Niente rendite, solo provvidenza: la svolta di Teresa d’Avila
Teresa d’Avila affrontò il denaro come una questione spirituale. In un’epoca di monasteri sostenuti da rendite e doti, scelse la povertà radicale e fondò nuovi conventi confidando nella Provvidenza. Non condannò la ricchezza, ma ne chiese un uso giusto: condividere e non dipendere dal possesso

Nel proseguire l’indagine sul pensiero e sull’agire di alcuni santi in materia di denaro, l’attenzione si concentra su Teresa di Gesù (1515 – 1582), nota anche come Teresa d’Avila, prima donna a ricevere il titolo di Dottore della Chiesa, una santa che, diceva Benedetto XVI, «rappresenta uno dei vertici della spiritualità cristiana di tutti i tempi». Paolo VI la descriveva come «donna eccezionale, (...) riformatrice e fondatrice d’uno storico e insigne Ordine religioso, scrittrice genialissima e feconda, maestra di vita spirituale, contemplativa incomparabile e indefessamente attiva». Nel pensiero e nell’esperienza di Teresa, entrata a 20 anni in un monastero carmelitano, il denaro è un elemento niente affatto marginale. Bisogna tener presente – osserva la teologa Cristiana Dobner, carmelitana scalza – che a quel tempo i monasteri avevano rendite, assicurate dai patrimoni e dai possedimenti ricevuti. E le ragazze che entravano in monastero dovevano possedere una dote, che garantiva loro il vitto e il mantenimento. Le più ricche potevano, addirittura, acquistare la cella in cui vivevano.
Era già adulta, Teresa, quando in monastero il suo cammino di fede conobbe una tappa decisiva. «Accadde… che d’improvviso mi venne un senso della presenza di Dio, che in nessun modo potevo dubitare che era dentro di me o che io ero tutta assorbita in Lui», scrisse. Insieme a questo approfondirsi del legame con Dio, Teresa iniziò a sviluppare l’idea di riforma dell’Ordine carmelitano, secondo un ritorno alla Regola primitiva, idea che la porterà a fondare diciassette nuovi monasteri in tutta la Spagna. «Teresa voleva propiziare una forma di vita che favorisse l’incontro personale con il Signore», prosegue madre Dobner.
«Una delle ragioni della riforma da lei promossa riguardava proprio il denaro: il monastero, secondo lei, non doveva avere rendite. E ciò non perché il denaro fosse “sterco del diavolo” – esso infatti doveva e poteva essere usato – ma perché la vita di orazione, la vita spesa nell’aiuto degli altri non nella concretezza delle opere ma nella dedizione di sé e nella comunione con il Signore, doveva passare per un quotidiano abbandonarsi a Lui, per un concreto affidamento alla provvidenza divina. Le monache dovevano dipendere solo da Dio. E ancora oggi è così: i monasteri delle carmelitane e dei carmelitani scalzi non possono avere alcuna rendita. Tutte le donazioni che ricevono devono essere destinate ai poveri, attraverso strutture ed enti caritativi, e a garantire il sostentamento quotidiano e immediato della comunità. Non è permesso mettere da parte del denaro pensando a future necessità del monastero: ad esempio la riparazione del tetto che potrà rompersi. L’affidamento al Padre provvido delle monache e dei monaci, che al momento dei voti definitivi rinunciano ai loro beni personali, deve essere totale, e la cura dei poveri è prioritaria e irrinunciabile».
Teresa, che non aveva denaro proprio, si affidò al Signore per fondare i monasteri e trovò via via persone che, credendo in lei, la aiutarono economicamente. In quest’opera – racconta madre Dobner – ella trovò però anche formidabili resistenze: la fondazione del primo monastero, che volle intitolare a San Giuseppe cui era devotissima, fu contrastata anche dal suo stesso monastero di provenienza. In molti cercarono di convincerla ad avere almeno delle rendite minime ma Teresa volle che il voto di povertà fosse radicale. I problemi economici non mancavano, ma lei confidava in Dio, e gli aiuti arrivavano. In una lettera al fratello Lorenzo, nel 1561, scriveva: «Ciò che più mi stupisce sono i 40 scudi che vostra mercede ha aggiunto alla somma e che mi erano molto necessari. Fu san Giuseppe, così deve chiamarsi, a procurare che non mi mancassero e so che egli la ricompenserà».
In un’epoca come la nostra, dominata da una cultura che dice in modo martellante di essere autonomi, indipendenti, di farsi da sé, Teresa è una maestra di vita spirituale che può istruire in modo speciale anche in materia di denaro: «In particolare – sottolinea madre Dobner – può istruire religiose e religiosi a restare liberi confidando solo in Dio, a considerare il denaro ricevuto come denaro per i poveri, da usare non per sé ma secondo quanto dettato dall’obbedienza e dal voto di povertà, nell’ambito del proprio carisma. Più in generale può istruire gli uomini e le donne del nostro tempo a usare il denaro secondo giustizia. Teresa non condanna la ricchezza né chi la possiede: sollecita a condividerla sempre con chi è nel bisogno e a riconoscersi sempre creature che in tutto dipendono da Dio».
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