Referendum, la tensione sale ancora. “Sì” o “no”, le nostre interviste

Parlano i costituzionalisti Filippo Pizzolato (per il No), docente all'Università di Padova e alla Cattolica, e Marco Olivetti (per il Sì), professore alla Lumsa
March 8, 2026
Cartelloni pubblicitari per il Referendum
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A due settimane dal voto del 22 e 23 marzo per il referendum sulla riforma costituzionale della giustizia, sale ancora il livello dello scontro politico. Il ministro dell'Interno Piantedosi, che sabato ha partecipato a un incontro per il Sì organizzato a Bologna dalla Lega, ha accusato i magistrati che hanno emesso le sentenze sui Cpr in Albania di essere «ideologizzati» e di vanificare con le loro decisioni le politiche del Governo in materia di immigrazione. Altrettanto forte la presa di posizione della segretaria del Pd Elly Schlein, che chiudendo a Roma la campagna di "ascolto" del Paese, ha definito la riforma Nordio «uno sfregio alla Costituzione che altera l'equilibrio tra i poteri dello Stato». Per proseguire la serie delle nostre interviste sulle norme che saranno sottoposte al voto popolare, abbiamo raccolto le differenti valutazioni di due docenti universitari. 

Pizzolato: «Obiettivi opachi. La Costituzione non si cambia così»

Una riforma «opaca», che saldata con altri punti del programma di Governo «avvalora il timore che sia incrinata l’indipendenza dell’ordine giudiziario» e «indebolisce la Costituzione». È una posizione con pochi dubbi quella di Filippo Pizzolato, professore ordinario di Istituzioni di Diritto pubblico all’Università di Padova e docente di Dottrina dello Stato alla Cattolica di Milano.
A due settimane dal referendum, Sì e No sono considerati vicini nei sondaggi. Quali sono i punti su cui si dovrebbero soffermare gli indecisi?
Dovrebbero valutare l’opacità di questa riforma: essa dichiara un obiettivo, ma ne prepara un altro e cioè – come effetto voluto o indotto – l’indebolimento delle garanzie istituzionali dell’indipendenza della magistratura. E questo al di là della conferma testuale del principio, di cui verrebbero però amputate le condizioni di realizzazione. In tempi di esondazione dei Governi dai limiti costituzionali interni e di diritto internazionale, si tratta di opacità da respingere risolutamente.
Si dibatte molto tra voto politico e voto nel merito: nella sua valutazione per il No cosa prevale, la “lettera” della riforma o i significati meno visibili?
Entrambi: testo e contesto. Un testo che enfatizza la separazione delle carriere, ma poi le riunifica sotto l’Alta Corte disciplinare. Un testo che vorrebbe contrastare il correntismo dei magistrati con il sorteggio, ma apre la porta a un condizionamento di derivazione partitica degli organi di garanzia dell’indipendenza della magistratura. La saldatura con riforme già approvate (quella della Corte dei Conti) e con quelle annunciate (il premierato) crea un contesto che avvalora il timore che sia incrinata l’indipendenza dell’ordine giudiziario, che deve restare separato dal circuito dell’indirizzo politico.
Di fronte ai nodi oggettivi del correntismo, vi possono essere soluzioni che impattano meno sul rapporto tra potere politico e magistratura?
L’elezione in collegi uninominali, ad esempio. Fa un po’ sorridere che si obietti che l’Anm si è opposta a questa soluzione. Forse che al sorteggio non si è opposta? Eppure... Il sorteggio è un vero azzardo: compromette la natura di garanzia e di autogoverno dei Csm, impedisce che si valutino le capacità e che si attivino circuiti di responsabilità, favorendo potenziali condotte opportunistiche. Perfino un sorteggio non diseguale sarebbe stato meno ambiguo. Il sorteggio puro per i consiglieri togati e quello “orientato” per i laici non ha giustificazioni razionali e prepara una prevalenza non quantitativa, ma sostanziale, della componente di estrazione politica. Insomma, con questa riforma non si fa un passo avanti.
Si è discusso nelle ultime ore anche su presunti orientamenti di voto dei cattolici: nel mondo ecclesiale vede un dibattito consapevole?
Vedo molta attenzione e mi fa piacere. Vorrei soprattutto che si valutasse con cura e coerenza il metodo di approvazione di questa riforma, blindata dal Governo e chiusa a confronti migliorativi, cosa che contraddice apertamente quanto il mondo cattolico ripete sulla Costituzione come patto condiviso, come garanzia del dialogo e dei valori comuni.
L'ultima Settimana sociale di Trieste mise al centro la democrazia: questo referendum ha a che fare con l'evoluzione della democrazia in Italia?
Ha a che fare con l’indebolimento della Costituzione come patto condiviso e non come bottino della maggioranza. Di qualunque colore essa sia. Ha a che fare con una democrazia costituzionale che, riconoscendo la pluralità delle articolazioni del popolo sovrano, deve difendere gli organi di garanzia e la loro indipendenza, contro il rischio della riduzione della democrazia a scelta del capo. Non si tratta di volere “privilegi” per i magistrati, ma di proteggere lo spazio democratico del pluralismo e l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Olivetti: «Riforma necessaria. Se servirà, si potrà correggere»

