«Dalla Croce la rivolta contro una società che cancella le ferite e le “vite indegne”»
di Erik Varden
Il vescovo trappista Erik Varden ha tenuto le meditazioni per gli esercizi spirituali di Quaresima del Papa e della Curia Romana. Qui un passo del libro che raccoglie i suoi interventi

Vescovo di Trondheim e monaco trappista, il norvegese Erik Varden ha tenuto le meditazioni per gli Esercizi Spirituali di Quaresima del Papa e della Curia romana. In questa pagina, un passo del libro “Illuminati da una gloria nascosta” (173 pagine, euro 16), in libreria dal 27 marzo per i tipi delle edizioni San Paolo e di cui pubblichiamo qui un’anticipazione.
Per secoli la Chiesa è stata cauta nel mostrare le ferite che Cristo ha subito durante la sua Passione, impegnata com’era a inquadrare a parole il paradosso che costituisce il cuore della proposta cristiana: che in Cristo la divinità e l’umanità sono entrambe integralmente presenti, che quest’uomo «nato dalla Vergine Maria» è al contempo «Dio da Dio, Luce da Luce». Solo quando il Concilio di Calcedonia ebbe affinato il quadro concettuale necessario per salvaguardare questo equilibrio, lo spirito cristiano fu libero di immaginare, non solo a parole ma anche nell’arte, graficamente, l’umiliazione liberamente assunta da Dio fatto uomo.
Il Crocifisso emerse come l’emblema cristiano per eccellenza. Arrivava a occupare il centro della scena nella pratica cultuale, almeno in Occidente, dove le rappresentazioni di un Dio ferito sono diventate il punto focale delle nostre chiese e di altri edifici, formando la coscienza pubblica. Ricordando ai cristiani di Corinto la sua venuta tra loro, Paolo scrisse: «Non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso». ( 1Cor2, 1-2) La centralità assoluta della Passione salvifica di Gesù ha pervaso la dottrina di questo ineguagliabile predicatore di riconciliazione, misericordia, trasformazione della grazia, gioia e vita eterna. Ci vuole coraggio per seguire il suo esempio in una cultura che ci tenta a diffondere un Vangelo più allegro, prevedibile in termini di procedure fisse e risultati prestabiliti. Intorno a noi, le navate delle antiche cattedrali, oscurate dalle croci, vengono trasformate in campi da minigolf.
I santuari sono usati per scenette secolari progettate per mostrare una supposta “rilevanza”. Nel frattempo, a due passi di distanza, però nell’arena del mondo, i giovani ondeggiano sconsolati, cantando dolcemente che la vita è una ferita aperta e che «non c’è più balsamo in Gilead» (Ger8,22 ). Due tendenze contraddittorie segnano oggi gli sforzi per affrontare le ferite. Da un lato, le persone sono pronte a esibire come marcatori identitari le proprie ferite, acquisite, ereditate o immaginate. Possono avere buone ragioni, motivi fondati su richieste di giustizia. Ma, come ci ha spiegato Bernardo, la prospettiva motivazionale è persa per noi se radichiamo il nostro senso di sé nell’attaccamento a una ferita. Rischiamo di impantanarci nella rabbia, una passione che sostituisce le aspirazioni alla guarigione con affermazioni autoassolutorie.
La rabbia e il suo riflesso, l’amarezza, possono intrappolarci in una disperazione perversamente soddisfatta di sé. Dall’altro lato, ci sono sforzi per cancellare le ferite. Si sente insinuare che le ferite non dovrebbero esistere e che, se esistono, le membra malate verrebbero rimosse. Nelle società diventate transazionali, gli elementi improduttivi non hanno posto, sono visti come anomalie, trattati con durezza. Questo atteggiamento è evidente nelle controversie sull’aborto e l’eutanasia, come nel discorso ricorrente sull’eugenetica. Lo si coglie nei sogni distopici di liberare le società dagli indesiderabili, che alcuni politici confinerebbero in riserve o lascerebbero cadere dal bordo di una scogliera. Si può interpretare questo sviluppo in modi diversi. Sembra difficile negare però che l’eclissi nella coscienza pubblica della figura del Crocifisso, il Ferito-ma-non-vinto, abbia qualcosa a che fare con tutto ciò. Una civiltà che, a un certo livello, cerca la sua misura in un’immagine che afferma l’importanza della pazienza e della sofferenza redentrice si trasforma col tempo: può anche imparare l’empatia, un sentimento non spontaneo per l’umanità decaduta. La riverenza per le ferite di Cristo ha definito la sensibilità cristiana per secoli, manifestata nella devozione alle reliquie della Passione, nella Via Crucis, in poesie e dipinti, in opere musicali, dalle Lamentazioni rinascimentali alle Passioni di Bach fino all’innografia del XIX secolo.
