sabato 6 ottobre 2018
In occasione della canonizzazione di Montini del 14 ottobre 2.500 pellegrini ambrosiani saranno in piazza San Pietro. L'arcivescovo Delpini ne ha ripercorso l'eredità
L'allora arcivescovo di Milano Montini durante l'inaugurazione del Centro giovanile pavoniano nel 1958

L'allora arcivescovo di Milano Montini durante l'inaugurazione del Centro giovanile pavoniano nel 1958

«La canonizzazione di Paolo VI è stata collocata durante il Sinodo dei vescovi su “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Ecco, voglio invocare san Paolo VI per tutti i giovani: soprattutto per coloro che, credendo alle promesse di Dio, vogliono diventare testimoni di speranza e protagonisti dell’edificazione della civiltà dell’amore».
Così l’arcivescovo di Milano (e padre sinodale) Mario Delpini ha concluso l’incontro con i giornalisti svoltosi sabato in Curia. Un’occasione per fare il punto sul pellegrinaggio che a giorni porterà a Roma 2.500 fedeli ambrosiani. Ma soprattutto: per mettere a fuoco l’eredità di Montini, che di Milano fu arcivescovo, con l’aiuto di Giorgio Vecchio, ordinario di Storia contemporanea a Parma, e con monsignor Ennio Apeciti, vicepostulatore diocesano, delegato episcopale per il processo di canonizzazione di Paolo VI, consultore della Congregazione delle Cause dei santi.

Un’occasione, dirà poco dopo l’arcivescovo a proposito della canonizzazione del 14 ottobre, per scoprire che Milano non è solo la città della moda, dell’innovazione, della cultura, ma «è anche terra di santi e di santità», come testimoniano le figure e le vicende degli arcivescovi Ferrari, Schuster, Montini, oltre che dei laici e dei consacrati ambrosiani del ’900. «Sì, siamo giustamente fieri di aver avuto Montini nostro arcivescovo», e che Milano «lo abbia aiutato a capire che cos’è la Chiesa, lo abbia aiutato ad amarla – ha sottolineato Delpini – e a prepararsi al pontificato».

Davvero Montini imparò a conoscere la Chiesa a Milano, visitando le parrocchie, stando in mezzo al popolo di Dio. A riconoscerlo fu lo stesso Paolo VI in una confidenza affidata al cardinale olandese Johannes Willebrands. Lo ha ricordato Vecchio offrendo i tratti essenziali dell’episcopato ambrosiano di Montini (1954-1963). A Milano Montini si rese conto, prima e meglio di molti altri vescovi, come l’Italia non fosse più una società naturalmente cattolica. E a Milano identificò quelle coordinate del cammino – la riforma della Chiesa e il dialogo con la modernità come via dell’evangelizzazione – che avrebbe sviluppato da Papa. I capisaldi del suo episcopato? La riscoperta dello straordinario patrimonio rappresentato dalla liturgia ambrosiana; la predicazione e la catechesi date in termini cordiali, chiari, precisi; l’attenzione al mondo del lavoro; la centralità della parrocchia e la promozione della “presenza” fisica della Chiesa, anche e soprattutto nelle periferie di una metropoli in tumultuoso sviluppo – e qui Vecchio ha ricordato le 123 nuove chiese sorte a Milano dall’iniziativa di Montini. Culmine di quest’opera evangelizzatrice: la grande missione di Milano del 1957, che non mise al centro temi dottrinali o morali, ma la paternità di Dio.

«Quelle chiese nuove, ha testimoniato il suo segretario, monsignor Macchi, andò a benedirle e consacrarle indossando sempre il cilicio», ha ricordato Apeciti ripercorrendo, da un lato, la causa di beatificazione e canonizzazione, dall'altro restituendo i tratti essenziali del profilo di Montini: «La sua profonda umanità; la sua profonda passione per il sacerdozio; il suo indomito amore per la Chiesa – nella quale s’incontra Cristo e ci si conforma a lui; la sua dedizione all’uomo – Paolo VI è il Papa della Populorum Progressio; il coraggio capace di mettersi in ginocchio, come accadde quando si chinò a baciare i piedi del metropolita Melitone, e come scrisse alle Brigate Rosse – “vi prego in ginocchio” – chiedendo la liberazione di Aldo Moro». Paolo VI, ha concluso Apeciti, «ha vissuto fortemente la speranza» e, come dicono i miracoli che l’hanno portato agli altari, è davvero il Papa dell’Humanae vitae, «il Papa che ha creduto nella vita».
Delpini, infine. Con la richiesta a Paolo VI di «intercedere per tutti i giovani del mondo, oltre che per tutta la Chiesa, perché abbiano la speranza».

Che «non è una sorta di fiducia nella storia, ma è la fiducia nelle promesse di Dio». Con questa speranza Montini visse e affrontò «il dramma» di «un mondo che si allontana dalla Chiesa o è indifferente al tema della fede in Dio, dramma che ci accompagna ancora». «Noi cerchiamo giovani – ha detto l’arcivescovo – che siano custodi della speranza, che dentro il mondo sappiano essere quei messaggeri di gioia, quei testimoni di un’attesa che le promesse di Dio si compiano, che il suo regno venga, e così ricordino quello che Montini ha cercato di ricordare a Milano: che Dio è padre, che gli uomini sono chiamati a essere fratelli, che la civiltà dell’amore non è una città che scende dal cielo ma è una responsabilità di tutti, è un programma di vita per chi ha a cuore l’umanità e il suo futuro».

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