martedì 21 maggio 2024
Dal Kenya al Nepal agli Usa: alla seconda assemblea della rete Talitha Kum, storie di donne che hanno subito sfruttamento e violenza. E che ora sono speranza per altri
Alcune partecipanti all'incontro di Sacrofano. la terza da sinistra è suor Abby Avelino, coordinatrice di Talitha Kum

Alcune partecipanti all'incontro di Sacrofano. la terza da sinistra è suor Abby Avelino, coordinatrice di Talitha Kum - .

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Il volto sorridente di suor Giuseppina Bakhita riempie ogni angolo della Fraterna Domus di Sacrofano, dove dal 18 maggio oltre 200 delegati di Talitha Kum - la Rete internazionale della vita consacrata contro la tratta di esseri umani - si sono riuniti per la seconda assemblea generale dell’organizzazione, costituita nel 2009 presso l’Unione internazionale delle superiore generali (Uisg). La rete celebra dunque quest’anno il suo quindicesimo anniversario e l’incontro si concluderà domani con l’udienza del Papa e una liturgia celebrata dal cardinale Michael Czerny, prefetto del Dicastero per lo Sviluppo umano integrale, nella Basilica di San Pietro.

Il sorriso di suor Bakhita, che fu rapita all’età di sette anni e venduta più volte come schiava, per poi essere canonizzata nel 2000 da Giovanni Paolo II, è raffigurato nei tanti dipinti posizionati all’ingresso dell’auditorium, dove in questi giorni i rappresentanti stanno dialogando per fissare gli obiettivi per i prossimi cinque anni. Ma è impresso soprattutto nel cuore delle sopravvissute, che dalla vita della santa traggono forza e speranza. Sono loro le Bakhita di oggi. Storie di grande sofferenza, ma di riscatto. E di aiuto per gli altri.

Kris, consulente Usa di Talitha Kun

Kris, consulente Usa di Talitha Kun - .

Come quella di Pauline Juma, che non riesce a trattenere le lacrime mentre racconta la sua esperienza. Viene da Kibera, uno slum di Nairobi, in Kenya. All’età di 16 anni è rimasta vittima di uno stupro di gruppo. «Ho mantenuto il silenzio per tanto tempo. Se avessi parlato avrebbero ucciso la mia famiglia». Poi a 19 anni è stata costretta a sposarsi. «Anche mio marito mi violentava. Trovai lavoro come cameriera, ma i proprietari hanno iniziato a farmi prostituire con i clienti». Un vortice di violenza senza fine. «Ho pensato spesso al suicidio, ma poi ho trovato la forza di raccontare tutto e ho cominciato ad aiutare chi aveva subito la mia stessa sorte». Così è nata “Rebirth of a queen”, organizzazione attraverso la quale Pauline protegge le vittime di violenza sessuale e di genere. «Nel 2020 la mia casa è diventata il primo rifugio per donne. Abbiamo iniziato da una ragazza, adesso siamo arrivate a 225». L’anno scorso l’incontro con suor Abby Avelino, coordinatrice internazionale di Talitha Kum. «Mi ero allontanata dalla fede. Grazie a lei ho riscoperto Gesù».

Immaginate invece un villaggio senza elettricità, senza automobili e senza ospedali, dove i bambini nascono senza documenti. Si chiama Rajura e si trova al confine tra il Nepal e l’India. Lì è nata Nasreen Sheikh, la prima ragazza del posto che è riuscita a scappare da un matrimonio forzato. «All’età di nove anni mi sono ritrovata a lavorare a Katmandu in una fabbrica che produceva vestiti per grandi aziende estere. Il mio turno durava 15 ore al giorno e dormivo in una stanza con altre dieci persone. Senza un letto, senza un bagno, senza acqua pulita. Ero pagata meno di due dollari al giorno». La fabbrica poi chiuse e Nasreen si ritrovò senza niente. Fino all’incontro con Leslie John, un uomo a cui deve tutto. «Mi ha insegnato a leggere e a scrivere, a comprendere i diritti umani. E mi ha aiutato ad ottenere i documenti». Nel 2008 Nasreen ha fondato, proprio nella capitale del Nepal, Local Women’s Handicrafts, un’azienda che promuove e difende l’artigianato femminile. E ha dato vita a Empowerment Collective, un’organizzazione in difesa dei sopravvissuti. «Vogliamo esortare le persone a non comprare prodotti realizzati con la schiavitù».

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Kris arriva invece dal Midwest, negli Stati Uniti. «Avevo 18 anni quando sono caduta nella tratta. Molte vittime provengono da ambienti estremamente poveri. Io invece avevo una famiglia e una casa, ero amata. Ma un giorno sono salita su un treno e sono andata a Chicago». Una volta arrivata in stazione, Kris è stata avvicinata da un giovane che le ha promesso di portarla in un luogo dove sarebbe stata felice, con altri giovani come lei. «Mi ha accompagnata in un appartamento gestito da una banda di portoricani che trafficavano droga, armi e persone». Da quel momento è iniziato l’incubo. «Per due mesi non mi hanno mai lasciata sola. Non potevo neanche andare al bagno. C’era sempre qualcuno con me. E mi costringevano a prostituirmi. Sono stata anche testimone oculare di un omicidio». Ma un giorno, approfittando di un momento di distrazione dei carcerieri, è riuscita a scappare e a ritornare a casa. «La mia vita, soprattutto nelle relazioni, è stata condizionata negativamente da questa esperienza». Poi, però, l’incontro con una suora che cercava di strappare le donne alla prostituzione. «Grazie a lei oggi sono diventata consulente di Talitha Kum».

La tratta ha dunque molti volti, come sottolinea suor Abby. «Non solo lo sfruttamento sessuale, ma anche la migrazione forzata a causa dei cambiamenti climatici e dell’inquinamento atmosferico. E anche il rapimento dei bambini, un fenomeno ancora nascosto. Cerchiamo di avvicinare i governanti e i leader religiosi perché facciano la loro parte. Siamo molto grati a papa Francesco per il suo appoggio. Vorremmo che tutta la Chiesa sia sempre più coinvolta in questa lotta. Dobbiamo unire le forze. Solo insieme possiamo farcela».

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