sabato 3 ottobre 2020
Il prete mendicante morto nel 1969 è oggi un simbolo di carità per la città. Sospeso a divinis per sospetto modernismo, in seguito riabilitato, ora sale all'onore degli altari
Don Olinto Marella, che domani sarà proclamato beato

Don Olinto Marella, che domani sarà proclamato beato - Archivio

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Alcuni lo hanno definito «il prete mendicante», perché lo si vedeva ogni giorno e con qualunque tempo, seduto negli angoli della città a chiedere l’elemosina con il suo celebre cappello sulle ginocchia. Ma per i cittadini della sua città di adozione, Bologna, era e rimane «la coscienza» della comunità.

Don Olinto Marella, nato a Pellestrina (Venezia) il 14 giugno 1882 e morto a Bologna, dove è sepolto, il 6 settembre 1969 verrà beatificato domani proprio a Bologna nel corso di una Messa solenne presieduta dal cardinale arcivescovo Matteo Zuppi, che farà da inviato pontificio, e celebrata in Piazza Maggiore, luogo centrale della città.

Un’immagine simbolica: colui che tutti chiamavano e chiamano «Padre Marella» (non perché fosse un religioso, ma perché era il «padre» per tanti ragazzi poveri e orfani che accoglieva) torna nel cuore della città che lo accolse, sacerdote sospeso «a divinis» e divenuto insegnante per necessità, e lo ha non solo adottato, ma posto appunto nel proprio cuore. Vi torna per divenire beato, quindi potere essere venerato ufficialmente dai tanti che già lo ritenevano santo: avrà un giorno dedicato alla sua memoria liturgica, il 6 settembre, quello della sua morte.

La vita di Olinto Marella, figlio di una famiglia borghese (il padre era medico, la madre insegnante) fu presto indirizzata verso il sacerdozio: nel 1904, ad appena 22 anni, fu ordinato prete. Divenne subito insegnante, di Storia della Chiesa e Sacra Scrittura nel Seminario di Chioggia e insieme al fratello Tullio fondò a Pellestrina il primo «Ricreatorio popolare», per accogliere i giovani bisognosi e dare loro la possibilità di avere un’istruzione di base ma anche di apprendere un lavoro.

Purtroppo, fin dall’inizio del suo ministero don Marella fu sospettato di modernismo e per questo venne allontanato dall’insegnamento in Seminario; i sospetti aumentarono per i suoi metodi educativi e le sue amicizie, finché nel 1909 gli venne comminata la sospensione «a divinis».

Ma questo grande dolore, che avrebbe potuto indurlo a una aperta ribellione contro l’autorità ecclesiastica diventa per don Olinto una via di santificazione: si dedica a una vita di fede e di apostolato, soprattutto attraverso l’insegnamento. Si laurea in Filosofia e prende l’abilitazione iniziando a insegnare in numerosi licei italiani.

Nel 1924 arriva a Bologna e qui l’arcivescovo Nasalli Rocca ottiene da papa Pio XI la riammissione al ministero sacerdotale: nel 1925 don Marella, dopo 16 anni, può celebrare di nuovo l’Eucaristia.

L’arcivescovo gli affida l’apostolato nelle baracche, dove migliaia di persone vivono in condizioni abitative e sociali di povertà e degrado. La sua carità gli ottiene ben presto l’appellativo di «padre», e si dedica soprattutto ai bambini e ai giovani.

Per loro padre Marella ottiene di poter utilizzare un magazzino dismesso, dove i giovani apprendono un lavoro, vengono date lezioni ai più piccoli, a tutti don Olinto insegna il catechismo e celebra la Messa: chiamerà quel luogo la «Cattedrale dei poveri».

I bisogni dei più emarginati crescono con l’inizio della seconda guerra mondiale; don Marella costituisce le «Case rifugio», dove accoglie tanti orfani. Terminata la carriera come insegnante, si dedica totalmente ai progetti per i giovani e realizza la Città dei Ragazzi a San Lazzaro di Savena.

E per sostenere le strutture da lui ideate, padre Marella inizia a chiedere l’elemosina nei luoghi più importanti di Bologna. Per quasi vent’anni proseguirà questa vita da umile questuante, fino alla morte nel 1969, a 86 anni.

Il prete mendicante con il cappello in mano. Chiedeva l'elemosina in città per aiutare i poveri

Il prete mendicante con il cappello in mano. Chiedeva l'elemosina in città per aiutare i poveri - Archivio




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