sabato 13 dicembre 2008
Il fondatore della Caritas compie 90 anni: «Quando nacqui, nel 1918, eravamo profughi. Mio padre morì di Spagnola che avevo 13 giorni... Questo è l'humus prezioso in cui ho capito di avere un dovere nei confronti degli ultimi».
COMMENTA E CONDIVIDI
«Una mucca in Europa riceve mediamente al giorno due dollari e mezzo di sovvenzioni. Mentre due miliardi e duecento milioni di esseri umani hanno meno di due dollari al giorno per vivere. Vede, è questo che va cambiato». E ancora: «Il mio grido ai giovani? Andate controcorrente!». Ecco chi è monsignor Giovanni Nervo, 90 anni compiuti oggi: mente lucida e pensiero originale, a ogni costo. Dentro ha la gioventù di chi ha accolto la sfida di riempire ogni minuto della propria esistenza con sessanta secondi di azioni compiute. Monsignor Nervo, lei, nato nel "giorno più corto che ci sia", oggi dovrà fare bilanci molto lunghi: 90 anni al servizio della gente, un osservatorio privilegiato sull’intera società, e soprattutto la sua creatura, la Caritas italiana, da lei fondata quasi 40 anni fa...Il primo bilancio che mi sento di fare parte da lontano: sono nato da una famiglia molto povera, e sono nato profugo. Era il 13 dicembre del 1918, c’era la guerra del ’14-’18, il mio paese, Solagna, vicino a Bassano del Grappa, venne sfollato in tre giorni e portato a Codogno, in provincia di Lodi, così io sono nato là. Mio padre era sotto le armi, venne a casa con un permesso per assistere al mio battesimo il 15 dicembre e il 30 dicembre moriva di Spagnola: io avevo 13 giorni, mia sorella 4 anni, mia mamma 27, eravamo soli e profughi... L’esser nato e cresciuto nel mondo dei poveri mi ha aiutato a capire i miei doveri verso di loro.L’incipit della sua vita ricorda quello di un altro monsignore, Luigi Di Liegro: "Sono figlio di un emigrato, per giunta illegale, un lavoratore entrato clandestinamente negli Usa", scriveva. Anche Di Liegro fu figura fondamentale della Caritas. Un caso?Il parallelo è molto calzante. Ci ha uniti il sentirci vicini al mondo degli ultimi e con un dovere nei loro confronti. Eravamo molto amici.La povertà, nelle sue parole, appare quasi un privilegio prezioso. L’humus che ha dato l’impronta a tutta la sua vita. Chi è stato il suo più grande maestro? I maggiori insegnamenti li ho avuti proprio da mia mamma, che ha saputo affrontare con fede, forza e serenità una situazione tanto difficile. Domani mattina (oggi per chi legge, ndr) alla Messa per i miei 90 anni dirò che devo ringraziare soprattutto mio padre e mia madre per il coraggio di avermi dato alla luce in una situazione tanto drammatica. Una lezione di vita: oggi si ha tutto eppure si esita a mettere al mondo i figli per oscure paure.Nel 1971 per volere di Papa Paolo VI e della Cei nasce Caritas italiana e lei ha il compito di organizzarla.Ci pensavo in questi giorni di bilanci: c’era tutto da fare, ma in realtà non abbiamo creato nulla, abbiamo risposto alle sollecitazioni che il Signore ci mandava attraverso i fatti. L’impulso più forte per fondare le Caritas diocesane è stato il terremoto del Friuli nel 1976, ad esempio.In che senso?In estate erano arrivati in Friuli diecimila volontari, ma con l’autunno studenti e operai sarebbero tornati a casa e io mi dissi «qui deve entrare la Chiesa». Ci siamo rivolti alle diocesi non perché inviassero denaro ma perché accompagnassero i paesi disastrati per almeno tre anni con gruppi di volontari. Risposero 80 diocesi da tutta Italia e questi giovani, con la loro esperienza di carità come condivisione nelle situazioni di altissima emergenza, furono l’inizio delle Caritas diocesane. Il volontariato non lo abbiamo scoperto noi, ma abbiamo pensato come coltivarlo, non più come realtà assistenziale ma di cambiamento sociale.Nemmeno gli obiettori di coscienza li avete scoperti voi...Ma centomila giovani hanno fatto il servizio civile presso la Caritas e hanno trasmesso fortemente il valore della non violenza e della pace. Per questo dico che ci siamo solo mossi guardando alle proposte che venivano dalla realtà e che il Signore ci mandava, pronti a rispondere con fedeltà ai fatti della vita: questa è stata la nostra linea.Quali difficoltà ha incontrato?La Chiesa italiana aveva vissuto per 30 anni ricevendo aiuti forti dai cattolici americani, ora bisognava passare dal riceve al dare e non era facile, ma io ebbi due segnali, uno sulle difficoltà, l’altro positivo. Il primo: un vescovo incaricato di seguire l’avvio della Caritas mi chiese «che cosa ci portate?», e io «nulla». «E allora perché ci siete?»... Era un sant’uomo ma questa allora era la cultura.L’altro episodio?Al primo convegno nazionale Caritas nel 1972 mi si avvicinò un’anziana donna vestita in modo dimesso e mi diede una busta con dentro un milione e 200mila lire, gli arretrati della sua pensione sociale: «Questo è il segno», mi sono detto. Se avesse a disposizione altri 90 anni, che cosa le manca di fare?Mi impegnerei a fondo sulle "vacanze alternative" per i giovani, un mese da trascorrere in un villaggio d’Africa, perché i due terzi della popolazione mondiale vivono in uno stato disumano. Il vero problema è educare chi vive in condizioni migliori e combattere la povertà per garantire la pace. Ma allora bisogna vederla, questa povertà! Se potessi scegliere, il bisogno fondamentale oggi è questo aprire gli occhi sui poveri, che sono la gran parte del mondo.Il suo messaggio ai nostri giovani?Che si impossessino pienamente della Costituzione, come cittadini. E come cristiani del Vangelo. E poi che imparino, per vivere coerentemente con Costituzione e Vangelo, ad andare controcorrente, disposti anche a pagare di persona.E l’augurio?Che tengano duro, anche quando a criticarli dovessero essere proprio coloro i quali della Costituzione e del Vangelo dovrebbero essere i garanti.
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: