando quel senso del limite che impedisce di ridurre l’impresa a un mero strumento di profitto.
Questa dinamica è particolarmente evidente nei contesti in cui le regole formali – leggi, controlli, sanzioni – risultano più deboli. Dove lo Stato fatica a garantire trasparenza e tutela degli interessi collettivi, le norme morali e sociali diventano un deterrente prezioso contro i comportamenti opportunistici. È un’intuizione che richiama da vicino la dottrina sociale della Chiesa, secondo cui l’economia ha bisogno di radici etiche per funzionare davvero al servizio della persona e della comunità.
Anche le scelte finanziarie riflettono questa influenza. La ricerca mostra che la religiosità incide sul modo in cui le imprese si finanziano, sul ricorso al debito e sulla distribuzione degli utili. In molti casi, le aziende inserite in contesti religiosi adottano politiche più prudenti, evitando l’eccesso di indebitamento e privilegiando la stabilità nel lungo periodo. La decisione di distribuire dividendi, ad esempio, può essere letta come un segnale di attenzione verso gli azionisti e di rispetto per il capitale affidato all’impresa.
Un altro aspetto rilevante riguarda il rischio. Le imprese influenzate da un ambiente più religioso tendono a essere meno propense a intraprendere scelte azzardate, mostrando una maggiore cautela negli investimenti e una minore volatilità dei risultati. Non si tratta di rinunciare all’innovazione o al coraggio imprenditoriale, ma di evitare che la ricerca del guadagno immediato prevalga sulla sostenibilità e sulla responsabilità verso i lavoratori e la società.
Particolarmente interessante è anche il tema della liquidità. Accumulare grandi riserve di cash può diventare una tentazione per i manager di accrescere il loro potere, uno strumento per rafforzare il controllo personale sull’impresa. Molti studi indicano che la religiosità è associata a una gestione più sobria della liquidità, coerente con una visione dell’economia in cui il denaro è mezzo e non fine. Un’eco evidente delle parole di papa Francesco, quando ricorda che «il denaro deve servire e non governare».
Nel loro insieme, questi risultati suggeriscono una conclusione chiara: la religione non è un residuo del passato destinato a restare fuori dai luoghi dell’economia. Al contrario, continua a plasmare comportamenti, scelte e priorità. Per investitori, imprenditori e decisori pubblici, riconoscere questo legame significa comprendere meglio le dinamiche reali delle imprese e promuovere un modello economico più umano. Comprendere il ruolo dei fattori culturali può aiutare a progettare sistemi di governance più efficaci e politiche di incentivazione più mirate.
In questo senso, la religiosità può essere vista come un complemento alle istituzioni formali, capace di favorire comportamenti responsabili e sostenibili.
In un tempo segnato da crisi ambientali, disuguaglianze e sfiducia nelle istituzioni, la riscoperta del ruolo dei valori – e tra questi della religiosità – può offrire una bussola di riferimento preziosa. Perché un’economia che dimentica l’uomo finisce per smarrire anche la propria direzione.
Professore associato di Corporate Finance, Università di Trieste

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