LE VOCI. Dall’Arci al volontariato: non colpite chi aiuta davvero


Massimo Calvi venerdì 9 dicembre 2011
​Il presidente dell’Arci Paolo Beni non ha dubbi: l’esenzione dall’Ici per chi fa attività sociale? «È sacrosanta e va mantenuta». Anche il mondo dell’associazionismo non cattolico difende una norma concepita per sostenere chi non produce reddito ma coesione sociale. Indipendentemente dall’area culturale di provenienza.Paolo Beni è il numero uno dell’Associazione ricreativa e culturale italiana, storica sigla di sinistra che con oltre un milione di soci e più di 5.500 circoli o sodalizi locali si occupa di cultura, diritti, impegno sociale, servizio civile e solidarietà internazionale. «L’esenzione dell’Ici va conservata – dice – sia per le realtà laiche che per quelle cattoliche. Bisogna salvaguardare gli immobili realmente destinati dagli enti non profit alle attività previste dalla normativa. Verifichiamo che sia così. Ma per questi utilizzi l’esenzione è opportuna: su questo sono assolutamente d’accordo. Non devono esistere privilegi per la Chiesa in quanto tale, ma per le attività di rilevanza sociale sì». Paolo Beni chiede semmai che l’esenzione venga ampliata: «Il nostro problema con i circoli è che l’esenzione c’è solo se proprietario dell’immobile e gestore dell’attività non profit coincidono. Spesso invece i nostri sono in locali affittati da proprietari che, condividendo le finalità sociali, chiedono un canone calmierato. Ma lo stesso sono tenuti a pagare l’Ici».Rossano Bartoli è il segretario generale della Lega del Filo d’Oro, che da anni assiste le persone sordocieche e pluriminorate psicosensoriali in una decina di centri in tutta Italia. «Se un’attività è commerciale è giusto che paghi l’Ici come prevede la legge – conviene – ma sulle attività esenti è impensabile colpire qualcuno solo in base alla sua appartenenza. La preoccupazione è che nel tentativo di fare cassa si stia accendendo una lampadina su tutto il settore non profit». Un esempio? «Un Comune ci ha chiesto di pagare l’Ici nell’ufficio amministrativo di un centro dove facciamo assistenza. Non si comprende, sull’Ici come sul 5 per mille o le tariffe postali, che le agevolazioni al non profit ritornano alla società moltiplicate».Roberto Speziali è il presidente dell’Anffas, l’associazione di 13mila famiglie di persone con disabilità che assiste 30mila disabili. «Sono indignato – sbotta – è un attacco assolutamente demagogico che va a colpire tutte le formazioni sociali che ogni giorno surrogano alle attività dello Stato. La norma è oculata, valida e da sostenere. Chiariamolo: il non profit non produce reddito, ma beni sociali. Noi abbiamo più di 1.000 centri, attivi grazie al volontariato. Se dovessimo pagare l’Ici per quegli immobili, non potremmo più occuparci delle persone. Già l’attacco al welfare attraverso i tagli ci ha messo in grave difficoltà. I mass media non dicono che l’Ici non la si paga solo sugli immobili destinati a uso sociale. Noi abbiamo immobili in affitto: su quelli l’Ici l’abbiamo sempre pagata». Marco De Ponte è il direttore generale Action Aid Italia, organizzazione internazionale impegnata contro la fame e la povertà nel mondo. «Noi siamo un’organizzazione "secolare" e, certo, non possiamo non rilevare che le attività sociali della Chiesa cattolica hanno, per così dire, un "vantaggio", ma nel senso che spesso le sedi in cui operano sono di loro proprietà. Questo però fa parte della storia e della tradizione italiana, e comunque le attività senza scopo di lucro devono essere agevolate a prescindere dalla loro dimensione. Il non profit è un valore per il Paese, le agevolazioni alle realtà non commerciali andrebbero estese, non certo limitate».
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