Qualunque sia l’esito del referendum, non sarà uno sconvolgimento degli assetti costituzionali e nemmeno, viceversa, la palingenesi di tutti i mali della giustizia. Ma solo votando Sì sarà possibile fare un passo in avanti in un percorso iniziato negli anni Ottanta». Marco Olivetti smina il terreno fra le opposte fazioni e guarda già al dopo. Docente di Diritto costituzionale alla Lumsa, è stato segretario dell’osservatorio sulle riforme dell’Azione cattolica italiana nel 1996 e ha fatto parte della Commissione dei saggi del Governo Letta nel 2013. Olivetti ha le idee chiare sulla scelta da fare il 22 e 23 marzo, ma non risparmia critiche in parti uguali ai due schieramenti. «Non vedo prospettive apocalittiche, e bisogna abituarsi all’idea, fin da ora, che dopo il 23 marzo sarà necessario collaborare. I vincitori dovranno farsi carico in qualche misura anche delle ragioni dei perdenti».
C’è chi sostiene, invece, che la Costituzione uscirebbe stravolta dalla vittoria del Sì.
Guardando il quesito si può dire che non è così. Sono toccati solo due articoli, le altre sono modifiche di coordinamento. Non è un dibattito che nasce oggi, d’altronde, ci fu una lunga riflessione che portò al passaggio dal modello inquisitorio a quello accusatorio. È un percorso da completare, ma sarà ancora lungo e richiederà capacità di ascolto delle ragioni degli altri, tanto più se l’esito dovesse essere una vittoria di misura di uno dei due schieramenti. Non credo che la separazione porterebbe, come si dice, alla nascita di un pm super-poliziotto, ma occorrerà monitorarne attentamente il funzionamento. Così, la costituzione di due Csm e dell’Alta Corte richiederà una normativa di attuazione per la quale il dialogo sarà necessario.
E il sorteggio integrale per i togati del Csm?
Conosciamo bene le ragioni per cui ci si è arrivati: un correntismo che è diventato lottizzazione e un clientelismo che trovo moralmente riprovevole. La soluzione trovata è certo problematica, sebbene non inedita: nei concorsi universitari, per fronteggiare problemi in larga misura similari, è stata adottato nelle commissioni di abilitazione un criterio del genere. Tuttavia, anche qui, si tratta di vigilare per vedere se gli esiti saranno davvero quelli sperati.
Ma l’esperienza insegna che una volta validata una soluzione dal referendum, andarla a ritoccare diventa complicato, per non contraddire la volontà popolare.
Certo, correggere una riforma costituzionale non è agevole. Ma su questioni come il sorteggio, di indubbia novità e con qualche rischio, occorre muoversi con lo spirito di sperimentalismo evocato da De Gasperi per l’attuazione delle Regioni in Italia. Nel discorso di Predazzo del 1952 lo statista trentino sottolineò la necessità di attuare le Regioni cum grano salis, verificando la tenuta concreta di queste nuove istituzioni, a partire dalle Regioni speciali. Sulle innovazioni contenute in questa riforma mi pare che si possa fare un ragionamento analogo: occorre prendersi il rischio di votare Sì, poi si dovrà monitorare il funzionamento delle innovazioni, limarle e correggerle.
Tuttavia non è questo il tema di cui si parla più spesso sui tram o alle Poste. Non sarebbe stato compito delle forze politiche trovare un ampio accordo su una materia così tecnica e delicata, evitando il referendum?
Sarebbe stato preferibile, tuttavia siamo nella piena legalità, nel solco dell’articolo 138 che prevede questa possibilità, nel caso di mancata approvazione in Parlamento a maggioranza dei due terzi.
Ma l’intesa non è stata neanche tentata, come se il voto popolare fosse un esito da ricercare, non una complicazione da evitare.
Non condivido questo atteggiamento della maggioranza, ma di fronte a qualche suo timido tentativo, dalle opposizioni è emerso un atteggiamento, analogo, sia pur speculare. Nel 2005, ai tempi della riforma Berlusconi, ne sono testimone, fu fatto un tentativo per concordare modifiche, alla ricerca di un accordo più ampio. Le controproposte furono accolte in misura molto limitata, e la rottura ci fu lo stesso, ma il tentativo almeno fu fatto. Qui invece non si è voluto nemmeno tentare, da una parte e dall’altra, magistratura compresa.

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