Il Papa è in Camerun. «Ama il prossimo tuo: il comandamento vale anche per gli Stati»
di Giacomo Gambassi, inviato a Yaoundé
Leone XIV è arrivato nell’Africa centrale. Grande festa nella capitale Yaoundé. «La pace non è slogan ma rifiuto della violenza. I leader religiosi siano coinvolti nelle mediazioni politiche». La sicurezza nazionale? Solo nel «rispetto dei diritti umani». L’urgenza di impegnarsi per «un mondo più equo» e per «spezzare le catene della corruzione»

Si rivolge al Camerun, ma parla a tutto il mondo Leone XIV, non appena arriva nella nazione dell’Africa centrale. «Governare significa amare il proprio Paese e anche i Paesi vicini; vale anche nelle relazioni internazionali il comandamento: ama il tuo prossimo come te stesso», spiega durante il suo primo appuntamento pubblico nella capitale Yaoundé dove atterra nel pomeriggio di oggi. Incontro con le autorità, la società civile e il corpo diplomatico che ha come cornice il palazzo presidenziale. A dargli il benvenuto il presidente Paul Biya, 93 anni e da 43 al potere, che aveva già accolto due Papi in Camerun: Giovanni Paolo II nel 1985 e nel 1995, e Benedetto XVI nel 2009. Insieme a loro, sempre, la first lady Chanta con i capelli color rame. «La pace non può essere ridotta a slogan: va incarnata in uno stile, personale e istituzionale, che ripudi ogni forma di violenza», afferma Leone XIV in un Paese che fa i conti con la guerra civile. Nove gli anni di scontri nel nord-ovest e nel sud-ovest fra gruppi separatisti anglofoni ed esercito regolare francofono – come il resto della nazione – che hanno causato 6mila morti, che hanno costretto un milione di persone a sfollare e che sono accompagnati da un brutale sistema di rapimenti.

Il Papa chiama in causa chi ha in mano le sorti dei popoli. «La pace è responsabilità di tutti, in primo luogo delle autorità civili», ribadisce. Ma per scriverla un contributo fondamentale arriva dalle fedi. Ecco che Leone XIV invita a favorire «il dialogo interreligioso» che ha ispirato «profeti di pace, giustizia, perdono» e che è antidoto al «veleno dei fondamentalismi» che nel nord del Camerun hanno il volto anche dei terroristi islamisti di Boko Haram. Ma soprattutto chiede che i «leader religiosi» siano coinvolti «nelle iniziative di mediazione e riconciliazione» perché «la politica e la diplomazia possono avvalersi di forze morali in grado di placare le tensioni, di prevenire le radicalizzazioni e di promuovere una cultura di stima e rispetto reciproco». Risposta a chi vorrebbe una fede privatistica o capi religiosi silenziati.

Quindi aggiunge che la Chiesa cattolica, a cominciare da quella in Camerun, «desidera collaborare lealmente con le autorità civili e con tutte le forze vive della nazione per promuovere la dignità umana e la riconciliazione». Autorità che il Papa richiama a «essere ponte, mai fattore di divisione». E autorità che sono tenute a «servire il proprio Paese» dedicandosi «con mente lucida e coscienza integra al bene comune di tutto il popolo: della maggioranza, delle minoranze e della loro reciproca armonia». Non è un caso che citi il “De civitate Dei” di sant’Agostino – il giorno dopo aver visitato i luoghi del dottore della Chiesa – secondo cui coloro che governano «non comandano nella brama del signoreggiare ma nel dovere di provvedere».

È una metropoli in festa quella che abbraccia il Papa nella seconda delle quattro tappe del suo viaggio in Africa cominciato lunedì. Cinque le ore di volo per andare dall’Algeria a Yaoundé. Migliaia di persone lungo le strade gli rendono omaggio, fra striscioni, canti e grida. Il termometro segna 30 gradi. A differenza dell’Algeria, gli ombrelli non servono a ripararsi dalla pioggia che aveva seguito il Pontefice, ma dal sole a picco. Sui vestiti delle donne è stampata l’immagine di Leone XIV. E i bambini lo salutano con i rami di palma fra le mani. In un Paese a maggioranza cristiana, i cattolici sono il 30% della popolazione che conta 29 milioni di abitanti. Il Papa si presenta come «servitore del dialogo, della fraternità, della pace». E spiega in francese che cosa intenda per “pace disarmata e disarmante”, parole con cui ha inaugurato il pontificato. È pace disarmata perché «non fondata sulla paura, sulla minaccia o sugli armamenti»; ed è disarmante «perché capace di risolvere i conflitti, di aprire i cuori e di generare fiducia, empatia e speranza».

Giustizia e pace si intrecciano nella riflessione del Papa. «Quanta fame e sete di giustizia! Quanta sete di partecipazione, di visioni, di scelte coraggiose e di pace», fa sapere dando voce ai desideri dei popoli. Il Pontefice è ben consapevole di essere in un continente taglieggiato e oppresso. Perciò esorta a «dare forma, anche politica, a un mondo più equo». E affronta la questione della «sicurezza» che entra anche nell’agenda politica dell’Occidente. «La sicurezza è una priorità – afferma Leone XIV –, ma va sempre esercitata nel rispetto dei diritti umani, unendo rigore e magnanimità, con particolare attenzione ai più vulnerabili. Una pace autentica nasce quando ciascuno si sente protetto, ascoltato e rispettato». E denuncia il flagello della corruzione. «Occorre rompere le catene della corruzione, che sfigurano l’autorità svuotandola di autorevolezza. Occorre liberare il cuore da quella sete di guadagno che è idolatria: il vero guadagno è lo sviluppo umano integrale, ossia la crescita equilibrata di tutti gli aspetti che rendono la vita una benedizione». Altrettanto doverose sono «la trasparenza nella gestione delle risorse pubbliche e il rispetto dello Stato di diritto».

Il Pontefice incoraggia a valorizzare la società civile, «forza vitale per la coesione nazionale» che svolge «un ruolo insostituibile nella tessitura della pace sociale» e che «contribuisce a formare le coscienze, a promuovere la cultura del dialogo e il rispetto delle differenze». Poi le donne che sono al tempo stesso «prime vittime di pregiudizi e violenze» e «instancabili artefici di pace». Quindi il monito: «La loro voce deve essere pienamente riconosciuta nei processi decisionali». Un pensiero particolare va ai giovani. «Quando disoccupazione ed esclusione persistono, la frustrazione può generare violenza», avverte. E concorre all’«emorragia di meravigliosi talenti verso altre regioni del pianeta». Da qui l’urgenza di «investire nell’istruzione» anche «per contrastare le piaghe della droga, della prostituzione e dell’apatia, che devastano troppe giovani vite».

Infine i bambini. Lo assaltano davanti al palazzo presidenziale, rompendo i cordoni di sicurezza. E Leone XIV li incontra nell’orfanotrofio “Ngul-Zamba” gestito dalle Figlie di Maria. «Noi siamo figli di Dio. Non siamo orfani», dicono al Papa tre piccoli ospiti. «In un mondo spesso segnato dall’indifferenza e dall’egoismo – osserva il Pontefice – questa casa ci ricorda che siamo tutti custodi dei nostri fratelli e che, nella grande famiglia di Dio, nessuno è mai uno straniero o un dimenticato». Poi assicura: «Là dove può esserci miseria, sofferenza o ingiustizia, Dio è presente». Ultimo evento della giornata, il dialogo a porte chiuse con i vescovi del Camerun.
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