Quelle valigie ammaccate che restituiscono al turista il gusto sereno del viaggio
Una startup realizza valigie “speciali”, fintamente usate: grazie a questa trovata di Crash Baggage chi viaggia non deve preoccuparsi che si rovinino

Tra le tante startup fondate negli ultimi anni da giovani talentuosi – alcune ancora operative e promettenti, altre falcidiate dalle conseguenze delle crisi globali – ce n'è una che realizza valigie “speciali”, fintamente usate, e che grazie a questa trovata, è diventata un’azienda a tutti gli effetti. Presente sul mercato italiano e internazionale, con un fatturato annuo di cinque milioni di euro al 2023, Crash Baggage - questo il suo nome - deve il suo successo ad un'idea originale del suo fondatore. Un giovane veneto, Francesco Pavia, che, nemmeno maggiorenne, si inventa un design molto originale per cui le sue valigie sono “ammaccate”, ovvero presentano segni che di solito vengono dall’uso, così che chi viaggia non debba preoccuparsi che si rovinino. Al suo tratto distintivo aggiunge scelte oculate e lungimiranti – anche durante il periodo del Covid – che di certo scaturiscono dal fatto di poterselo permettere (essendo ancora un piccolo imprenditore che vende in modo frammentato) ma anche dalla convinzione, del tutto personale, di non voler produrre più di quanto occorra con il rischio di perdere di vista la “cura” del cliente. Questo – oltre ad essere un concetto che sul mercato si rivelerà vincente – fa di Crash Baggage un brand che ha in media un basso impatto ambientale, sia per il minore spreco di materiali che per la scelta di usare laddove possibile plastica riciclata. Oltre che fornire un servizio di riparazione e sostituzione di componenti, allungando così il ciclo di vita del prodotto.
Un marchio che è un tutt’uno con il suo ideatore e non potrebbe essere diversamente considerando che Pavia realizza la sua prima valigia proprio con le sue mani, usando un phon da carrozziere e dando botte alla scocca di un vecchio bagaglio raccattato. Oggi trentacinquenne racconta: «Il mio maestro è stato mio padre che lavorava già nel settore, io non amavo studiare per cui ho iniziato a girare il mondo con lui e ad apprendere ogni fase della produzione». Finita la scuola decide di fare qualcosa di suo e si indirizza laddove già conosce il funzionamento e dispone di contatti utili. Il campo della valigeria, appunto. Ma cerca qualcosa di nuovo e non banale, «inizio a ragionare pensando alla persona prima che al prodotto, mi chiedo cosa desideri chi viaggia». Cerca insomma delle “emozioni”, «la valigia ne genera tante – dice – la ami perché è la tua casa quando ti muovi, il posto dei tuoi ricordi al rientro ma la odi anche: non sai dove metterla e ti preoccupi quando te ne distacchi».
Come succede davanti al nastro trasportatore di un aeroporto dove, mentre aspetta, Pavia sente parlare una coppia preoccupata che il proprio bagaglio si sia rovinato, «perdendo di vista il gusto del viaggio». Così nasce nella sua mente prima e dalle sue mani dopo, la prima Crash Baggage: la valigia già “ammaccata”. Ma a chi venderla? Il neo imprenditore vuole andare oltre il settore specializzato, vuole vedere la sua valigia nei più bei concept store internazionali (negozi che propongono uno “stile di vita”, “un’esperienza” e non “solo” oggetti). E ci riesce. In poco tempo il suo brand è conosciuto in tutto il mondo, in Asia soprattutto, grazie alla vendita online e a una rete di distributori che seguono il bagaglio in modo capillare. Ed è questa l’altra caratteristica di questa azienda: dare al consumatore la certezza di comprare una valigia iconica, bella e durevole che potrà eventualmente anche far riparare. Che non sarà mai un problema per lui. Del resto spiega Pavia: «Sono consapevole che il mio non è un prodotto che serve, lo compri se lo vuoi, quindi quello che perseguo è un percorso di mercato che sia in tutto e per tutto responsabile». Per essere sicuro «che le cose siano fatte bene ovunque».
La crescita dell’impresa infatti non è mai stata forzata ma segue un modello che privilegia controllo, qualità e responsabilità. Anche durante gli anni duri del Covid in cui il suo fondatore si ferma, riflette, usa tutti gli incentivi possibili e apre, poco dopo, il primo “headquarter” – ovvero una sorta di quartier generale per gli uffici – a Mirano, un paesino vicino Venezia. E lo fa recuperando una villa del ‘700 di proprietà comunale, contribuendo così alla riqualificazione del territorio. A questa segue – l’anno dopo – una seconda apertura in Cina che fa da punto di contatto diretto e da presidio per il mercato asiatico, principale interlocutore di Crash. Parallelamente il brand è presente in altri Paesi attraverso distributori e partner selezionati e certificati e ha chiuso il 2024 con un +41% di fatturato rispetto al ‘23. Il suo mantra forse trova la sua massima espressione in “Share”, la valigia trasparente prodotta nel 2015 come icona di carattere. Un contenitore personalizzato che si muove, «in cui ognuno realizza, spostando i capi dentro ogni volta, il suo design», decide cosa vuole mostrare e cosa no, «fa vedere la sua anima». Il suo momento. E gioca con un prodotto che «da semplice oggetto funzionale diventa un desiderio». Non una semplice valigia.
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