sabato 10 maggio 2014
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Paolo VI, pur provenendo da una famiglia della borghesia bresciana, ebbe sempre un modo di vita decoroso ed essenziale, con una spiccata attenzione per coloro ai quali la vita aveva riservato un percorso in salita. Da Arcivescovo di Milano volle essere vicinissimo al mondo del lavoro recandosi nelle fabbriche, rimanendo a mensa con gli operai e stando vicino a quelli che lottavano per la tutela del posto di lavoro e della dignità delle donne nelle fabbriche. Si preoccupò e provvide che negli stabilimenti dell’hinterland milanese si potesse soddisfare il precetto festivo. Nell’incontro della Società di San Vincenzo che aiuta i poveri della città di Milano, nella borsa della carità, che veniva fatta passare tra i presenti, fece "scivolare" un suo prezioso anello episcopale e poi soleva farsi carico dei casi più delicati. Venuto a conoscenza, dopo una visita al riformatorio per minori ad Arese detto dei Barabitt, che aveva un regime repressivo e punitivo, fece di tutto perché fossero chiamati i salesiani a trasformarlo in una casa in cui vi fosse vero recupero istruttivo e di relazioni, nello stile di don Bosco, per quei minori. (Qui sotto, il discorso di Paolo VI ai Padri conciliari nel settembre 1963)
Fu una vera rivoluzione per quei giovani e anche oggi vi è gratitudine per quel gesto. Nelle visite pastorali aveva a cuore la vita dignitosa dei sacerdoti delle piccole parrocchie montane o lontane dai centri urbani, faceva dotare le canoniche, a sue spese, dei necessari confort, non escluse la radio, il telefono e il riscaldamento. Divenuto Papa trattò con grande rispetto quegli eminenti ecclesiastici che apertamente gli furono ostili, onorandoli della sua stima. L’ultima estate prima di partire dal Vaticano per Castel Gandolfo volle salutare tutti i cardinali in precaria salute e si fermò sulla tomba del cardinale Pizzardo. Sensibile ad una riforma della vita ecclesiastica volle meno sfarzoso l’abbigliamento dei prelati. Esonerò le guardie nobili e proibì di portare armi ai gendarmi pontifici. Rinunciò alla tiara papale a favore dei poveri esortando i Padri conciliari con il suo gesto a contribuire a un fondo a favore del Terzo Mondo. Offrì, quale frutto dell’Anno santo, un centinaio di appartamenti dati al Comune di Roma per le famiglie bisognose. Fu presente alla notte di Natale tra gli alluvionati di Firenze portando conforto morale e alimenti di prima necessità.Si recò sempre in una notte di Natale tra gli operai turnisti delle acciaierie di Taranto. Volle al Concilio che fossero invitate anche alcune donne e dei rappresentanti dei Parroci. Fu il primo Papa che si rivolse agli artisti e chiese perdono della poca attenzione che si era data loro negli ultimi tempi da parte della Chiesa. Volle incontrare a Gerusalemme il Patriarca Atenagora dandogli tutti gli onori e stabilendo così un solido inizio per l’ecumenismo. Quel gesto si prolungherà con il ritiro della scomunica e il suo prostrarsi letteralmente al bacio dei piedi del metropolita Melitone, quale gesto di perdono per le incomprensioni reciproche tra la Chiesa cattolica e ortodossa dopo il 1054. Nel suo viaggio pastorale in America latina alzò la sua voce a tutela dei campesinos e la della loro dignità. Fu un discorso forte e profetico, che pose al mondo un dovere di coscienza e di attenzione come poi il suo «mai più la guerra» dal podio dell’Onu, primo Papa invitato in quel consesso. Nel suo pellegrinaggio in Terra Santa (nella foto sotto: era il 1964), il primo di un Papa, di ritorno da Nazareth a Gerusalemme apprese la notizia che era appena uscito il libro accusa Il Vicario che negava l’opera umanitaria di Pio XII.
Senza esitazione lui che conosceva da vicino l’azione di Papa Pacelli a favore del popolo ebraico, alzò forte la sua difesa di Pio XII. Era rispettoso delle istituzioni ma sapeva andar oltre rispettosamente ma con decisione. Così fu improntato il suo impegno detto ostpolitik dove, pur nel dialogo con le autorità politiche, veniva però fatto notare e sottolineato uno dei diritti naturali che è la libertà di religione quale argomento per ogni trattativa diplomatica. Fu uomo del dialogo, maestro di pace e promotore di quello sviluppo per i Paesi poveri per il quale volle un concreto impegno della Chiesa. Come si possono dimenticare i suoi appelli per le persone sequestrate e da ultimo come si prodigò per la liberazione di Aldo Moro con la lettera agli «uomini delle Brigate Rosse», vergata di notte, superando le diffidenze della Segreteria di Stato. Paolo VI, come ebbero a dire sia Jean Guitton sia il cardinale Poupard, fu il primo Papa moderno e appassionato dell’umanità. I drammi dei popoli e delle persone li sentiva suoi e si entusiasmava delle conquiste scientifiche e sociali. Tutto dell’umanità era importante per lui. Rispettoso e riservato ma non certo distaccato e lontano, fu certamente il Papa più attento al travaglio epocale del nostro tempo. (qui sotto, con JFK nel 1963)
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