Quelle parole di Gesù e il potere nella Chiesa: un libro aiuta a fare chiarezza

Il vescovo di Asti, Marco Prastaro, si interroga sul tema nell'opera in uscita con le Edizioni San Paolo. «Mi sono chiesto: come posso coltivare un’autorità che rimanga cristiana? La prima cosa è il discernimento»
January 21, 2026
Quelle parole di Gesù e il potere nella Chiesa: un libro aiuta a fare chiarezza
Qual è il significato che parole come “forza”, “potere” e “autorità” assumono nel contesto dell’esperienza cristiana? Marco Prastaro, vescovo di Asti dal 2018, ha provato a rispondere all’interrogativo con il suo ultimo libro, “Tra voi non sia così. Il potere nella Chiesa”, in uscita oggi per le Edizioni San Paolo. Il titolo riprende il passo del Vangelo di Marco in cui Gesù invita gli apostoli a prendere le distanze dal modo di comportarsi dei potenti della terra. «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così – raccomanda il Signore –; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».
Eccellenza, perché dedicare un libro al rapporto “Chiesa” e “potere”?
È un’esigenza che nasce dalla constatazione che le dinamiche di potere influenzano sostanzialmente la vita quotidiana; in ogni tipo di relazione c’è il rischio di cadere in dinamiche di potere. E io che esercito un’autorità mi accorgo di quanto sia facile: ricordo che durante un pranzo in una parrocchia, ad un certo punto, iniziarono a servire cose che non mi piacevano. Stavo per chiedere altro: lì mi sono accorto che facendolo avrei superato, come dire, un confine, usando la mia autorità per comandare. Riflettere sul potere è quindi parlare della nostra vita di relazione, è una questione seria che ci tocca tutti e rispetto alla quale dobbiamo essere vigili.
C’è un potere cristiano?
C’è un modo di esercitare l’autorità che è cristiano, che muove a partire dalle parole di Gesù: «Tra voi non sia così. Ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti». Come sottolineato da papa Ratzinger, se non c’è un riferimento alla trascendenza, inevitabilmente, l’autorità si volge contro la dignità umana, perché non è esercitata per la ricerca di qualcosa che è per il bene dell’altro, ma per un interesse per se stessi. Un interesse che può essere di qualsiasi natura, a seconda del tipo di rapporti che si instaurano, come sottolineo nel libro quando parlo del “potere malato”, attraverso una lunga serie di situazioni (denaro, carrierismo, populismo, ideologie, clericalismo, sesso, abusi, indecisione, ndr), in cui si usa la relazione per qualcosa che è per se stessi e non per realizzare qualcosa di più grande, che sia a servizio degli altri.
Il tema del potere è da lei collegato a quello dell’autorità e dell’obbedienza: concetti che spesso vengono definiti anacronistici, anche in campo ecclesiale.
L’autorità ha qualcuno che la segue, le si deve certamente un rispetto e un’obbedienza che sia però “critica e creativa”, soprattutto in relazione ai valori che l’autorità chiede di perseguire. Questa è un’esperienza che noi vescovi facciamo quando trasferiamo un parroco, ad esempio: dietro c’è un’idea, c’è un progetto, ci sono delle considerazioni che rendono l’obbedienza più piena, più viva e non cieca. Rispetto all’autorità, quindi, ci può essere una forma di obiezione di coscienza motivata dal riconoscere che l’interesse perseguito va contro il bene comune, il bene della comunità.
Il vescovo di Asti Marco Prastaro
Il vescovo di Asti Marco Prastaro
E tutto avviene nella dinamica del discernimento cui lei dedica attenzione nel libro.
Mi sono chiesto: come posso coltivare un’autorità che rimanga cristiana? E la prima cosa è il discernimento. Gesù dice: «Vegliate e pregate per non cadere in tentazione», dove la tentazione è quella del potere. Quindi è importante interrogarsi continuamente su quali sono le motivazioni che ci spingono. Un lavoro che, certamente, non si fa da soli, ma con gli altri, che aiutano a comprendere se la scelta fatta è “pura e onesta” come si crede.
In questo senso, nel testo, ricordo Michel de Certeau, gesuita francese, che dice che il potere è sempre plurale: un’autorità non la si può esercitare da soli, è necessario che sia plurale, perché il potere non è mai assoluto, c’è una condivisione di responsabilità. Nel momento in cui il potere perde questa pluralità, facilmente diventa onnipotenza; pensiamo all’ambito della carità: quando si è da soli a scegliere se aiutare o meno una persona, c’è il rischio di diventare facilmente onnipotenti, perché si ha il potere di vita o di morte, di aiuto o non aiuto.
Tra gli antidoti al potere che domina e calpesta lei indica “la sinodalità”.
Sì, per il discernimento che possiamo fare e dobbiamo fare come comunità, come forma di discernimento comunitario, nella diversità dei compiti e dei ruoli, come avvenuto in occasione dell’ultimo Sinodo.
Tra pochi giorni uscirà il Messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali. Lei, nel suo libro, rivolge anche un invito a vigilare sulle parole per non abusare del potere.
È un tema che ho sviluppato perché la parola definisce situazioni, ma anche le persone. Le parole hanno un peso e oggi, purtroppo, vengono manipolate perdendo il contatto con la verità. E questo è il vero problema. Il giornalismo, oggi, dovrebbe aiutare a usare le parole vere e a smascherare le parole false.

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