mercoledì 10 maggio 2023
«Prete per salvare me stesso e chi mi sta intorno. Sono dove l’obbedienza mi ha chiamato. Mi occupo del “gregge di oggi”, perché non sono chiamato a pensare alla “azienda di domani”
Carlo Pizzocaro, parroco a Cumiana (Torino)

Carlo Pizzocaro, parroco a Cumiana (Torino) - Collaboratori

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Sono diventato prete, a 25 anni, nel 2013, per salvare me stesso e tutti quelli che mi stanno attorno. Sono diventato prete per fedeltà alla realtà, perché solo questo “sì” avrebbe orientato la mia vita all’appartenenza, liberandola dalla continua tentazione del possesso. Dalla conquista alla resa: una liberazione che non è merito, ma semplicemente grazia.

Come sono diventato prete? In parrocchia un cammino di fede ordinario, spesso accantonato perché poco stimolante. Con Dio non un rapporto idilliaco, ma una relazione viva e sincera; spesso lo scontro, mai la fuga. Quinta superiore, una certezza: devo seguirlo! Perché non avrei trovato la mia dolce metà? No, anzi, quella fu la prima rinuncia. Perché non avrei potuto conseguire i risultati professionali cui aspiravo? Mi misi alla prova, superai i test, rinunciai alla classifica. Non stavo scappando, stavo obbedendo: potevo procedere sicuro in Seminario. Sette anni di disciplina che si rivelava crescita, sette anni di convivenze obbligate che si rivelavano amicizie autentiche: ancora la realtà, che mi stupiva e mi chiedeva un assenso, spesso contrario alla mia inclinazione.

E poi quel giorno, quella prostrazione. In quel momento, faccia a terra, ero schiacciato dal peso delle etichette che mi erano state appiccicate addosso. Mi preparavo ad entrare in una famiglia, il presbiterio diocesano, che mi aveva mostrato il volto di una lobby più che di una fraternità. Avevo paura, ma ero anche consolato: la Chiesa non è una famiglia ideale, ma una fraternità fragile. Non potevo scappare, dovevo ancora convertirmi.

Cinque anni da viceparroco in un grande santuario cittadino. Volevo mostrare il mio valore, così portavo avanti l’incarico e coltivavo i miei luccicanti talenti, scrivendo libri e girando l’Italia a predicare. Svolgevo il mio lavoro e alimentavo le mie aspirazioni. E non ero felice fino in fondo, perché mi sembrava che quel santuario fosse un trampolino inadeguato a raggiungere la mia giusta altezza. Credo di essermi speso per tutti, ma non del tutto: io dovevo essere il trampolino di quel santuario, non il contrario.

«Preferisci una parrocchia grande, o più parrocchie piccole? Meglio la città o il paese?». «Una parrocchia grande in città», la mia risposta al vescovo.

Sono parroco di tre parrocchie al confine della Diocesi, in un paese di 8.000 abitanti che si chiama Cumiana. Sono dove non volevo essere, ma dove l’obbedienza mi ha chiamato. Sono invischiato in così tante questioni pastorali e amministrative che non ho più scritto un libro e ho ridotto praticamente a zero la predicazione itinerante. E sono contento, come quel giorno della quinta superiore. Perché? Perché forse ho trovato la via della salvezza e chi cammina con me ora non rischia di essere perduto.

E che ne sarà del domani, quando noi, nuova generazione di preti, ci troveremo ridotti nel numero, a servizio di una minoranza confessionale, oberata dalle sue stesse strutture? Non lo so e non me ne preoccupo. Mi occupo del “gregge di oggi”, perché non sono chiamato a preoccuparmi della “azienda di domani”. Anzi, sono affascinato dalla crisi che ci scuote, sono convinto che sia un’opportunità. Perché questo Dio, che non chiede comprensione ma fiducia, non mi ha mai tradito, mi ha sempre condotto dove io non sarei andato e in questo viaggio mi sono fatto male solo quando ho puntato i piedi e gli ho girato le spalle.

Che prete sarò domani?

Spero semplicemente quello di cui Lui avrà bisogno, perché solo così continuerò ad essere felice.

Carlo Pizzocaro è parroco a Cumiana (Torino)


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