Mercati integrati e finanziamenti: una chance
ai giovani d’Africa

Intervista all'imprenditore nigeriano Tony Elumelu, che ha sostenuto 24mila giovani imprenditori nel continente: «Investiamo nel talento, riducendo povertà e migrazione. L’Africa deve trasformare ciò che produce, facendo evolvere le proprie partnership e riducendo il debito e le disuguaglianze»
February 26, 2026
Mercati integrati e finanziamenti: una chance
ai giovani d’Africa
Alcuni membri di Women Smiles Uganda, impresa sociale ugandese fondata da Lilian Nakigozi, sostenuta dalla Tony Elumelu Foundation
L’Africa non è più soltanto un continente da osservare da lontano, né un luogo da assistere: è un terreno fertile per chi sa investire e generare valore. Tony Elumelu lo afferma con convinzione: «Abbiamo capitale. Abbiamo talento. Abbiamo imprenditori. Ciò di cui abbiamo bisogno è un ambiente favorevole che consenta all’impresa privata di prosperare». Per l’imprenditore nigeriano e filantropo, lo sviluppo non è teoria o filantropia astratta: è la chiave per trasformare opportunità in stabilità e crescita concreta, per ridurre migrazione, povertà ed estremismo. Presidente della United Bank for Africa e fondatore della holding Heirs Holdings, il 62enne Elumelu è stato inserito da Time tra le cento persone più influenti al mondo. Con la Tony Elumelu Foundation ha sostenuto, con un impegno da 100 milioni di dollari, oltre 24mila giovani imprenditori in tutti i 54 Paesi africani, fornendo capitale iniziale, formazione e mentoring. La sua tesi è semplice: creare opportunità economiche nei Paesi d’origine significa affrontare le cause profonde della migrazione irregolare. Nei giorni scorsi, Elumelu ha partecipato a Roma alla conferenza annuale dell’Ifad, il Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo dell’Onu, per discutere delle sfide e delle opportunità del continente africano.
L’imprenditore e filantropo nigeriano Tony Elumelu
L’imprenditore e filantropo nigeriano Tony Elumelu
L’Africa ha ancora mercati regionali molto frammentati. Quanto è importante, secondo lei, rafforzare l’integrazione commerciale e finanziaria tra i Paesi del continente per sostenere la crescita e ridurre le disuguaglianze?
La frammentazione dei mercati regionali rappresenta ancora un grande ostacolo allo sviluppo economico. Limita la nostra capacità di creare posti di lavoro, trasformare localmente le materie prime e raggiungere la scala necessaria per una crescita sostenibile. Sono un forte sostenitore dell’area di libero scambio continentale africana. Il sistema panafricano dei pagamenti facilita il commercio intra-africano, riduce la dipendenza dal dollaro e permette di mobilitare capitale domestico. Ma senza infrastrutture fondamentali, trasporti affidabili, energia e infrastrutture digitali, una vera integrazione non può realizzarsi. La Nigeria produce meno di 5.000 megawatt. Io investo nel settore energetico: oggi forniamo circa il 17% della produzione e garantiamo che petrolio e gas africani alimentino imprese, scuole, ospedali e case africane. L’epoca in cui l’Africa esportava materie prime senza creare valore sta cambiando. L’aggiunta di valore è fondamentale.
Quali strumenti ritiene più efficaci per garantire che la crescita finanziaria e imprenditoriale produca benefici diffusi e non concentri ricchezza solo nelle élite?
La povertà ovunque è una minaccia per tutti. Credo che le imprese possano fare bene facendo anche del bene. Quando le aziende decidono consapevolmente di contribuire allo sviluppo, i benefici per la società sono diffusi e duraturi. Vogliamo formare imprenditori intenzionati a creare valore economico e impatto sociale. Quando prosperano le comunità cresce anche l’economia. Quando le aziende decidono consapevolmente di contribuire allo sviluppo, i benefici per la società sono diffusi, scalabili e duraturi.
Dazi e barriere protezionistiche spesso limitano l’accesso dell’Africa ai mercati internazionali. Quali conseguenze hanno queste restrizioni sulla crescita economica del continente?
L’Africa deve salire nella catena del valore. Dobbiamo trasformare ciò che produciamo, creare brand e aggiungere valore localmente. È così che si creano posti di lavoro e si costruisce resilienza. Il commercio equo non è beneficenza. È partnership. Le nostre partnership con l’Europa devono evolvere: da relazioni estrattive a collaborazioni basate sulla creazione di valore, sul trasferimento tecnologico e su investimenti di lungo periodo. Quando l’Africa partecipa come produttore e non solo come fornitore, il commercio globale diventa più equilibrato e inclusivo.
