Il decano degli ambasciatori in Vaticano: «Costruire pace e sicurezza dal basso, la via di Leone XIV»
«In un mondo polarizzato, ci aiuta a rimettere al centro dignità della persona e rispetto del diritto»: George Poulides, ambasciatore di Cipro e decano del Corpo diplomatico presso la Santa Sede, rilegge parole e gesti del primo anno di pontificato

Fin dalla prima benedizione “Urbi et Orbi”, giovedì 8 maggio 2025, Leone XIV si è fatto testimone e promotore di «una pace disarmata e disarmante», la «pace del Cristo Risorto». Eccellenza, guardando al primo anno di pontificato ci sono aspetti di questo magistero di pace che l’hanno colpita in modo particolare?
«È emersa una concezione della pace che non si limita alla condanna della guerra, ma individua i punti critici attraverso cui i conflitti si alimentano – risponde ad Avvenire George Poulides, ambasciatore della Repubblica di Cipro e decano del Corpo diplomatico presso la Santa Sede –. Il Papa richiama il dovere di proteggere le popolazioni vulnerabili, garantire l’accesso agli aiuti umanitari e rispettare il diritto internazionale come strumento indispensabile di convivenza tra gli Stati. Mi ha colpito la sua fermezza nel denunciare l’idea, sempre più diffusa, che il conflitto armato possa tornare a essere un mezzo normale di gestione delle controversie. Molto significativa è anche la sua attenzione al linguaggio pubblico. Il Papa invita a riconoscere il peso delle parole e delle narrazioni, che possono alimentare ostilità oppure favorire una cultura della moderazione. È un aspetto spesso trascurato, ma decisivo per prevenire l’escalation. Nel mio lavoro con il Corpo diplomatico ho percepito quanto questa prospettiva trovi attenzione anche tra rappresentanti di Stati molto diversi tra loro. Cresce la consapevolezza che un ordine internazionale indebolito nelle sue regole esponga tutti a rischi maggiori. In questa fase di grande incertezza globale, la voce del Papa aiuta a rimettere al centro la dignità della persona, il rispetto del diritto e la responsabilità verso la pace, criteri che dovrebbero orientare ogni scelta politica. Per chi rappresenta uno Stato ancora ferito da un’occupazione, questa visione non è teoria, ma memoria viva».
Il magistero di un Papa passa anche attraverso gesti e incontri. Guardando ai viaggi internazionali di papa Prevost, quali messaggi ha colto?
«I viaggi di Leone XIV hanno evidenziato una forte volontà di dare attenzione a contesti che spesso restano ai margini delle priorità internazionali. L’ultimo viaggio in Africa, ad esempio, ha mostrato un impegno particolare verso popolazioni colpite da violenze, instabilità politica e crisi economiche aggravate dai cambiamenti climatici. Gli incontri con famiglie in difficoltà, giovani, operatori sociali e comunità locali hanno dato voce a realtà che rischiano di scomparire dagli orizzonti globali. Questi gesti non sono mai puramente simbolici. Sono un modo per ricordare che la sicurezza deve essere costruita dal basso e che la stabilità non può prescindere dalla dignità quotidiana delle persone. Parlo anche come ambasciatore di un Paese che ha ricevuto due visite apostoliche, quella di Benedetto XVI nel 2010 e quella di papa Francesco nel 2021. So quanto la presenza del Papa possa sostenere un popolo, rafforzarne il senso di unità e richiamare lo sguardo internazionale su situazioni che rischiano di essere dimenticate».
Nei primi giorni del pontificato Leone XIV ha proposto di fare della Santa Sede uno spazio d’incontro fra nemici. Come interpreta questa idea?
«La capacità della Santa Sede di offrire un luogo d’incontro tra parti in tensione è parte della sua tradizione diplomatica. Fin dai primi mesi del pontificato, Leone XIV ha incoraggiato questa disponibilità, sottolineando l’importanza di spazi neutrali dove sia possibile riaprire canali di comunicazione anche quando le relazioni ufficiali sono ferme. La Santa Sede è percepita come un interlocutore realmente super partes perché non difende interessi nazionali o economici. Questa libertà le permette di proporre un dialogo che non è strumentale e di mantenere contatti anche in momenti molto delicati. Quando si parla di “spazio d’incontro” ci si riferisce soprattutto a questo. Non necessariamente a un tavolo negoziale formale, ma a un contesto affidabile e protetto, nel quale le parti possano tornare a parlarsi senza pressioni e senza quell’esposizione mediatica che spesso irrigidisce le posizioni. In una fase storica segnata da polarizzazioni e sospetti, il contributo della Santa Sede consiste proprio nel custodire e offrire questi spazi di ascolto e di ripartenza».
Il ruolo di ambasciatore presso la Santa Sede offre un osservatorio privilegiato sull’azione e lo stile della diplomazia vaticana. Quali sono le sue peculiarità e i suoi obiettivi, in uno scenario segnato dalla crisi del multilateralismo, dalle continue violazioni del diritto internazionale, dal culto della forza e dalla guerra che «è tornata di moda», come ha denunciato Leone XIV?
