La visita di Castro in Vaticano. Raúl, il leader comunista conquistato da Bergoglio


Giorgio Ferrari martedì 12 maggio 2015
Il regime – giacché oltre mezzo secolo di misurata hipocresía non svapora in qualche mese di apertura verso il resto del mondo – su quella frase preferisce tacere e si limita a un «sono contento e soddisfatto di questa visita ». Così, in perfetto stile vetero– castrista, su Granma (l’organo ufficiale del Comitato centrale del Partito comunista cubano) quell’ammissione clamorosa quanto tardiva, esplosa domenica a ciel sereno a Roma, non la si trova. Eppure, Raúl Castro al termine del suo incontro con Papa Francesco non ha usato mezzi termini: «Leggo tutti i discorsi del Papa – ha detto –: se continua così tornerò alla Chiesa cattolica. Potrei ricominciare addirittura a pregare, anche se sono comunista». Tornerò, ha detto. Già, perché è proprio da lì che Raúl è partito, da quel Colegio Dolores retto dai gesuiti a Santiago de Cuba dove ha imparato a leggere e scrivere, per passare poi al Colegio de Belén all’Avana istituito un secolo prima della Revolución da Isabella II regina di Spagna e affidato sempre ai gesuiti. Un capitolo che il regime ha preferito in qualche modo seppellire: nel 1961 il Bélen e le sue proprietà vennero confiscate, la facoltà universitaria chiusa, i docenti espulsi. L’imponente edificio in cui Raúl aveva compiuto gli studi superiori aveva repentinamente cambiato nome: dapprima El Palacio de Educación, e poi Instituto Técnico Militar.  Ma nessuno sfugge al proprio passato. Non certo Raúl, il giovane Raúl, l’hermano pequeño, e nemmeno Fidel, che come lui studiò al Belén. «Spero ancora che Fidel si penta di tutti i peccati che ha commesso e chieda perdono», confidava il gesuita spagnolo Armando Llorente, che del Líder Máximo fu insegnante e mentore.  Le tracce di quell’educazione si scorgono forse nella rinuncia del regime, ancorché proclamatosi solennemente comunista, a proclamarsi ufficialmente ateo. Per oltre cinquant’anni fra Cuba e la religione cristiana si è consumata una silenziosa guerra di posizione. Il regime accettava che l’8 settembre si celebrasse Nostra Signora della Carità del Cobre, patrona dell’isola fin dal 1916 e alla quale una moltitudine di cubani era da sempre devota, a condizione che non si facesse troppo chiasso. Il solo fatto che nel Comitato centrale del partito esistesse un Ufficio per gli affari religiosi dimostra come il regime tenesse d’occhio con qualche preoccupazione l’attività della Chiesa a Cuba. Ci vorranno due papi, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, e due visite perché in qualche modo si sdoganasse la presenza dei cristiani nell’isola. Nondimeno Raúl Castro, cresciuto e divenuto adulto, poi uomo maturo sempre all’ombra di quel fratello ingombrante, amato, odiato, celebrato e discusso in tutto il mondo ha il suo carico di responsabilità nei lunghissimi anni del regime. L’apparato di sicurezza, i servizi segreti, il reticolo fittissimo di informatori e di spie sono sempre dipesi da lui. Dietro quel volto quasi anonimo e a quell’aria come di provvisoria e immeritata notorietà si è sempre celato un puntiglioso amministratore della Revolución e uno scrupoloso contabile nell’amministrarne le fortune finanziarie, soprattutto quando si incrociavano con le sue personali. La malattia e il ritiro del fratello lo hanno proiettato al centro della scena obbligandolo a un ruolo che forse non avrebbe in cuor suo mai voluto affrontare. Fin dal 2007 – anno del passaggio dei poteri – si scommetteva su una progressiva de–castrizzazione dell’isola ad opera di Raúl, così come a un rinnovo radicale della nomenklatura cubana. Invece per qualche anno, prima che grazie ai buoni uffici della Santa Sede scoppiasse il disgelo con il nemico yanqui, pareva che il tempo scorresse all’indietro. La timida apertura al mercato, le flebili concessioni sulla proprietà privata, i tiepidi riconoscimenti circa i diritti dell’uomo (nelle carceri cubane restano tuttora numerosi dissidenti) lasciano pensare che la transizione sarà lenta e felpata, come felpato e prudente è il suo architetto. Quel Raúl Modesto Castro Ruz che – approssimandosi il crepuscolo terreno della sua esistenza – riscopre, come molti prima di lui, il seme lontano che attendeva paziente dentro il suo animo.
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