venerdì 8 dicembre 2023
Allestito in un bosco, senza personaggi se non due umili animali e lo stessa santo di Assisi che legge il nudo Vangelo e lo commenta. Era ben diverso da quello a cui siamo abituati
L'affresco che a Greccio ricorda il primo presepe di san Francesco nel luogo dove si ritiene venne allestito. Era però ben diverso da come siamo abituati a vederlo oggi

L'affresco che a Greccio ricorda il primo presepe di san Francesco nel luogo dove si ritiene venne allestito. Era però ben diverso da come siamo abituati a vederlo oggi - Ansa

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Come "fake news" è vecchia di 800 anni, però ci siamo tutti affezionati e un po’ dispiace abbandonarla proprio ora che l’anniversario coglie la sua cifra tonda. Tuttavia ormai è (quasi) universalmente accettato che non fu san Francesco d’Assisi, il 24 dicembre 1223 a Greccio, a inventare ciò che oggi chiamiamo presepio; l’allestimento voluto dal Poverello fu infatti alquanto diverso dalla sacra rappresentazione con statuine tridimensionali che campeggia a Natale nei salotti e nelle chiese.

D’altra parte, accantonata la leggenda, non è facile nemmeno interpretare sulla scorta delle fonti l’atto che l’Assisiate volle compiere davvero. Anche perché la comoda cornice di un gesto stimato come puramente devozionale o comunque di tradizione ha funzionato da alibi alla scarsità di approfondimenti storici sulla circostanza, assai meno studiata di altri episodi biografici del frate santo: dalle stimmate al viaggio in Oriente, dalla questione della povertà ai rapporti con Chiara.

Ora l’ottavo centenario ha giustamente riattivato una certa attenzione della convegnistica e dell’editoria, con accenti che di volta in volta puntano sulla spiritualità, sull’arte, naturalmente sulla storia. Viene tra l’altro riproposto in versione illustrata (Il Mulino) lo studio moderno probabilmente più innovativo in materia, quello della compianta medievista Chiara Frugoni su «Il presepe di san Francesco», stilato già per il primo Convegno storico di Greccio nel 2002 e che in sostanza si colloca lungo lo stesso filone di lettura delle fonti iconografiche per cui la ricercatrice è nota fin dal suo capitale «Francesco e l’invenzione delle stimmate» (1993).

Grazie a un’accurata analisi dei dati storici, Frugoni collega la Natività francescana al viaggio in Oriente compiuto dal Poverello pochi anni prima (1219-20) non per spirito di conquista, bensì di pace. La studiosa stessa riassume la sua tesi in poche frasi: «Giunto quasi alla fine della sua vita, malatissimo, Francesco sapeva di non poter più rivedere quelle terre lontane verso cui si era mosso con tanto entusiasmo... La greppia di Greccio spegne per Francesco il bisogno del cammino verso la Terra Santa e della sua difesa. Non c’è necessità di attraversare il mare per vibrare d’emozione né di imporre la fede, ritenuta la vera, con la violenza e con le battaglie… Greccio è divenuta una nuova Betlemme attraverso le parole trascinanti di Francesco».

Non si tratta tuttavia dell’unica possibile interpretazione di Greccio. Nel 1223 il Poverello si trovava in quella che, in un altro dei libri ora in uscita (Edizioni Messaggero di Padova), il teologo fra Zdzisław Józef Kijas definisce «la notte oscura» del suo fondatore. In effetti, dopo il rientro (forzato) da Damietta l’Assisiate si era trovato in enormi difficoltà. Impossibilitato a far valere tra i seguaci lo spirito degli inizi attraverso un esercizio impositivo del potere, aveva deciso di dimettersi dalla guida della sua stessa fraternità, ormai cresciuta a dismisura e divenuta ingovernabile anzitutto sulla questione della povertà, che troppi ritenevano impossibile da rispettare.

Nel 1221 Francesco aveva inoltre subìto la bocciatura pontificia della prima regola, ritenuta “troppo” evangelica (e poco giuridica), senza contare il peggioramento continuo della sua salute, tra un’affezione agli occhi che gli rendeva impossibile sostenere la luce del sole, qualche probabile strascico di malaria ereditata in Oriente e le volontarie privazioni. Gli era rimasto soltanto il ruolo da testimone morale della chiamata da cui tutto era iniziato, funzione cui non verrà meno sino all’ultimo.

In tale contesto di drammatica sconfitta umana e religiosa si colloca l’episodio di Greccio, anzi il quadro è ulteriormente peggiorato da un evento biografico avvenuto a immediato ridosso di quel Natale: il 29 novembre 1223 Roma approvò sì la Regola francescana, ma depurata da alcune delle caratteristiche cui Francesco teneva di più (Frugoni cita il capitolo XVI della precedente bozza sulla missione ai saraceni, drasticamente ridotto nella versione “bullata”). Di nuovo, dunque, l’Assisiate si trovava smentito nella sua stessa creatura; ed è esattamente allora («Circa due settimane prima della festa della Natività» precisa Tommaso da Celano, la fonte più vicina ai fatti) che fece chiamare l’amico Giovanni Velita da Greccio affinché preparasse la mangiatoia e il resto.

Alla luce di tali precedenti, non è perciò facile ridurre il presepio reatino – allestito non in chiesa bensì nel bosco, senza personaggi se non due umili animali, nel quale una parte essenziale è giocata dallo stesso Francesco che legge il nudo Vangelo e lo commenta – ad accessorio devoto di trasporti emotivi, trovata popolare già pronta a fare tradizione. Si trattò piuttosto dell’umile ma tenace, irriducibile riproposizione della povertà cristiana così come l’intendeva il fondatore; di una sacra rappresentazione che, sia pure alla maniera sempre obbedientissima dell’Assisiate al «signor papa» e alle gerarchie, lanciava un messaggio chiaro alla Chiesa del tempo. Ordine francescano compreso.

Un manifesto insomma, più che una consolazione, stilato sulla stessa linea metodologica che poi verrà usata nel Testamento: nel quale «frate Francesco piccolino», accanto all’invito a osservare la Regola e obbedire ai superiori, non rinuncia a ribadire il cuore del suo carisma ordinando «per obbedienza» di leggere il Testamento stesso ad ogni riunione senza «aggiungere e togliere niente» (ci penserà invece nel 1230 una bolla papale a negare il valore giuridico di quel testo per i frati).

Per Greccio il canovaccio è il medesimo: perfetta obbedienza gerarchica, nessun cedimento sulla radicalità del messaggio. Non per nulla - come dimostra Frugoni - dopo il primo Celano tutte le fonti, sia scritte sia in immagini, da Bonaventura a Giotto, si sforzeranno di reinterpretare in senso perfettamente “ortodosso” e miracolistico l’episodio reatino, disinnescandone le parti che potenzialmente avrebbero potuto sostenere le correnti francescane pauperiste. In tal senso, forse, ancora oggi può far comodo ridurre Greccio a un semplice presepio.

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