«La diplomazia della Santa Sede ha uno stile distintivo, che emerge soprattutto quando il contesto internazionale è segnato da tensioni e da una crescente sfiducia nelle istituzioni multilaterali. È un’azione che unisce discrezione, continuità e senso della persona, e che lavora con costanza anche quando gli spazi sembrano ristretti. Tra i suoi tratti più riconoscibili vi è la capacità di mantenere il dialogo con tutti senza cedere alla logica degli schieramenti. Un altro aspetto essenziale è la cosiddetta “diplomazia umanitaria”, che non si limita al soccorso immediato, ma crea le condizioni per un dialogo più profondo. In molte zone del mondo, l’assistenza offerta da organismi legati alla Santa Sede è stata il punto di partenza per riprendere un confronto tra comunità divise o per avviare un contatto tra autorità che non comunicavano più. Da ambasciatore ho potuto osservare che questo metodo, fatto di pazienza e di ascolto, produce risultati che spesso non sono immediati, ma che durano nel tempo. La Santa Sede non pretende di sostituirsi alla politica, ma invita gli Stati a ritrovare la loro responsabilità nella tutela del diritto, nella protezione dei civili e nella costruzione di rapporti internazionali fondati sulla fiducia e non sulla forza».
Leone XIV, rientrando dal viaggio in Africa, ha detto che per il bene dei popoli la Santa Sede dialoga con tutti e tiene relazioni diplomatiche anche con Paesi che hanno leader autoritari. Come conciliare realismo e profezia, denuncia e dialogo nel mondo d’oggi?
«Il dialogo con tutti nasce dalla responsabilità verso le popolazioni che vivono in situazioni di fragilità. Rinunciarvi significherebbe chiudere il canale che spesso resta l’unico possibile. Allo stesso tempo, la Santa Sede non rinuncia alla franchezza quando emergono violazioni dei diritti fondamentali. Questo equilibrio rende credibile la sua azione. Da un lato mantiene aperta la possibilità del dialogo, dall’altro non smarrisce la libertà di parola. In un mondo segnato da polarizzazioni sempre più rigide, questa capacità di tenere insieme realismo e coerenza morale rappresenta un contributo essenziale. È una linea difficile, ma necessaria, perché la denuncia senza dialogo rischia di restare sterile, mentre il dialogo senza verità perderebbe la propria forza morale».
Eccellenza, lei è il decano del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Ha presentato le sue lettere credenziali nel 2003 a Giovanni Paolo II. Del magistero di pace di papa Wojtyla e dei suoi successori, Benedetto XVI, papa Francesco e, ora, Leone XIV, quali sono i tratti di continuità e quali gli elementi originali?
«Avere attraversato quattro pontificati mi permette di riconoscere una continuità profonda nel magistero della pace. Giovanni Paolo II ha difeso con forza la dignità della persona e ha ricordato che la guerra non può mai essere considerata una soluzione. Benedetto XVI ha approfondito il legame tra verità, giustizia e pace. Papa Francesco ha richiamato il mondo alla fraternità e alla responsabilità verso i più vulnerabili. Leone XIV si inserisce in questa linea, ma con un’attenzione particolare alla fragilità delle istituzioni multilaterali e alla necessità di ricostruire fiducia tra le nazioni. Il suo sguardo sul presente è estremamente lucido. Riconosce i rischi di un mondo che torna a polarizzarsi e chiede con forza che il diritto, la cooperazione e il rispetto reciproco prevalgano sulla tentazione della contrapposizione permanente».
Nell’Unione Europea c’è un Paese diviso da un muro: è la sua Cipro. Dalla storia e dalle sofferenze del vostro popolo, quale messaggio viene al mondo d’oggi? Il Papa e la Santa Sede come possono essere d’aiuto al cammino della pace e della giustizia?
«Cipro ricorda all’Europa che le divisioni non appartengono solo al passato. La Repubblica di Cipro porta nel cuore dell’Europa la ferita dell’invasione e dell’occupazione militare turca, ancora in corso dopo mezzo secolo. Questa realtà ricorda che la forza non può sostituire il diritto e che la stabilità fondata sulle armi è sempre fragile. L’esperienza del nostro popolo insegna che la pace non nasce dalla rassegnazione, ma dal rispetto del diritto internazionale e dalla volontà di ricostruire una convivenza fondata sulla dignità di ogni comunità. In un tempo in cui molti sembrano ritenere che il più potente abbia sempre ragione, Cipro afferma che la sicurezza vera nasce dall’uguaglianza tra le nazioni, dall’amicizia tra i popoli e dal riconoscimento reciproco. I due viaggi apostolici che abbiamo ricevuto hanno offerto sostegno e visibilità alla causa di una pace giusta. La Santa Sede può continuare a richiamare la comunità internazionale al dialogo autentico, alla giustizia, al rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale, principi indispensabili per garantire un futuro stabile a Cipro».
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