Debito e disuguaglianze nei Paesi fragili,
chi paga davvero il risanamento?

Uno studio analizza gli effetti delle politiche del Fmi: nei contesti con istituzioni deboli, tassi elevati ed austerità stabilizzano i conti, ma spostano reddito verso la rendita finanziaria e limitano lo spazio per welfare, salari e investimenti
March 12, 2026
Debito e disuguaglianze nei Paesi fragili,
chi paga davvero il risanamento?
Un gruppo di senzatetto a Buenos Aires, in Argentina, Paese che ha vissuto diverse crisi economiche negli ultimi anni/ ANSA
Il debito non è soltanto una variabile macroeconomica: è una relazione di forza. Decide chi contribuisce e chi beneficia, chi paga quando i conti pubblici devono essere rimessi in ordine e chi, invece, continua a incassare rendite. Nei Paesi a medio e basso reddito, soprattutto dove il potere statale incontra pochi contrappesi sociali, il debito tende a trasformarsi in un meccanismo di estrazione permanente, più che in uno strumento di sviluppo. “Aggiustamento”, nel linguaggio delle istituzioni finanziarie internazionali, significa questo: aumenti di tasse, tagli alla spesa, riduzione dei sussidi, salari pubblici compressi, credito più costoso.
Daron Acemoglu e James A. Robinson, nel loro The Narrow Corridor, chiamano “Leviatano dispotico” uno Stato forte che non è bilanciato dalla società civile: la macchina pubblica è efficiente nel prelevare e nel disciplinare, molto meno nel rappresentare. È dentro questo squilibrio che si colloca una recente analisi pubblicata dall’Iza, l’Institute of Labor Economics di Bonn, da Santosh Mehrotra e Shady Hassan. Lo studio analizza l’impatto delle politiche del Fondo monetario internazionale su disuguaglianza e stagnazione economica, utilizzando l’Egitto come caso empirico ma collocandolo in un quadro più ampio che riguarda gran parte del mondo emergente. Le misure del Fondo, sostengono gli autori, non operano su un terreno neutro: interagiscono con assetti di potere già esistenti e tendono a rafforzarli.
I dati egiziani rendono il meccanismo particolarmente visibile. Tra il 2020 e il 2025, sotto programmi sostenuti dal Fondo, la banca centrale ha portato i tassi di interesse a livelli storici, fino al 27,75%, con tassi reali superiori al 10% anche negli anni successivi, cioè ben oltre la crescita dell’economia e dei salari. L’obiettivo dichiarato era contenere l’inflazione e ristabilire la fiducia dei mercati. L’effetto misurabile è stato un trasferimento di risorse su scala eccezionale. Nel 2024-25, secondo le stime contenute nello studio, i pagamenti per interessi sul debito pubblico interno arrivano ad assorbire il 106% delle entrate fiscali. In pratica, tutte le tasse raccolte vengono impiegate per pagare gli interessi, lasciando poco o nulla per salari pubblici, sussidi alimentari o investimenti produttivi. Nello stesso periodo la spesa per sussidi alimentari resta sotto l’1% del Pil, mentre i pagamenti per interessi crescono in termini assoluti di oltre quattro volte. Con tassi reali così elevati, il credito produttivo si contrae e le banche preferiscono detenere titoli di Stato piuttosto che finanziare attività economiche.
Il debito pubblico interno passa in quattro anni da 3,9 a 8,7mila miliardi di sterline egiziane. Non per finanziare nuovi servizi o investimenti, ma soprattutto per pagare gli interessi accumulati sui debiti precedenti. Tra il 2021 e il 2025 il Pil nominale più che raddoppia. Ma i redditi da interessi crescono molto più rapidamente, oltre quattro volte. Circa metà dell’espansione nominale dell’economia viene così assorbita dai percettori della rendita finanziaria. È la materializzazione di una dinamica costruita attraverso la politica monetaria: gli interessi sul debito crescono più rapidamente dell’economia reale.
Questa lettura dialoga con una tradizione critica più ampia sulle istituzioni finanziarie internazionali. Secondo gli economisti Dimitris Sotiropoulos e Leo Panitch, il Fondo non opera semplicemente come prestatore di ultima istanza, ma come agente di disciplinamento politico. Le sue condizionalità tendono a ristrutturare gli Stati in modo coerente con le esigenze dei mercati finanziari, rafforzando le élite interne capaci di garantire il rimborso del debito anche a costo di comprimere salari, welfare e rappresentanza democratica. Jonathan D. Ostry e Charalambos Tsangarides, in studi pubblicati da economisti senior del Fondo, hanno evidenziato come austerità fiscale e liberalizzazione finanziaria possano produrre effetti regressivi persistenti. Nei Paesi con istituzioni deboli, mostrano le loro analisi, i programmi Fmi tendono ad aumentare la disuguaglianza dei redditi e a ridurre la durata delle fasi di crescita, minando la stessa sostenibilità macroeconomica che dichiarano di perseguire.
L’Egitto, tuttavia, non è un’eccezione. In Argentina, i programmi Fmi del 2018 e del 2022 hanno prodotto una dinamica in parte simile. Il maxi-prestito del 2018, da 57 miliardi di dollari, il più grande nella storia del Fondo, ha sostenuto per breve tempo la stabilità finanziaria ma al prezzo di una forte compressione della spesa pubblica e di tassi di interesse elevatissimi. Il risultato è stato un aumento del debito, un’inflazione persistente e una crescente polarizzazione sociale. Anche in questo caso il debito interno indicizzato e ad alto rendimento ha favorito i settori finanziari, mentre l’economia reale restava intrappolata in una spirale di stagnazione e svalutazione. In Pakistan i programmi Fmi si sono susseguiti per decenni senza riuscire a spezzare la dipendenza strutturale dal debito. Le condizionalità hanno imposto ripetuti aumenti dei tassi, tagli ai sussidi energetici e restrizioni fiscali. Secondo numerosi studi indipendenti queste misure hanno aggravato la povertà e ridotto lo spazio per investimenti in istruzione, sanità e infrastrutture. Anche in Pakistan il servizio del debito assorbe una quota crescente delle entrate pubbliche, mentre il sistema bancario privilegia l’acquisto di titoli di Stato rispetto al finanziamento dell’industria.
Nei contesti di Leviatano dispotico il debito diventa così il perno di un equilibrio politico-economico. I tassi elevati allineano gli incentivi di banche, grandi investitori e settori dello Stato che operano come garanti del sistema. La finanza guadagna più dalla rendita che dalla crescita e la politica monetaria si trasforma in una macchina di redistribuzione verso l’alto. Il Fondo presenta questo assetto come inevitabile. Lo studio dell’Iza lo descrive invece come una depoliticizzazione forzata. Decisioni che redistribuiscono tra il 7 e il 12 per cento del Pil ogni anno vengono sottratte al dibattito pubblico e tradotte in vincoli tecnici. Così il Leviatano non solo sopravvive, ma si consolida, protetto da una legittimazione internazionale che rende opaca la responsabilità politica.
Nei Paesi a medio e basso reddito, dove la società è debole e il potere concentrato, il debito prende le forme del principale strumento di governo. Senza un ripensamento profondo delle politiche del Fondo, del ruolo delle banche centrali e della gestione del debito interno, la disuguaglianza rischia di diventare la struttura portante della stabilizzazione stessa.

© RIPRODUZIONE RISERVATA