Quali politiche o strumenti ritiene necessari per ridurre il debito sovrano e liberare risorse da destinare a investimenti produttivi e sociali?
Dobbiamo superare un modello di dipendenza e adottare un modello di partnership che valorizzi capitale locale, imprenditoria e investimenti di lungo termine. Un indebitamento eccessivo limita lo spazio fiscale e compromette la crescita nel lungo periodo. Il settore privato rappresenta oltre il 70% del PIL africano e il 90% dell’occupazione. Rafforzarlo è essenziale per il futuro del continente.
L’occupazione giovanile resta la grande sfida africana. Quali strategie possono ridurre anche la pressione migratoria?
La disoccupazione giovanile è il tradimento di un’intera generazione. È vero in Italia come in Africa. Tutti i nostri giovani hanno bisogno di riuscire, di sentire che esiste un futuro per loro. In Africa è una crisi che dobbiamo affrontare con urgenza. È un fattore che alimenta l’emigrazione, genera radicalizzazione e disperazione. Soprattutto, è uno spreco di talento. L’Africa è il continente più giovane al mondo. Oltre il 60% della popolazione ha meno di 25 anni. Questo è il nostro più grande vantaggio. I nostri giovani sono brillanti, creativi e ambiziosi. Possono trasformare l’Africa. Quando le opportunità mancano, la speranza svanisce. I giovani vengono spinti in una modalità di sopravvivenza: alcuni finiscono nella criminalità o nell’insicurezza, altri rischiano la vita alla ricerca di opportunità altrove. La migrazione è un sintomo dell’esclusione economica. Crediamo che l’imprenditoria sia lo strumento più efficace per la creazione di posti di lavoro e per una crescita inclusiva. Con la nostra fondazione abbiamo sostenuto più di 24mila giovani in 54 Paesi africani: questi imprenditori hanno generato oltre 4,2 miliardi di dollari di fatturato e creato più di 1,5 milioni di posti di lavoro. Quando investiamo nei giovani investiamo in stabilità, prosperità e nel futuro dell’Africa, e fenomeni come migrazione ed estremismo vengono contenuti.
Le piccole e medie imprese africane faticano ad accedere al credito. Che ruolo hanno nello sviluppo?
Sono cresciuto in un periodo difficile, senza soldi né relazioni. Ho affrontato ostacoli e battute d’arresto. Questa esperienza ha plasmato la mia convinzione che il talento sia ovunque, ma le opportunità no. Il settore privato, in particolare i giovani imprenditori, è la spina dorsale dello sviluppo economico africano. Creano posti di lavoro, riducono le disuguaglianze e favoriscono una crescita inclusiva. Tuttavia per troppo tempo l’accesso a finanza, reti e formazione è stato riservato a pochi. Il capitale da solo non basta. Gli imprenditori devono essere messi nelle condizioni di costruire imprese sostenibili e capaci di creare valore. Il nostro obiettivo è democratizzare l’accesso alle opportunità e sviluppare la prossima generazione di imprenditori capaci di costruire aziende profittevoli che creino anche valore sociale. Quando questi giovani imprenditori hanno successo prosperano le comunità, e quando prosperano le comunità cresce l’economia.
In che modo gli investimenti in agricoltura, promossi anche dall’Ifad, possono diventare leve per lo sviluppo delle comunità locali e per l’integrazione nelle filiere globali, incluso il mercato italiano?
Oggi il 21% degli imprenditori sostenuti dalla nostra fondazione opera nel settore agroalimentare e sta implementando soluzioni innovative, tecnologiche e sostenibili per trasformare i sistemi alimentari africani. Il loro lavoro affronta sfide cruciali come l’insicurezza alimentare, il degrado ambientale e la disoccupazione giovanile. Sostenendo imprenditori lungo tutta la catena del valore agricola e fornendo capitale, competenze e reti adeguate, stiamo riposizionando l’agricoltura da settore assistenziale a settore commercialmente sostenibile e ad alto impatto, capace di generare ritorni di lungo periodo e contribuire alla sicurezza alimentare globale. Abbiamo capitale. Abbiamo talento. Abbiamo imprenditori. Ciò di cui abbiamo bisogno è un ambiente favorevole che consenta all’impresa privata di prosperare.

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