Il denaro come cura e servizio: 
San Camillo e l’etica della responsabilità

Dopo la conversione del 1575, Camillo de Lellis passa dal vizio del gioco a un uso rigoroso e trasparente del denaro, destinato solo ai malati e ai poveri. La sua gestione impeccabile delle risorse diventa un modello di carità concreta. Ai confratelli lascia un’unica eredità imprescindibile: la povertà
February 4, 2026
Il denaro come cura e servizio: 
San Camillo e l’etica della responsabilità
Nell’indagine sul pensiero e sull’agire di alcuni santi in materia di denaro, lo sguardo si posa su San Camillo De Lellis (1550 –1614), fondatore dell’Ordine dei Ministri degli Infermi, i camilliani. Benedetto XIV lo ha annoverato tra i «modelli insigni di carità sociale» definendolo «iniziatore di una nuova scuola di carità»: alla luce del Vangelo Camillo ha infatti offerto un contributo straordinario allo sviluppo dell’assistenza ai malati. Considerando la sua parabola esistenziale è possibile individuare un cambiamento netto in ordine all’uso del denaro: a fare da spartiacque è la sua conversione, che risale al 2 febbraio 1575. Sino a quella data – osserva padre Gianfranco Lunardon, vicario generale dell’Ordine dei Ministri degli Infermi – Camillo è, di fatto, ludopatico.
«Soldato di ventura, gioca in continuazione, soprattutto ai dadi: arriva a perdere l’intero patrimonio di famiglia, la cappa, la spada e persino la boccetta con la polvere da sparo. Il denaro, per lui, è finalizzato esclusivamente al gioco, al vizio. Un vizio che lo riduce a mendicare alle porte di una chiesa, a Manfredonia. Proprio qui viene invitato a lavorare alla costruzione di un convento di cappuccini e inizia il suo avvicinamento al Signore». Con la conversione tutto cambia: non più un uso dissennato del denaro, ma un uso sapiente finalizzato totalmente all’assistenza dei malati e dei poveri. Lasciata la Puglia e rientrato a Roma, Camillo si reca all’ospedale san Giacomo a causa di una piaga che non guarisce. «Qui ben presto comincia a prestare amorevole assistenza agli infermi», racconta padre Lunardon. «Bisogna tener presente che a quel tempo gli ospedali romani erano gestiti da mercenari e carcerati della peggior specie. E c’era grande corruzione. I malati, riferiscono le cronache del tempo, vivevano in condizioni terribili. Camillo rinnova radicalmente il sistema di cura e, traendo ispirazione dal Vangelo, scrive quello che può essere considerato il primo manuale di infermieristica nel quale si spiega nel dettaglio come servire i malati».
In virtù della sua dedizione e della sua onestà, Camillo viene nominato “Maestro di casa”, ossia responsabile dell’andamento economico e organizzativo dell’ospedale. E inizia a mettere ordine. Si conserva ancora il Libro del materiale di casa in cui annota puntualmente le entrate e tutte le spese, effettuate soprattutto per il cibo, che costituisce la principale medicina dell’epoca. Ma quando Camillo, insieme ai primi amici che lo affiancano nell’assistenza, prova a introdurre importanti e necessari correttivi sia nell’amministrazione sia nel servizio ai malati viene cacciato dell’ospedale. In seguito, già ordinato sacerdote, approda all’ospedale Santo Spirito. Lasciandosi guidare dalla dedizione verso gli infermi e i poveri che vivevano ammalati nei tuguri, stabilisce norme precise circa l’impiego del denaro; nei primi Capitoli Generali dell’Ordine l’uso delle elemosine viene esplicitamente codificato: in particolare – spiega padre Lunardon – viene stabilito che tutto, di quanto ricevuto, deve essere consegnato al superiore, il quale lo deve impiegare esclusivamente e interamente per l’assistenza ai malati e ai poveri. Nessun religioso può trattenere per sé alcunché delle elemosine. E tutto deve essere scritto e rendicontato.
«Il tema della destinazione del denaro è un problema ancora oggi per la filantropia e la beneficenza: non sempre è chiaro quanto denaro venga realmente riservato alla buona causa per cui è stato raccolto», sottolinea padre Lunardon. «La novità introdotta da Camillo, che ben conosce le tentazioni in cui si può cadere, è la rendicontata destinazione del denaro interamente ai malati e ai poveri: è una grande lezione, la sua». In un tempo come il nostro, nel quale, come afferma papa Leone XIV, un’economia distorta prova a trarre da tutto profitto, «Camillo insegna che il denaro non è in sé cosa cattiva, ma il suo uso deve essere finalizzato alla giustizia sociale, ad alleviare le sofferenze, a restituire sorriso e dignità a quanti sono feriti nel corpo e nello spirito. Per questo, ad esempio, quando si reca a Milano, su invito dell’arcivescovo, per operare nell’ospedale Ca’ Granda, egli domanda che gli venga affidata l’intera gestione dell’ospedale: sa bene che per servire davvero i malati non è sufficiente assicurare assistenza spirituale ma è necessario amministrare oculatamente il denaro e impiegarlo esclusivamente a loro vantaggio. Nel suo testamento raccomanda ai confratelli – quale unica condizione per evitare che l’Ordine si estingua – la povertà».

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