giovedì 11 gennaio 2018
La testimonianza di un insegnante liceale nella capitale. Una materia davvero speciale ricca di opportunità culturali e capace di rispondere alle domande più profonde degli alunni di ogni età
Ora di religione (Siciliani)

Ora di religione (Siciliani)

Religione vuol dire essenzialmente relazione. Per questo l’ora di religione rappresenta l’insegnamento per eccellenza, nel senso che mostra in modo evidente la sostanza del fenomeno che chiamiamo “scuola”: un’esperienza di relazione tra esseri umani. Nella sua “debolezza”, un insegnamento facoltativo, concentrato in una sola ora a settimana, con minor peso rispetto alle altre materie in termine di media dei voti (che per lo più sono giudizi, non voti numerici), quest’ora di lezione riesce però a cogliere e rappresentare il cuore della scuola, intesa come lo spazio e il tempo dell’incontro, fecondo, tra le generazioni.

L’ora di religione è una spada che taglia e pone in modo secco la questione su cosa sia effettivamente la scuola: non solo e non tanto un’erogazione di nozioni e informazioni ma innanzitutto un’esperienza educativa e formativa, intrecciata strettamente con la vita. Insegno religione dal 2000 nei licei di Roma e ho potuto constatare la “specialità” di questo insegnamento che, affine in tutto alle altre materie (una disciplina scientifica esattamente come la letteratura e l’algebra, la filosofia e il greco...), per alcuni aspetti rimane un unicum, un qualcosa di diverso che peraltro gli studenti subito percepiscono. Questa specialità non è tanto negli aspetti esteriori, strutturali (la debolezza sopra evidenziata), ma risiede in quei contenuti che, come ricordano i vescovi italiani, «appaiono adeguati a rispondere efficacemente anche oggi alle domande più profonde degli alunni di ogni età».

Io lo spiego in classe nella prima lezione: «Quest’ora ha come argomento ciò che vi interessa di più: voi». Il modo è un po’ rozzo, ma il messaggio arriva, efficace, grazie a quella parola: interessare. Ciò di cui tratta l’ora di religione cattolica, un credo basato sull’incarnazione di un Dio fatto uomo, è proprio il mistero dell’uomo, qualcosa che interessa, cioè sta dentro il cuore di ogni adolescente. E l’interesse è il vero antidoto alla noia, l’oscuro nemico che tra le pareti degli edifici scolastici spesso trova un terreno d’elezione.

Più di ogni altra disciplina, studiare il cristianesimo (il suo corpus teologico, il suo sviluppo storico e gli effetti di questa storia bimillenaria nella cultura, nell’arte, nell’etica, nella politica, nell’economia..) non può non interessare gli adolescenti perché al centro c’è l’esperienza umana, quella quotidiana, concreta, in tutte le sue sfaccettature. Quando escono da scuola e incontrano la loro fidanzata o quando discutono con gli amici e litigano con i genitori, quando ascoltano le notizie dal mondo, quando attraversano momenti di prova, fosse anche la semplice interrogazione, quando giocano o ballano o solamente chiacchierano fino a tarda notte, i nostri studenti portano nel loro cuore molto di ciò che apprendono tra i banchi ma forse, più di ogni altra nozione, prevale il ricordo di quella discussione, guardandosi negli occhi, con il docente di religione. Nelle pieghe della loro esistenza quotidiana forse quelle parole che scaturiscono dalla spiegazione di uno dei nuclei tematici della religione cattolica possono rivelarsi più incisive, durature, feconde della formula del quadrato di un binomio o dell’ossigeno, della data della caduta di Costantinopoli o della regola dell’ablativo assoluto.

I giovani hanno, anzi sono, domande, domande innanzitutto rivolte verso se stessi e hanno quindi bisogno di luoghi favorevoli all’espressione di queste domande, ed è qui che entra in gioco la responsabilità del docente e la sua capacità di far emergere, dal profondo, quelle domande che proprio nell’età scolastica possono e devono giungere a fioritura.

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