lunedì 5 ottobre 2009
Dopo la solenne apertura con la messa in San Pietro, il Papa ha rivolto un saluto ai 244 vescovi riuniti in Vaticano per il Sinodo africano, che durerà 3 settimane.
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"Tutte le analisi del mondo si rivelano insufficienti se non scopriamo che al fondo della corruzione e del male sta una relazione non corretta con Dio". È questo il monito che Benedetto XVI ha lanciato rivolgendo a braccio un saluto ai 244 vescovi riuniti in Vaticano per il Sinodo Africano. "Solo vedendo alla luce di Dio le colpe nostre, l'insufficienza della nostra relazione con Lui, andiamo alla verità", ha spiegato. "Se non si arriva al punto, anche tutto il resto - ha scandito - non è correggibile perchè da questo nascono tutti i vizi. Tutte le realtà dipendono dalla nostra relazione con il Creatore, dobbiamo andare alla verità che salva".Ma, ha aggiunto il Papa teologo, "Dio non ci ha lasciato soli con i nostri peccati, con la nostra relazione disturbata con la sua Maesta. Dio non è lontano, non servono viaggi spaziali nel cielo e cose conplicate per raggiungerlo: abita nel nostro cuore, le cose della scienza e della tecnica sono costose e difficili, ma per raggiungere Dio non c'è bisogno di grandi doti: è nel cuore con la fede, sulle labbra con la confessione che ci fa evangelizzare e rinnovare il mondo". Infatti, "la fede si trasforma in carità, c'è unità di ragione e carità: Dio è da una parte ragione ma non è una ragione matematica, è fuoco, è carità"."Nello sviluppo del mondo - ha detto ancora il Pontefice - abbiamo questa 'scalà che non è ancora finita, l'uomo dovrebbe divinizzarsi. Lo sviluppo è arrivare a questa ultima meta dove Dio, che è con noi, vuole aiutarci ad arrivare". Un percorso aperto a tutti, ha ricordato citando la parabola evangelica del Buon Samaritano che, "straniero in tutti i sensi, è per noi prossimo, supera i limiti che dividono l'umanità". Dobbiamo, è la conclusione di Papa Ratzinger alla prime sessione del Sinodo Africano, "aprire questi confini tra le tribù e le religioni. Credere diventa amore ed azione. Abbiamo il coraggio di questo Sinodo, perchè Dio non è lontano".L'omelia alla messa di apertura di ieri. Due "pericolose patologie" stanno intaccando l'Africa: il materialismo dell'Occidente, colpevole di un "colonialismo mai del tutto terminato", e il fondamentalismo religioso. Benedetto XVI ha inaugurato con queste parole, nella Basilica di San Pietro, il Secondo sinodo speciale dei vescovi del continente africano in programma in Vaticano fino al 25 ottobre, facendo subito capire che i mali che affliggono l'Africa chiamano in causa tutto il Pianeta.Una parte della Chiesa africana, i 244 vescovi che partecipano al Sinodo e un gran numero di religiosi e religiose che li accompagnano, ha riempito oggi la Basilica di San Pietro. Una platea di cattolici giovani, pieni di fervore, che hanno riempito le immense navate di musica, lingue, colori, accenni di danza. Una vitalità che, lo si è visto anche durante il viaggio in Camerun e Angola nel marzo scorso, strappa gioiosi sorrisi al pontefice, e dimostra, senza alcun dubbio, che l'Africa è la speranza della Chiesa, una Chiesa che vorrebbe diventare a sua volta una speranza per l'Africa, e da lì restituire futuro anche ad un Occidente spiritualmente "malato". Ratzinger comincia la sua omelia dall'inizio di tutto, parlando della Creazione, perchè - dice - "in Africa ci sono molteplici e diverse culture, ma sembrano tutte concordare su questo punto". Dio creò la vita, un uomo e una donna in grado di generare figli: una "legge divina, scritta nella natura" e pertanto "più forte e preminente rispetto a ogni legge umana". Una prospettiva al di là della stessa morale, spiega il Papa, perchè "essa, prima del dovere, riguarda l'essere, l'ordine inscritto nella creazione". E prova, fra l'altro, che Gesù e gli uomini "provengono tutti da una stessa origine": stessa dignità, stessi diritti, a prescindere dall'etnia, dalla provenienza e dal colore della pelle.Poi, parla dei tesori dell'Africa ma, più che alle razzie compiute dalle multinazionali occidentali denunciate nell'Instrumentum laboris del Sinodo, si riferisce al suo patrimonio spirituale e culturale, immenso "polmone" oggi intaccato dai morsi di un "colonialismo finito sul piano politico" ma, in realtà "mai del tutto terminato", e che si esprime nel "materialismo pratico combinato con il pensiero relativista e nichilista", "tossici rifiuti spirituali che contagiano le popolazioni di altri continenti, tra cui in particolare quelle africane". Nella "stessa prospettiva", quasi fosse l'altra faccia di una stessa medaglia, Benedetto XVI mette in guardia contro il secondo "virus" che potrebbe colpire anche l'Africa: il fondamentalismo religioso, mischiato con interessi politici ed economici". Moniti pesanti, anche se il Papa chiarisce poco dopo, all'Angelus, che il Sinodo non fornirà ricette ma "indicazioni pastorali", come l'invito ad un maggiore sforzo di riconciliazione tra le etnie e alla tutela dell'infanzia.
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