venerdì 29 gennaio 2021
Il vescovo Maniago sulla decisione della Cei di ripristinare a Messa il gesto liturgico nelle modalità consentite dall’emergenza sanitaria
Claudio Maniago è vescovo di Castellaneta e presidente della Commissione episcopale per la liturgia

Claudio Maniago è vescovo di Castellaneta e presidente della Commissione episcopale per la liturgia - .

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La comunicazione arrivata mercoledì dal Consiglio permanente della Cei, secondo cui «i vescovi hanno deciso di ripristinare, a partire da Domenica 14 febbraio, un gesto con il quale ci si scambia il dono della pace invocato da Dio durante la celebrazione eucaristica», gesto da tenersi in questa forma durante la pandemia, «volgere gli occhi per intercettare quelli del vicino e accennare un inchino», ha suscitato numerosi commenti tra sacerdoti e fedeli. Alcuni hanno fatto notare che quel tipo di gesto era già stato adottato in tante parrocchie e comunità, quindi nulla di nuovo, altri hanno manifestato apprezzamento per un ripristino ufficiale, altri ancora perplessità per una forma in cui non si ritrovano. Claudio Maniago, vescovo di Castellaneta, presidente della Commissione episcopale per la liturgia e membro della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, spiega che «proprio perché questa modalità di scambiarsi il dono della pace si è diffusa in maniera spontanea, si voleva dare un’indicazione che portasse uniformità nelle celebrazioni e che facesse risaltare il valore del gesto rituale».

Ma anche venire incontro a un’esigenza manifestatasi là dove lo scambio della pace non è stato continuato in alcun modo, «perché se ne sente la mancanza, perché il sacerdote o chi presiede annuncia sempre il dono della pace ma poi manca quella specie di diffusione nell’assemblea attraverso un gesto». Sul senso di usare gli occhi e il movimento del capo al posto delle mani, così dice il presule: «La Cei indica una forma di scambio del dono della pace consona a questo momento straordinario, previo al ricevere l’Eucaristia, che è il culmine della celebrazione e che il Signore chiede di preparare con una riconciliazione, con un’attenzione gli uni verso gli altri, che mai come in questo tempo sembra opportuna.

Il toccarsi con i gomiti è stato ritenuto un gesto non eloquente, non consono. Il cardinale Bassetti in un suo intervento ha sottolineato che durante questa pandemia, in cui siamo limitati sotto tanti aspetti, possiamo valorizzare lo sguardo, il guardare. Ecco allora l’invito a volgersi verso il fratello vicino, senza avvicinarsi, senza toccarlo, ma con uno sguardo, anche con un piccolo inchino, anche aggiungendo le parole “la pace sia con te.” Quindi nel pieno rispetto delle misure richieste dalla situazione sanitaria eccezionale, un gesto capace di esprimere la sua valenza liturgica». Il segno della pace durante la Messa ha origini antichissime.

La prima attestazione risale all’Apologia di san Giustino martire, della metà del II secolo, in cui l’autore, spiegando all’imperatore pagano Antonino Pio ciò che facevano i cristiani durante la Messa, scriveva: «Quando il lettore ha terminato, il preposto con un discorso ci ammonisce ed esorta ad imitare questi buoni esempi. Poi tutti insieme ci alziamo in piedi ed innalziamo preghiere sia per noi stessi… sia per gli altri… Finite le preghiere, ci salutiamo l’un l’altro con un bacio ». Maniago tornando a noi ricorda che «l’esortazione apostolica Sacramentum caritatis di Benedetto XVI sottolineava l’importanza di questo gesto». «L’Eucaristia è per sua natura sacramento della pace» scriveva Ratzinger, «questa dimensione del mistero eucaristico trova nella celebrazione liturgica specifica espressione nel rito dello scambio della pace».

Allo stesso tempo, puntualizza Maniago, «si richiamava la necessità di attuare questo gesto con sobrietà, atteggiamento che vale in generale per i segni liturgici». A tale proposito vale anche la pena ricordare un documento che seguì quell’esortazione apostolica, la lettera approvata da papa Francesco l’8 giugno 2014, inviata dalla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti a tutte le Conferenze episcopali nazionali in merito appunto al «segno della pace». In essa, tra le altre cose, si faceva presente che «uno scambio della pace correttamente compiuto tra i partecipanti alla Messa arricchisce di significato e conferisce espressività al rito stesso». Pertanto «è del tutto legittimo asserire che non si tratta di invitare “meccanicamente” a scambiarsi il segno della pace. Se si prevede che esso non si svolgerà adeguatamente a motivo delle concrete circostanze o si ritiene pedagogicamente sensato non realizzarlo in determinate occasioni, si può omettere e talora deve essere omesso».

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