giovedì 21 luglio 2022
Bergoglio lo accolse come novizio nella Compagnia e lo accompagnò sino al sacerdozio, Si è spento dopo una lunga malattia a 67 anni. I funerali a Roma
Padre Diego Fares

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«Non possiamo immaginare la fine», era solito ripetere Diego Fares. Perché «in un mondo che si vanta di avere visto tutto, il Signore prepara sempre sorprese». Invece di cimentarsi in ardite speculazioni – lui che per professione era un accademico e docente di Metafisica –, dunque, preferiva concentrarsi sull’immagine familiare del signor Machado, anziano pittore e ospite dell’Hogar di Cristo di Buenos Aires, rifugio per persone senza dimora dove il gesuita argentino aveva lavorato per oltre vent’anni. Aveva annotato il suo nome nel quaderno delle cose importanti, come «testimone nel giudizio».

«Se qualcuno potrà salvarci quando il Giudice ci dirà "ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare", sarà qualcuno dei più poveri che avrà l’autorità di dire a nostro Signore: "Scusa, Signore, se ti contraddico, ma lui sì che mi ha aiutato, ha aiutato almeno me"».

Nelle conversazioni informali, padre Fares arricchiva l’episodio – con cui si conclude il libro "Il programma della felicità", scritto con Marta Irigoy (Àncora) –, con dettagli creati dalla sua ironia pungente. Chissà come si è svolto davvero il reincontro tra Machado e il sacerdote, martedì notte, quando quest’ultimo è spirato a Roma a 67 anni a causa di un tumore di cui era malato da tempo. Nella capitale italiana, padre Fares si era trasferito nel marzo 2015, quando era entrato nel collegio degli scrittori La Civiltà Cattolica. È stato il direttore, padre Antonio Spadaro, a dare la notizia della sua morte: «Diego è stato un compagno gesuita unico, straordinario per saggezza, umorismo, forza. Si poteva sempre contare su di lui perché riusciva a essere felice senza pensare a sé, ma al Signore della sua vita».

Questa mattina, alle 10.30, ci saranno i funerali alla Cappella della Curia generalizia dei gesuiti a Roma. Padre Fares era entrato nella Compagnia nel settembre 1975 quando, a vent’anni aveva lasciato la sua città, Mendoza, e si era presentato nella casa di Bajo Flores di Buenos Aires per chiedere l’ammissione.

Ad accoglierlo, l’allora provinciale, Jorge Mario Bergoglio, che è stato anche suo padrino di ordinazione undici anni dopo. Con il "confratello Papa", come spesso lo chiamava, si è mantenuto in contatto per tutta la vita: li univa un forte legame di affetto ed amicizia.

Proprio alla figura di Francesco – che considerava un "maestro di discernimento" – padre Diego ha dedicato numerosi saggi, da Come goccia su una spugna e a Il profumo del pastore (entrambi pubblicati da Àncora) a Dieci cose che Papa Francesco propone ai sacerdoti di cui lo stesso Pontefice consigliò la lettura alla fine del ritiro del Giubileo dei sacerdoti del 2016. L’ultimo articolo per La Civiltà Cattolica risale allo scorso gennaio e affrontava la questione del pensiero incompleto, categoria cara a papa Francesco mutuata dal pensiero di Romano Guardini, di cui Fares era un profondo conoscitore.

Padre Diego era, però, un’intellettuale anomalo. La "strada" – quella periferica, più povera e dimenticata – era il suo banco di riflessione preferita. Per questo, abbinava l’attività accademica e di scrittura con l’impegno per le persone senzatetto a Buenos Aires e i rifugiati del Centro Astalli a Roma. I suoi occhi, grandi e profondi, erano sempre spalancati sugli altri, in cui vedeva riflesso l’Altro, l’unico Signore della sua vita e della sua vocazione. «Non sono padrone dei frutti che mi fai dare – era la sua preghiera –. Tu sei il Padrone. Solo tu e nessun altro».

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