Si è espressa nel culto del Sacro Cuore, diffusosi in tutto il mondo sulla scia delle furie rivoluzionarie. Al centro di tutto questo c’era il rispetto per l’enorme mistero della sofferenza, costitutivo della condizione umana presente. La Croce ci permette di possedere la realtà affermando insieme la non definitività delle ferite, che possono essere guarite e diventare fonti di guarigione. Radicarci in questo mistero della fede significa lavorare a una rivolta costruttiva contro inganni ricorrenti: contro l’inganno politico che la società, e lo stato, dovrebbero essere gestiti su un modello evolutivo in vista della perfettibilità umana; contro l’inganno antropologico di uno standard normativo di “salute”, usato per segnare la divisione tra vite “degne di essere vissute” e vite ritenute “indegne”; contro l’inganno culturale che attribuisce alle ferite un potere fatale e deterministico; e contro l’inganno psicologico che si arrende alla disperazione, ipnotizzato dalla voce sussurrandoci all’orecchio, nel cuore della notte, riguardo a ferite intime: «Sarà sempre così». La Passione di Cristo ci permette di levare lamenti senza collera. Ci apre alla compassione, che è una categoria epistemologica capace di preparare una visione benedetta come quella di Giobbe: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (Gb42, 5). Possiamo, con Tommaso, invocare il Crocifisso e Risorto: «Mio Signore e mio Dio!» (Cf.Gv 20, 28). Il Vangelo afferma che le ferite di Cristo, dopo la sua risurrezione, non sono state eliminate, ma rese gloriose. Anche le ferite del mondo possono esserlo, quando l’olio e il vino di Cristo vengono versati su di esse.
La Croce è per i credenti al tempo stesso simbolo e memoria di un evento. Il simbolo della Passione di Cristo non è qualcosa che generiamo noi: ci è stato dato. È lui che ci interpreta, non noi. Vale la pena insistere su questo mentre nuotiamo contro la corrente di un capitalismo simbolico impostato sulla “produzione di conoscenza”. In questo mondo virtuale, i “fatti” sono artefatti. Narrazioni, immagini e dati vengono trafficati per perpetuare il cambiamento , quindi per un ulteriore consumo. È difficile capire qualcosa e cambiarla allo stesso tempo. Di conseguenza, la ricerca di chiarezza svolge un ruolo minore nell’attuale discorso pubblico, la cui retorica sfuggente e i cui simboli irregolari sono piuttosto progettati per confondere (Cf. l’articolo di Costica Bradatan sul Times Literary Supplement del 14 febbraio 2025). Eppure, l’essere umano brama la comprensione. È definito dalla sua necessità di chiedere: “Perché?”; ha bisogno del pensiero chiaro della Chiesa e della speranza centrata su Cristo; ha bisogno del suo sicuro senso dell’orientamento; ha bisogno dei suoi simboli, che sono realistici, diversi da quelli del mondo, incentrati su un corpo storicamente ferito, sulla morte superata, sul destino eterno dell’uomo integrale, composto di anima e di corpo. La sublime prospettiva della nostra fede si fonda su realtà che sono accadute e che, nella comunione del corpo mistico di Cristo, accadono ancora. Professiamo che una Benevolenza trasformante ha saturato la sofferenza umana anche nelle sue manifestazioni più estreme, raggiungendo le profondità stesse dell’inferno, e che nessuna desolazione è pertanto definitiva. Questo è il nostro Vangelo. Il nostro tempo lo richiede a gran voce. I giovani che, nei nostri parchi, cantano con il cuore pesante ne hanno fame: ascoltano quando viene presentato «con autorità» (Cf.Mt 7, 29) da cristiani capaci di esporre e manifestare la verità senza compromessi, mostrando la grazia di Cristo che può rinnovare e trasformare le nostre vite.

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